[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

[La quarta parte è qui]

da adolescente ho spesso immaginato, in modo del tutto innocente e senza nessuna forma d’odio o livore nei loro confronti, di separarmi dai miei genitori, di scomparire dalle loro vite in modo silenzioso e, come mi rendo conto oggi, subdolo; ma non era una sparizione totale, quella che sognavo: mi figuravo di andare ad abitare nell’appartamento di fronte al loro, di condividere il pianerottolo, di vivere loro accanto senza però che essi lo sapessero, e mi immaginavo di ascoltarli da dietro la porta del mio appartamento di fantasma, di sentirli muoversi e parlare, calibrando gli orari delle miei uscite in modo da non incrociarli mai e trascorrendo un’esistenza silenziosa, priva di rumori e di segni: per loro, io non ci dovevo più essere, mentre invece non vivevo che una vita complementare, un’esistenza riflessa, persa nell’osservazione delle loro giornate prive di me, e tutto questo allo scopo di osservare il mondo, il mio mondo, standone fuori, non partecipandovi eppure vivendoci tanto vicino da poterlo percepire, da farne di fatto ancora parte anche se in modo clandestino, sotterraneo, osservare la quotidianità della mia famiglia senza di me, vederla convivere con la mia assenza, conoscerne i meccanismi e le abitudini e le disperazioni e viverle accanto, adeso come un fantasma o un angelo custode e, in definitiva, volerle bene da lontano, lasciarla sola per vegliare su di lei

ritratti di saronnesi.
una donna ottusa, piccola, dai tratti grossolani e le lunghe calze bianche infilate dentro un paio di pantofole marroni da casa, di quelle con il buco davanti per far uscire l’alluce e il tessuto traforato, si parò davanti al portone della sua casa, lasciandosi alle spalle un’aia brulla, piccola, dove qualche gallina camminava indisturbata, si appoggiò alla serratura come per proteggerla e impedirci di entrare, senza capire che noi non avevamo intenzione di farlo, ma ci eravamo avvicinati soltanto con l’idea di passarle accanto per infilarci nel piccolo e buio sottopassaggio dove, tempo prima, passando in bicicletta insieme al nonno, avevo incrociato due persone che nella mia immaginazione si stavano bucando, mentre nella realtà, forse, confabulavano in un modo che sì, era sospetto, e forse si stavano scambiando qualcosa, l’uno vendeva all’altro della droga o della merce rubata, oppure niente, avevano solamente due ceffi d’altri tempi e il buio e la penombra del sottopassaggio contribuivano a rendere maledetta una scena che era soltanto losca, e quella donna, la donna ottusa, piccola, è per me da quel momento, quel momento insignificante della mia prima adolescenza, la donna delle calze, è un’immagine che non si scolla da me, le sue calze spesse infilate nelle ciabatte, il ginocchio nudo, grosso, la gonna spessa marrone il cardigan forse di lana la camicia con il colletto non troppo lindo, il naso tondo i capelli raccolti, è l’emblema da allora, per me, senza che ce ne sia un motivo e senza che lei abbia colpe, di un cristianesimo gretto, lento eppure implacabile, è l’incarnazione di quelle madri di famiglia che, nei film nordici, appartengono a comunità isolate dove si pratica un cristianesimo veterotestamentario che per stoltezza, senza saperlo, ha rinnegato Dio l’amore la pietà ed eretto a icona del proprio vivere il sospetto la chiusura la diffidenza e in fin dei conti il disamore e, per salvare se stessa e la propria comunità da una minaccia che non esiste, che è tutta nella sua paura di stare al mondo, è disposta a uccidere e a negare a se stessa e a Dio di averlo fatto

ritratti di saronnesi II. un anziano tondo, dagli occhi chiarissimi e piccoli, freddi come quelli di un pesce e infilati in fondo alla testa, la bocca quasi priva di labbra, la carnagione chiara come il giubbino primaverile che nella memoria gli metto indosso, e soprattutto i capelli, i pochi capelli tenuti vagamente lunghi e pettinati all’indietro e fissati con una lacca che li rendeva lucidi e li separava, letteralmente li divideva l’uno dall’altro creando un gioco di luci e ombre longitudinali sopra il cranio pelato e imbrillantinato, un interscambio tra il nero bianco lucido dei capelli laccati e il bianco rosa della pelle, capelli che davano la sensazione di essere lì per essere contati, costantemente monitorati e censiti, diventò ben presto il mio prototipo di pederasta, sequestratore di bambini e loro violentatore, forse per via della mappatura smaltata sulla testa, forse invece perché, sotto la mappa, sotto gli occhi freddi di pesce, dentro la bocca quasi priva di labbra si intravedevano, non appena faceva una smorfia o si apriva in un sospiro, due piccoli canini lubrichi che si appoggiavano al labbro inferiore come una coppia di molluschi tenuti lontani da una ruota di incisivi che rimaneva nascosta, ma anche io, sono convinto, a un certo punto dovetti comunicargli qualcosa, perché negli ultimi anni, poco prima che scomparisse, che imparasse a non farsi trovare per le vie del centro, in almeno due occasioni l’uomo cominciò a puntarmi addosso i suoi occhi di pesce, a osservarmi, in almeno due occasioni lo vidi voltarsi e incrociare il mio sguardo, chiedendosi forse chi io fossi e perché da anni, da sempre, ogni volta che lo incontravo lo seguivo o mi fermavo a osservarlo, inquieto e curioso, e rimanevamo lì, io e lui, in mezzo alla via pedonale, il ragazzino suggestionato e l’anziano la cui unica colpa era quella di avermi acceso la fantasia, ciascuno con il proprio mondo sconosciuto a quell’altro, eppure per un istante vicini nell’ossessione e nella curiosità o nel fastidio