(Sensazioni e momenti che non ho più)

in un piccolo cortile sulla Collina della Tigre, a Suzhou, nella provincia dello Jiangsu, sulla riva del fiume Azzurro, nell’agosto del 2012 ho risentito, dopo trent’anni, l’odore, lo stesso odore che emanava il corpo del cane Gig (forse: Geeg), un vecchio bracco che girava per un’officina di San Fedele d’Intelvi, all’inizio degli anni Ottanta, quando vi trascorrevo certi periodi d’estate insieme alla nonna e a un cugino che non vedo da tempo, e che non so più dove viva né come, e con il quale giocavo a pallone e trascorrevo le ore più calde all’ombra del sottoscala dove riposava, insieme a noi, il cane Gig, l’unico animale che possa dire di aver sentito un po’ mio

non so recuperarlo, l’odore del cane Gig, uno degli odori che pure associo alla mia infanzia, non lo so recuperare e tuttavia sono certo che, se mai lo reincontrerò, lo saprò di nuovo riconoscere

il suono dell’armonica a bocca, quando è suonata con le mani a coppa, mi ha sempre fatto venire alla mente il sapore del latte freddo, senza zucchero

lo spasimo allo stomaco, la piccola contrazione che mi investe ogni volta (ancora oggi: dunque non è una cosa del tutto perduta, anche se è meno forte) che sento pronunciare o leggo le espressioni «mazzolino di fiori» o «cogliere dei fiori nel bosco»: come un vuoto, una risacca simile, seppure molto più delicata, a quella che a volte mi prende quando l’aereo su cui mi trovo si stacca da terra

(ho sentito questo spasimo anche adesso, mentre ne scrivevo)

per un’altra associazione di idee che non so spiegare, il bosco, questi fiori e questo spasimo mi portano immediatamente alla mente l’aranciata

il turbine di pensieri sconci su Dio, di bestemmie, ogni volta che mi trovavo alla messa, e la piccola, sciocca lotta per scacciarli, con la paura di essere sorpreso e punito

l’atroce destino ultraterreno dei suicidi secondo la dottrina cattolica, che mi terrorizzava più del loro gesto, e che è tuttora, per un riflesso condizionato, la prima cosa a cui penso quando sento di qualcuno che si è tolto la vita: si è ucciso, andrà all’inferno, non lo sa?

il fascino spaventoso (e poi pornografico) delle case abbandonate, dove trovavamo macerie, resti di pasti o di pernottamenti, siringhe, riviste

i racconti del terrore che mi faceva Angelo, il panettiere della corte dove si trovava il negozio di mamma: pieni di morti viventi, vampiri, fantasmi che lo inseguivano e che mi tenevano sveglio la notte e mi impedivano di attraversare il corridoio con la luce spenta

la paura, nel letto, di girarsi dando le spalle alla porta

la venatura di grasso della cotoletta impanata dell’asilo (e quel suo sapore, che non ho più ritrovato), l’orribile sensazione di soffocamento che mi prendeva tentando di masticarla, e il modo furtivo con cui la sputavo nella mano e la lasciavo cadere sotto il tavolino dove mangiavamo in gruppi di quattro: una volta, una suora, alla fine del pasto, incolpò la mia compagna Elena dello scempio, ma la carne masticata e poi buttata era mia

il costante disagio, il senso di inadeguatezza che ho provato per anni (ancora all’università) stando insieme ai miei coetanei; da bambino pretendevo sempre di stare al tavolo degli adulti, vergognandomi un po’ dei miei compagni di giochi, provando forme primitive di imbarazzo, di impaccio davanti alle bambine o alle adolescenti figlie di amici dei miei

l’idea che divertirsi, abbandonarsi, lasciarsi andare fosse qualcosa di cui vergognarsi, una debolezza

e dunque un costante recitar se stessi, facendo ciò che sapevo che gli altri (adulti o bambini) si aspettavano che facesse qualcuno della mia età, prevedendo le loro intenzioni, il loro pensiero nei miei confronti, e adattandomici

ho trovato nell’autobiografia di Bergman un episodio che io ho vissuto pari pari: mentre giocavo con gli altri (io a calcio, Bergman non ricordo), il più grande di noi, il bullo, senza una ragione mi venne incontro urlandomi qualcosa e mettendomi le mani al collo, senza stringere: una stretta delicata, quasi femminile, fatta più per esibizione che per cattiveria; eravamo all’oratorio e io non provai né paura né dolore, ma li finsi entrambi, tenendomi la gola per qualche secondo e sputando per terra (oh, la libertà, finalmente, di sputare per terra all’oratorio!), così che gli educatori notassero il fatto e lo cacciassero dal campo

la fine del disagio (o un suo mutamento di forma, ma non è una cosa perduta, dunque non se ne può parlare qui) dopo il dottorato, e la pubblicazione del mio primo libro: ero diventato qualcuno che aveva fatto qualcosa

la convinzione, antichissima, di essere quel qualcuno che avrebbe fatto qualcosa anche quando non potevo ancora sapere che cosa

il perenne, costante senso dell’attesa: «domani, o forse dopodomani», ma non oggi

ancora: consideravo infantile, spesso, chi era più grande di me, lo guardavo con gli occhi dell’adulto o, penso adesso, con gli occhi di ciò che pensavo dovesse essere un adulto; da ciò una certa aria di superiorità nei confronti degli altri, l’idea di concedersi loro ogni volta, di regalarsi, ma che il centro nevralgico della mia vita fosse altrove (dove?)

il sapore croccante delle focacce la mattina appena svegli, a colazione, a Pietra Ligure, dopo che il nonno era uscito di buon’ora per fare il suo bagno quotidiano e andare dal panettiere

[continua]