[la prima parte è qui]

nei gruppi di maschi, a lungo mi sono tenuto in disparte, lasciando che altri, che pure io, dentro di me, sapevo di poter dominare, prendessero il sopravvento; perché? Non lo so dire, ma so che sapevo di essere migliore, più vivo di come mi presentavo agli altri, che c’era un me che non volevo esprimere per una volontà di nascondimento, di non mostrarsi tutto nelle relazioni. Mi sono rivelato, a poco a poco, alla ragazze che ho avuto e nelle cose che ho scritto

corollario sull’attesa: mi ha preservato e mi preserva dal vizio più grande, l’invidia. Ho sempre vissuto le vittorie degli altri, anche quando era chiaro che ero stato ingiustamente o immeritatamente sconfitto, con distacco, con serenità: «Non è questo il mio momento, arriverà»: dunque il mio non essere invidioso, forse, nasce dalla presunzione

eppure gli altri sapevano come si giocava, come ci si doveva comportare con le ragazze, come funziona un motorino, sapevano cose che io non sapevo, appartenevano al mondo in toto, ne conoscevano le regole, le accettavano o le rifiutavano, ma le conoscevano, il mondo e la loro età gli appartenevano; questo mi disturbava e a volte ancora mi disturba, quando mi rendo conto che non opero delle scelte o non faccio delle cose per evitare di scoprire che non le so fare, con l’idea di fondo, sempre ben occultata, di essere inadatto, un po’ inetto, ma soprattutto, l’unico inadatto, l’unico inetto

non ho mai imparato a rollare una canna, per esempio, e mi ricordo, ad Amsterdam, come mi tremavano le mani davanti a degli sconosciuti (credo francesi) che mi avevano chiesto di farne su una; era il periodo in cui avevo deciso che avrei imparato a farle e mi ci buttai, ma le mani, che non mi avevano mai tremato prima e non avrebbero più tremato dopo, disubbidirono, come se fossero affette da un morbo (e io dal morbo della vergogna), mentre l’erba cadeva sul tavolo e la raccattavo, e la cartina si gualciva; mi consolai pensando che i francesi mi credettero così esperto e così fatto che, ormai, le mie mani non mi rispondevano più, ma l’amico che era con me vide la mia debolezza e la capì

una pietra scagliata a caso, senza motivo e senza guardare, mentre ero adolescente, nel campetto sotto casa, letteralmente sfiorò la testa di Giovanni, un bambino di un palazzo vicino, mentre correva sull’erba insieme ad altri bambini; la pietra non colpì nessuno, si perse nel vuoto, e nessuno si accorse del mio gesto, che del resto non aveva ragioni, salvo questa, a posteriori: Giovanni era vivo, e io, terrorizzato dalla mia idiozia, decidevo che avrei cominciato a crescere

la simulazione del dolore mentre si prova dolore, ne ha parlato Pessoa. Ma non è solo questo: è l’auto-osservazione, lo studio dei propri sentimenti nel momento stesso in cui li si prova. Piangendo ai funerali sentirsi umani perché si piange, perché si soffre davvero; misurare la propria ebbrezza mentre ci si scopre innamorati, e sentirsi per questo partecipi del mondo, membri del consesso umano: «Provo anch’io, finalmente, questo sentimento. Ecco com’è, come si muove, come funziona. Ci sono anch’io». Ma, per via di questo studio, di questa auto-osservazione, non provare mai questi sentimenti completamente: mantenersi un po’ estranei, un po’ fuori da se stessi per potersi osservare e, anche, per calibrare quanta parte di sé mostrare agli altri

la vampa e il batticuore al cospetto dei seni nudi di E., la prima volta che li potei succhiare (ed era, per me, la prima volta in assoluto), accompagnati dalla paura di non avere un’erezione, (benché entrambi sapessimo che non l’avremmo fatto, non ora, non eravamo pronti), e insieme dalla vergogna, sì, la vergogna che lei capisse che, invece, l’erezione c’era

