Il budello di pietra

Nelle prigioni del castello di Ferrara. Si possono visitare, in tutto, tre celle, benché credo che definirle “celle” sia piuttosto riduttivo. A due di queste si accede percorrendo i corridoi sotterranei, dove, nonostante la giornata sia ventilata e, tutto sommato, non insopportabilmente calda, si viene travolti da una spaventosa cappa di umidità, che opprime da subito. Le porte delle celle sono basse, per entrare bisogna inchinarsi (penso al valore simbolico di questo inchino: il prigioniero si genuflette per entrare nella sua prigione; ma anche la guardia, se vuole entrare o deve portare il cibo, si deve genuflettere: così, ogni persona che entra nella cella, in qualche modo, deve inchinarsi al prigioniero); ma l’inchino non è sufficiente, perché, prima di arrivare all’ambiente della cella, c’è un piccolo corridoio, lungo circa un metro e mezzo e alto all’incirca allo stesso modo: un budello di pietra in cui per l’umido, il caldo, e la consapevolezza di dove ci si trova, comincia a mancare il fiato, si suda.
Continue reading “Il budello di pietra”

Poche cose su Elias Canetti

Mi fa uno strano effetto leggere, nei capitoli finali del Libro contro la morte, dedicati agli appunti scritti negli ultimi anni della sua vita, dei riferimenti a Saddam, alla Guerra del Golfo e alla Bosnia. Mi fa un effetto strano perché io mi ricordo esattamente di me durante quegli anni, che sono quelli della mia adolescenza e dell’edificazione di quella forma truccata e generica di impegno che ha contraddistinto la mia giovinezza. All’improvviso, insomma, attraverso Saddam mi rendo conto che io ed Elias Canetti, uno degli autori fondamentali per me, siamo stati vivi nello stesso momento per un certo numero di anni. È un pensiero stupido, ma Canetti è la cosa più vicina al Maestro che io riconosca, Auto da fé, Massa e potere, l’autobiografia, L’altro processo, Le voci di Marrakech, certi saggi contenuti nella Coscienza delle parole sono momenti fondamentali a cui torno spesso magari rubando una frase, un concetto, e Canetti è uno dei quattro, forse cinque autori a cui penso costantemente quando scrivo. Io scrivo una frase e mi dico: «A Canetti, un’immagine di questo tipo, sarebbe piaciuta? Come l’avrebbe fatta lui?» e così via, in un confronto continuo e unilaterale che mi permette di continuare a scrivere solo grazie all’indulgenza che riservo a me stesso.
Continue reading “Poche cose su Elias Canetti”