[La prima parte è qui]
[La seconda parte è qui]
[La terza parte è qui]
[La quarta parte è qui]
[La quinta parte è qui]

fin da piccolo la quantità mi ha sempre attratto, le grandi moli, le dimensioni spropositate: andavo in libreria e prendevo in mano i libri grossi (il primo che mi viene in mente è Radici di Alex Haley, a lungo concupito, mentre spuntava da uno scaffale della casa blu degli zii a Como, lo tenevo in mano, lo rigiravo, guardandolo, soppesandolo senza aprirlo, lo ammiravo senza sapere bene che cosa contenesse, di cosa parlasse, e confesso che è un libro che tuttora non ho letto e difficilmente leggerò, ma tutto questo non era importante – ciò che contava era le sue dimensioni, il fatto che qualcuno vi avesse dedicato anni e fatica e avesse ritenuto che le cose che aveva da dire erano molte e molto importanti, impossibili da chiudere in duecento paginette), amavo i dischi dal vivo più che quelli da studio perché nei dischi dal vivo si sentiva distintamente il rumore della folla, il pubblico che, nei ritornelli, esplodeva in un grande canto collettivo che sovrastava la voce microfonata dei cantanti, la massa cantava come un individuo solo, si muoveva come un individuo solo come in una pubblicità elettorale del Partito Comunista che passava in televisione, nella quale si inquadravano dall’alto migliaia di persone, era una manifestazione di piazza negli anni Ottanta, con le bandiere e le tute blu e i megafoni, ma visti dall’alto, dal punto di vista di un uccello o di qualcuno che li osservava dall’ultimo piano di un palazzo, un occhio benevolo che li prendeva tutti, la loro voce, il loro movimento, le loro teste, migliaia e migliaia di teste radunate sotto un unico simbolo, e non ho mai pensato che quell’occhio benevolo potesse invece essere l’occhio di qualcuno che non si limita a osservarli ma che li controlla, li scheda, li segnala, no, l’occhio era benevolo davvero, il suo era uno sguardo d’amore, era il mio sguardo d’amore che, mentre li guardavo dall’alto durante i trenta secondi dello spot elettorale, li sentivo vicini, amici, fratelli senza sapere nulla, in quella metà degli anni Ottanta, di cosa predicassero, di cosa chiedessero e di cosa pensassero

eppure il mio impegno è sempre stato scarso, oggi nullo, sempre ideologico e mai davvero sentito, questa è la verità, è stato sempre un impegno superficiale e mai davvero partecipato, come se sentissi la grande fascinazione delle masse in movimento, delle bandiere, ma la sentissi dall’ultimo piano di quel palazzo dove avevo imparato, grazie allo spot, a guardarle e ad ammirarle

la paura, non perduta in verità, di rimanere chiuso nei bagni dei treni, dei bar, negli ascensori, e dunque l’impossibilità di starci dentro a lungo, con tranquillità, a meno di controllare periodicamente il funzionamento della serratura oppure, più facilmente, di lasciare la porta aperta dando sempre le spalle all’eventuale avventore

e R., l’amico dell’infanzia, figlio di amici dei miei, un bambino e poi un ragazzo (mai un uomo) grosso, semplice, buono come la sua mole sembrava annunciare, da lui imparavo un po’ di leggerezza, di giovinezza, di amicizia, un giorno nel suo giardino giocavamo a non ricordo più cosa, io mi voltai dandogli le spalle per un istante e in quell’istante, come se fosse accaduto un miracolo al contrario, gettò un urlo acuto, femminile, che mi spaventò e mi fece voltare di nuovo, in tempo per vederlo volteggiare nell’aria estiva facendo una specie di capriola, una contorsione del tutto inadatta al suo corpo, per poi rovinare a terra, in lacrime, punto da una vespa o da qualche altro animale di stagione

anni più tardi, tornando a casa dall’università, trovai i miei in cucina con i volti di chi aveva pianto a lungo e non capiva, R. è morto, disse la mamma, mentre papà non parlava, non lo sapeva fare, oggi al campo dell’oratorio mentre si stava allacciando le scarpe da calcio, gli altri suoi amici erano già con il pallone tra i piedi, lo chiamavano perché si sbrigasse e forse lo prendevano anche un po’ in giro, lui era sulla scaletta di accesso al campo, si è abbassato per una stringa che non aveva stretto bene, nessuno ha capito che cos’è successo, all’improvviso non c’è stato più, si è spento come un meccanismo, l’hanno visto a terra con la schiuma alla bocca e gli sono corsi incontro pensando che facesse lo scemo – tu lo sai com’è, com’era – e invece stava facendo davvero, è molto tempo che non lo vedi e adesso nessuno lo vedrà più, se n’è andato, i dottori diranno poi che non c’è un motivo che spieghi quella morte terribile nel pieno dei vent’anni, non aveva problemi, qualche aritmia tenuta sotto controllo e non è stato il cuore, non è stato il peso, è qualcosa che chiamano la morte elettrica, a un certo punto il meccanismo del corpo smette di funzionare, si spegne, capita a volte ai bambini, ai neonati, ma è un evento rarissimo, eccezionale, e succede a volte nel sonno, invece ci è morto, R., per questa cosa da neonati, è morto come muoiono i bambini, lui che si portava dietro quella leggerezza, quella giovinezza, quell’amicizia

che mondo era, quello?, era un mondo dove R. era vivo, dove si sapeva aspettare, dove in casa si parlava di soldi ma senza mai nominarli, senza mai dire la parola «lira», i soldi erano «franchi», ma soltanto al plurale, non esisteva un «franco», se ne poteva parlare soltanto se era più d’uno o, vista l’unità di misura d’allora, se erano più di cento o mille, quanto costa giocare la schedina, nonno?, la schedina la vegn miladüsent franc

contare, con le cuffie del walkman infilate nelle orecchie, quante canzoni dura il tragitto da casa alla stazione, o da casa a scuola, o dalla soglia di piazzale Cadorna, a Milano, fino al Duomo, misurare il tempo sui suoni degli altri, e rallentare un po’ se, quasi giunti alla meta, la canzone che piace non è ancora finita

il languore vagamente febbricitante, accompagnato da un crescente bruciore agli occhi e da un’irriducibile sensazione di mal d’ossa, di malattia in arrivo, che mi dava la visione di vecchi cartoni animati muti, scanditi dall’incomprensibile, per me, ritmo del jazz, con personaggi dai movimenti morbidi e lenti e gommosi come l’orribile Pantera rosa, o i vecchi Disney in bianco e nero con Topolino – l’odioso, presuntuoso e inutile Topolino –, visione accompagnata, sempre e per così dire ineluttabilmente, da un’angoscia vicina alla disperazione, lo stesso tipo di inquietudine e pena per se stessi che ci prende durante le notti di febbre quando, svegli nel nostro letto, ci giriamo tra le lenzuola in preda a dolori non localizzabili in modo preciso, e a un affanno, un’agitazione incontrollabile che si placa soltanto verso mattina, quando le ore più terribili della notte si sono consumate, un sonno profondo, definitivo finalmente ci prende

 

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