[La prima parte è qui]

[La seconda parte è qui]

negli anni Ottanta, durante i temporali più forti, ci affacciavamo alla finestra appoggiando le orecchie ai vetri, che erano molto sottili e ci permettevano di ascoltare provenire da lontano, da Cesano Maderno se ricordo bene, o addirittura da Seveso, una sequenza di colpi di cannone a salve: «Andrea, vieni a sentire» diceva la mamma, «c’è l’ebreo che spara per spaccare le nuvole»

l’angoscia che mi hanno sempre comunicato i paesi di montagna, i borghi ai piedi dei monti, quel senso di chiuso, quell’oppressione data dall’impossibilità di scappare, quel blocco all’immaginazione che mi impediva di sognare perfino di poter scavalcare la catena di montagne e di poter andare, subito, adesso, a vivere altrove, a fare qualcos’altro, a non essere qui; ero dove l’aria è più pulita e mi sentivo costretto, ancora oggi la sensazione che mi coglie è quella di fare fatica a respirare anche se sono a quote molto basse, sono chiuso dentro le montagne e non respiro, non respiro

la noia, a volte coscienziosamente cercata, perseguita, come un sentimento che, se ben dosato, è forse il più utile

le persone fuori della mia famiglia che posso in tutta coscienza considerare i miei maestri: il mio maestro di quinta elementare, con il suo andare spettinato, che ci insegnò che la scuola non è soltanto materie e compiti ma anche, per esempio, ascoltare ogni mattina per dieci minuti, all’inizio della prima ora, un brano di musica classica diffuso nell’aria da un vecchio giradischi che lui aveva portato da casa e lasciato nell’aula per tutta la durata dell’anno; qualche professore del liceo, un paio, fondamentali, dall’università, un certo numero di cantanti (che si sono dati il cambio nel tempo), molti scrittori, la gran parte dei quali morta da tempo, nessun poeta, nessun pittore, in fondo nessun cineasta

la noia, ancora, ma stavolta in senso del tutto negativo, quando, da adolescente, con l’idea di doverlo fare in quanto adolescente, leggevo i libri che bisogna leggere a quell’età, da Siddharta al Giovane Holden a Sulla strada, e mi trovavo a pensare è questa la letteratura?, è questo che mi dovrebbe muovere alla mia età?

e per lo stesso motivo, ho letto soltanto dopo i trent’anni cose che mi sono pentito di non aver letto prima, come Pinocchio, mentre invece non ho mai, mai, nella mia vita aperto e letto da cima a fondo un fumetto, sia esso Topolino, o Tex, o Dylan dog, niente, mai, e qualcuno mi dice, conoscendomi, «Si vede», e io non capisco perché e, soprattutto, benché questo sia a tutti gli effetti un buco nella mia formazione, non mi manca, non mi interessa aver creato, più o meno consapevolmente, questa lacuna

quante età, allora, ho saltato, quante non ne ho vissute davvero? Quella dei motorini, quella dei fumetti, quella dei mortaretti, che in inverno andavo a sparare nei campi insieme agli amici stando però defilato, senza spararne mai davvero uno, guardavo gli altri, li vedevo divertirsi e non capivo, e un po’ mi annoiavo ma in fondo, pensavo, il pomeriggio non mi offre davvero un’alternativa

il moccio, o forse un tratto di pelle colorato in modo diverso rispetto al resto, che per anni ho osservato colare, o forse rimanere immobile, calcificato, sotto la narice destra del naso della mia prima catechista, una donna piccola, piccolissima, che era alta come noi che avevamo sette, otto anni, e che continuamente rimaneva assente senza avvisare la mamma: ci trovavamo all’oratorio, nella stanza al primo piano, e l’aspettavamo finché un genitore andava al bar e provava a telefonarle e a volte non la trovava, a volte invece sì, e lei diceva che non aveva potuto avvisare che aveva la bimba malata; poi, quando c’era, ci spiegava la “dottrina”, ma io le guardavo il labbro superiore, perennemente in pericolo di essere inondato da quella broda salata e verticale e non capivo come fosse possibile che la parte sottostante il naso non le prudesse, che non sentisse quel liquido caldo nell’atto di precipitarle nella bocca, che non avesse orrore di inghiottirlo

il pizzicore sulla pelle nuda, sotto vari strati di indumenti, che mi dava la carta di giornale, con ogni probabilità un foglio estratto da una copia di Il giorno del giorno prima, mentre il nonno mi portava, issato su un seggiolino bianco e rosso montato sul manubrio della sua bicicletta, in giro per il centro del paese, a comprare il pane o alla stazione, a veder partire i treni per Milano, Varese, Novara e Como

entrammo, per stanchezza e perché volevamo vedere tutto, in una piccola, anonima chiesa nella parte più lontana del centro di Pietroburgo, (la memoria mi mette in fondo al Ligovskij prospekt, ma è qualcosa che in realtà non ricordo e che tento di ricostruire a posteriori), vi entrammo, dunque, e, già dopo aver varcato la prima delle due soglie, ci arrivò dall’interno un canto collettivo, potente e straordinariamente ben modulato, dove spiccava, se qualcosa può spiccare per bassezza, l’abisso della voce del pope, qualcosa che non ho più risentito nemmeno nelle messe di Pasqua nei monasteri di Mosca, quando i popi fanno a gara ad essere più gravi, più maschi e più vicini a Dio per profondità, si direbbe, e questo enorme fiato sonoro ci si spalancò davanti in tutta la sua maestosità non appena fummo dentro la chiesa, e ci fermammo nell’ingresso e ascoltammo il sacerdote che brandiva l’icona di qualcuno e si trascinava dietro, mentre cantava, mentre tutti cantavano, un nugolo di donne, che lo seguiva dall’iconostasi ai lati della chiesa, dove le fedeli e il loro pastore, sempre cantando questo magnifico canto che io ancora ricordo, benché non capissi le parole dello slavo ecclesiastico che le loro bocche pronunciavano all’unisono io ricordo la melodia, l’intreccio delle voci, il suo canone come di madrigale, e si muovevano insieme, il pope e le donne, vagavano a destra e a sinistra, compatti come uccelli, tutti conoscendo la prossima traiettoria, la prossima tappa di quel cammino sonoro dentro la piccola bocca di quella chiesa di periferia, e cantavano, e cantando rilanciavano di continuo questo canto ripetitivo, solenne e bellissimo, lo riacciuffavano quando sembrava che la melodia lo stesse mandando a morire, lo ributtavano nel vuoto e nell’eco della chiesa e lo ricominciavano, sempre dietro alla voce di drago del loro pope, e io e Nicola rimanemmo immobili e come sotto incantamento, guardavamo e ascoltavamo, e il canto avrebbe potuto non finire mai, non finiva mai, per molti minuti ci fummo soltanto noi sovrastati da questo suono e dal rumore delle suole e delle vesti di quella gente che s’inseguiva sul pavimento della chiesa e poi noi, le macchine fotografiche e le giacche a vento da montagna, fermi appena dentro la soglia, e la scrittura alfabetica non permette di restituire suoni, li può soltanto evocare, far immaginare, mentre io questi suoni li conosco, li so cantare e li canterei, li canterei dentro queste parole se sapessi come si fa, se lo scrivere sapesse farsi corpo e uscire dagli schermi, dalle pagine, per mettersi a dormire, no, non a dormire, ma a vibrare, a spostarsi, a inseguirsi, a camminare all’unisono dentro le orecchie di chi non c’era, dentro l’orecchio di voi che non sapete

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