[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

[La terza parte è qui]

la casa blu degli zii (poi solo della zia, dopo il divorzio) a Como, l’unica casa perduta che ancora, a volte, mi viene in mente, l’unico appartamento dove ho amato andare: aveva stanze enormi, pareti lunghe sei, sette metri, ed era una casa vecchia, in fondo modesta, con i soffitti alti e bianchi e le pareti dipinte di un navy blue perfettamente omogeneo, caldo, e ai pavimenti una moquette dello stesso, uniforme colore, e pile di giornali e riviste letti e mai buttati, libri a volte ancora avvolti nel cellophan, e mobili semplici, bianchi, neri, rossi, quasi tutti di plastica e di design, le finestre che davano su una strada trafficata e un parco, e l’idea che quel posto, e la porzione della periferia di Como che si vedeva affacciandosi alle enormi finestre della sala, fosse la prima vera città, il primo vero spazio urbano con cui io entravo in contatto

il rosso profondo, denso, del sangue che mi colava dalla testa, nella stanza degli armadietti dell’asilo, mentre la suora mi tamponava una ferita sulla nuca provocata da Rosario, un bambino dagli occhi freddi e dai lobi parietali talmente pronunciati da far assumere al suo cranio l’indisponente forma di un cuore, e che poco prima aveva scagliato nel vuoto del cortile un pezzo di legno appuntito e recuperato chi sa dove e no, non l’aveva scagliato nel vuoto, aveva mirato a me che non lo sopportavo, aveva puntato me per darmi la conferma definitiva che, per qualche motivo insondabile, lui ricambiava il mio odio, la malsopportazione, e voleva forse che quel gesto mettesse tra di noi una distanza nuova, e insieme una chiarezza

a lungo ho finto di amare la natura, e dentro questo amore nato per procura, per retorica, ho scritto ignobili poesie e canzoni impostori in cui parlavo di messi, di stagioni, perfino di stelle nel tentativo assurdo di conformarmi a certi modi d’altri che pure mi piacevano anche se, in fondo, non ne condividevo l’amore di partenza; mi chiedo oggi se io, allora, sapevo di fingere, sapevo di mettermi in posa, e la risposta è, come sempre, chiara e ambigua a un tempo: lo sapevo, lo sospettavo, eppure oggi so che, attraverso quel furto delle estetiche altrui, io mi esercitavo ad allargare il mio spettro, mi volevo più ampio, più innamorato di cose lontane, più sanguigno, e tutto non era che un esercizio, una prova per scovarmi, per trovare la misura di me

cinema e febbre, e languore, e angoscia, per esempio Alice nel paese delle meraviglie, un film e una storia che non ho mai sopportato, che mi ha sempre provocato un’agitazione ancestrale, un bruciore d’occhi: fin da bambino associo lo Stregatto, l’inquietante Brucaliffo, il Bianconiglio, a uno stato di nevrosi e di febbre, a sonni agitati spesi rigirandomi nel letto, nel sudore; esistono storie che associo al deliquio, a quel torpore che prende quando sale la temperatura e allo spasimo del corpo, al mal d’ossa, esistono storie che ho sorbito solo sotto le coperte, e ancora oggi, se penso alla possibilità di rivedere Alice nel paese delle meraviglie – una storia che detesto, che non capisco – penso con angoscia alla malattia, all’inquietudine e al languore

in questi giorni, portando mio figlio all’asilo, ho ritrovato per caso e di colpo quel particolare odore che hanno le scuole e che credevo di aver dimenticato, quell’atmosfera spessa e velata fatta di linoleum e luci larghe, di opacità filtrata – un’atmosfera che c’è in realtà soprattutto d’inverno, quando fuori è buio e si accendono le luci; ho ritrovato quella sensazione di miopia diffusa che provo ogni volta che entro in una scuola, come se gli ambienti fossero velati da una cataratta che sfuma i contorni, mette le persone in lontananza, ingiallisce l’aria

il sogno ricorrente, da anni, da sempre, di ritrovarmi sepolto vivo, ma quasi mai in una bara: in una grotta angusta, prigioniero di un budello, incastrato sotto un camion, tra assi di legno da cui filtra una luce flebile, lontana e irraggiungibile, oppure no, oppure tutto è completamente buio, ho un peso sul petto, uno spasimo che guizza dallo stomaco allo sterno, e mi sveglio urlando, mi trovo in ginocchio sul letto, in piedi, terrorizzato e piccolo come mai mi è capitato di trovarmi durante il giorno

[Continua?]