trovammo, io e B., un gattino appena nato, o forse abbandonato, nel parcheggio del supermercato; era sera, dopo cena, aspettavamo di vederci con qualcuno o forse no, forse era una di quelle sere di provincia in cui due amici vagano e chiacchierano e non fanno nulla. B. sollevò il gattino per la collottola, era grigio e tremava credo di paura e debolezza, B. disse che gli facevano schifo i gatti, specie se piccoli, e intanto camminavamo per il parcheggio, lo attraversavamo, avevamo diciassette o diciotto anni, io forse non ero più vergine, e quel gattino mi faceva un po’ pena dentro le grandi mani di B., ragazzo della borghesia buona di provincia (se c’è una borghesia buona di provincia) con velleità ribelli mai messe in pratica e anzi, presto sopite, forse represse, forse semplicemente accantonate una volta sopraggiunta la cosiddetta “età matura”, e insomma «Trema tutto» disse B., mentre io gli dicevo Lascialo giù, cosa ce ne frega di un gattino, ci avvicinammo a un cassonetto del vetro, quelli grandi, verdi e tondi, ed entrambi, credo, non sapevamo cosa fare, come uscire da quella situazione sciocca, finché B., con un gesto goffo che forse pensò di fare proprio mentre lo faceva, o di cui forse si pentiva mentre lo faceva, perché non c’erano violenza o ferocia, in quel gesto, piuttosto ritrosia, timidezza, un «lo devo fare perché sono arrivato fin qui e sono giovane, e non posso tornare indietro», con un gesto goffo scagliò il gattino dentro il buco tondo del cassonetto; il gattino vi cadde senza un verso, ma facendo sul vetro lo stesso rumore che fanno le bottiglie, mentre io guardavo B. e B. guardava me, e nei nostri sguardi c’era un Cosa cazzo hai fatto, sei impazzito?, e un Non lo volevo fare, o forse sì, non lo so. Rimanemmo in silenzio, da dentro il cassonetto non arrivava una voce, un suono, il gattino spero fosse già morto, a lungo ho immaginato – e ogni tanto immagino ancora – la sua vita lì dentro, mentre le persone scaricavano le loro bottiglie vuote ferendolo e, soprattutto, nell’attimo supremo, atroce, in cui i bracci meccanici del camion della spazzatura hanno afferrato quel cassonetto verde e lo hanno sollevato, quindi ribaltato per svuotarlo, e il micio, se era vivo, è rimasto travolto da chili di lattine e bottiglie rotte, è morto in un vortice di scarti taglienti e puzzolenti di vino, olio, bibite. Rimanemmo in silenzio, dicevo, entrambi increduli per ragioni opposte ma complementari, guardammo dentro il cassonetto ma dentro era troppo buio, con l’accendino non si faceva abbastanza luce, e dunque ce ne andammo, vedemmo gli altri, e io ci misi giorni a liberarmi del pensiero di quel gatto, e ci penso ancora oggi ogni volta che vedo un gattino o un cassonetto verde, anche se non amo i gatti ci penso, e in fondo, se è la prima volta in assoluto che parlo di questo fatto, che non conosce nessun altro a parte me e B. e che forse anche B. ha dimenticato, è perché io questo gesto, a B., non sono mai riuscito a perdonarlo

dai 15 ai, grossomodo, 20 anni, prima che smettessi completamente di farlo, ho composto, anche se il verbo non è esatto, poiché non conosco la musica, almeno quattrocento canzoni, scritte (testi con accordi) su dei quaderni che conservo e le cui melodie e giri di chitarra sono incise in una serie di nastri che conservo in qualche scatola da qualche parte; di queste quattrocento canzoni (ma è molto probabile che siano di più) oggi, forse, ne salverei, se le ricordassi tutte o avessi la pazienza di cercare quei nastri e riascoltarne le melodie, cinque o sei. In certe fasi, componevo una canzone al giorno, in alcuni giorni anche due (lo so perché lo ricordo, e perché avevo l’abitudine, poi perduta, di segnare sui quaderni la data in cui avevo composto il pezzo, e so per certo che ero sempre onesto). Componevo con l’ansia di comporre, di attestare me stesso. Comporre, scrivere i testi doveva essere come fare colazione, pranzare, andare al bagno: un’attività regolare e quotidiana; nei giorni in cui non avevo scritto nulla, provavo un senso di colpa che mi teneva sveglio, e mi ponevo, anche se non del tutto apertamente, una domanda: «Non ne sono più capace? Ho perso la vena?»

[continua?]