Tarabya è un quartiere periferico di Istanbul, sponda europea, infilato nel Bosforo poco prima che il canale si divarichi nel Mar Nero; quartiere borghese e occidentalizzato, oggi è sostanzialmente famoso per i suoi ristoranti, dove si mangia il pesce, le taverne e i night club. Storicamente, è stato a lungo la sede estiva dell’ambasciata tedesca in Turchia. Ho scoperto la sua esistenza anni fa, leggendo Istanbul di Orhan Pamuk: l’avevo portato con me durante un breve viaggio in Turchia, e sorprendentemente quel libro straordinario parlava di me.

Pamuk nomina Tarabya quattro volte: nella prima dice che un tempo il quartiere non era che un tranquillo villaggio di pescatori greci, chiamato Therapia, dove Kavafis trascorse la sua infanzia; nella terza racconta di come, dalla collina di Tarabya, egli stesso si fermava da bambino a guardare le navi in fiamme sul Bosforo; nella seconda e nella quarta nomina semplicemente il luogo, senza dire nulla di rilevante. Istanbul è un capolavoro che ammiro incondizionatamente: è, insieme, biografia personale e storia enciclopedica di una città, corredata di immagini e documenti. È il libro che mi piacerebbe, un giorno, avere la maturità di scrivere, ma che so che non farò mai: non ho la stessa memoria di Pamuk e non ho nemmeno un luogo come Istanbul da ricordare. È già molto, forse, aver forse scoperto l’origine geolinguistica del mio strano cognome.

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