Il buco nero

Ieri ho inaugurato i lavori della Genoa School of Humanities, dedicata quest’anno al tema dell’altro, con un discorso che si è in larga parte basato su questo scritto. Mi hanno fatto notare che è una sorta di dichiarazione di poetica. Io ho fatto notare che, in fondo, parlo sempre delle stesse cose. Le due cose, forse, coincidono.

Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Chiesa per il lavoro che fanno, per l’invito e per la discussione che è nata da questi temi.

Diventare un aggettivo
Quando ero molto giovane lessi su una rivista una frase che non ho più dimenticato. Se ci penso adesso, la cosa è molto strana, perché io allora leggevo molto poco, non ero granché interessato alle cose della letteratura e non prevedevo che, nella mia vita, avrei scritto dei libri. È probabile, dunque, che lessi quella frase – e l’articolo che la conteneva – solo per darmi un tono con qualcuno, o per noia, anche se, oggi, non riesco a ricordare in nessun modo la situazione in cui mi trovavo mentre leggevo quelle pagine. Nell’articolo in questione si diceva che, alla fine, ogni scrittore e per estensione ogni artista lotta e produce la propria opera solo per diventare un aggettivo. «Pirandelliano», «kafkiano»: entrare nella lingua, nel linguaggio comune e modificarlo, dargli una direzione. Quando questo succede – e non succede poi così spesso – significa essere entrati nell’immaginario, divenendo un patrimonio. Non c’è nessun dubbio su cosa significhi «pirandelliano», e nemmeno su cosa voglia dire «dantesco».
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