Due delitti contro Kaspar Hauser

La versione di Paolo Zanotti

[Questo pezzo esce oggi sul n.78 di Nuovi Argomenti, che è curato da Giancarlo Liviano D’Arcangelo e Raffaello Palumbo Mosca e porta il titolo di Lezioni di vero. È la rielaborazione di un intervento sull’ultimo, incompiuto libro di Paolo Zanotti, dedicato alla figura di Kaspar Hauser, che ho tenuto all’Università Ca’ Foscari di Venezia il 15 dicembre scorso in occasione del convegno Compalit dedicato al tema Maschere del tragico].

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Così come è accaduto nella realtà, alla fine di ognuna delle narrazioni, o delle immaginazioni che, nel corso di quasi due secoli, sono state fatte sulla vicenda di Kaspar Hauser, Kaspar muore. Ma non solo: l’idea di «delitto», di crimine commesso contro qualcuno che non sapeva e non poteva difendersi, permea tutti gli scritti sul trovatello di Norimberga: il primo a occuparsi di lui fu Anselm von Feuerbach, giurista e padre di Ludwig, che conobbe personalmente Hauser e scrisse un resoconto che è la prima di tante variazioni, supposizioni e fantasticherie intorno a questa vicenda. Ebbene, Kaspar Hauser, il libro di Feuerbach, ha un sottotitolo: Un delitto esemplare contro l’anima. Naturalmente, Feuerbach non si riferisce all’omicidio di Kaspar, quanto al più ampio e più spaventoso crimine commesso contro di lui: la segregazione, la solitudine, l’abbandono, la malnutrizione, l’analfabetismo coatto. Ecco che la storia di Kaspar Hauser si fa, per così dire, duplicemente funebre: c’è il delitto contro l’anima, che è ciò attraverso cui Kaspar fa il suo ingresso nel mondo; e c’è il delitto contro il corpo, quel colpo di coltello che pose fine alla sua breve vita nel 1833, e che fu inferto da una mano ignota – con ogni probabilità la stessa che si era macchiata, una ventina d’anni prima, del delitto contro l’anima. La parabola di Hauser comincia e finisce, dunque, all’insegna del delitto, del mistero, dell’incomprensibilità.
A chi, nella primavera del 2013, era presente, in un tendone di Bologna, alla lettura integrale, fatta da amici e colleghi, di Bambini bonsai, il romanzo che Paolo Zanotti aveva pubblicato nel 2010, la famiglia di Paolo, che era scomparso nel dicembre precedente, regalò un piccolo libro, incompiuto e frammentario, stampato a spese dei genitori in una tipolitografia novarese. È il libro a cui Paolo stava lavorando nell’anno della sua morte, e che continuò a scrivere e a correggere (come si usa dire, ma in questo caso è vero) fino a pochi giorni prima di morire. Si intitola KH, anche se ho motivo di credere che il titolo non sia dell’autore o che, al massimo, sia un titolo di lavorazione. È composto da quindici capitoli, di cui dodici compiuti e rivisti, e tre solo a frammenti. Si tratta, stando agli appunti di Paolo e allo sviluppo della storia, su cui si possono fare congetture, di circa metà del testo. Dunque Paolo Zanotti, morendo, ha lasciato un’opera incompiuta, e quest’opera era il suo Kaspar Hauser.

[Il pezzo è ospitato nella sua versione integrale su Le parole e le cose].

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