Regesto delle cose perdute. Continuazione

[la prima parte è qui]

nei gruppi di maschi, a lungo mi sono tenuto in disparte, lasciando che altri, che pure io, dentro di me, sapevo di poter dominare, prendessero il sopravvento; perché? Non lo so dire, ma so che sapevo di essere migliore, più vivo di come mi presentavo agli altri, che c’era un me che non volevo esprimere per una volontà di nascondimento, di non mostrarsi tutto nelle relazioni. Mi sono rivelato, a poco a poco, alla ragazze che ho avuto e nelle cose che ho scritto
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Regesto delle cose perdute

(Sensazioni e momenti che non ho più)

in un piccolo cortile sulla Collina della Tigre, a Suzhou, nella provincia dello Jiangsu, sulla riva del fiume Azzurro, nell’agosto del 2012 ho risentito, dopo trent’anni, l’odore, lo stesso odore che emanava il corpo del cane Gig (forse: Geeg), un vecchio bracco che girava per un’officina di San Fedele d’Intelvi, all’inizio degli anni Ottanta, quando vi trascorrevo certi periodi d’estate insieme alla nonna e a un cugino che non vedo da tempo, e che non so più dove viva né come, e con il quale giocavo a pallone e trascorrevo le ore più calde all’ombra del sottoscala dove riposava, insieme a noi, il cane Gig, l’unico animale che possa dire di aver sentito un po’ mio
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Il buco nero

Ieri ho inaugurato i lavori della Genoa School of Humanities, dedicata quest’anno al tema dell’altro, con un discorso che si è in larga parte basato su questo scritto. Mi hanno fatto notare che è una sorta di dichiarazione di poetica. Io ho fatto notare che, in fondo, parlo sempre delle stesse cose. Le due cose, forse, coincidono.

Ringrazio Raffaello Palumbo Mosca e Lorenzo Chiesa per il lavoro che fanno, per l’invito e per la discussione che è nata da questi temi.

Diventare un aggettivo
Quando ero molto giovane lessi su una rivista una frase che non ho più dimenticato. Se ci penso adesso, la cosa è molto strana, perché io allora leggevo molto poco, non ero granché interessato alle cose della letteratura e non prevedevo che, nella mia vita, avrei scritto dei libri. È probabile, dunque, che lessi quella frase – e l’articolo che la conteneva – solo per darmi un tono con qualcuno, o per noia, anche se, oggi, non riesco a ricordare in nessun modo la situazione in cui mi trovavo mentre leggevo quelle pagine. Nell’articolo in questione si diceva che, alla fine, ogni scrittore e per estensione ogni artista lotta e produce la propria opera solo per diventare un aggettivo. «Pirandelliano», «kafkiano»: entrare nella lingua, nel linguaggio comune e modificarlo, dargli una direzione. Quando questo succede – e non succede poi così spesso – significa essere entrati nell’immaginario, divenendo un patrimonio. Non c’è nessun dubbio su cosa significhi «pirandelliano», e nemmeno su cosa voglia dire «dantesco».
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