Una stupidaggine che dico sempre, ma che non considero priva di fondamento, è che difficilmente, nel corso della mia vita, mi sono imbattuto in capolavori scritti o composti o immaginati dopo i 65/70 anni. Detto altrimenti: sembra che gli scrittori abbiano a disposizione un tempo limitato (trenta/quarant’anni) per spremere fino al midollo il loro talento. Dopodiché ci sono mestiere, maniera, ma anche stanchezza. So perfettamente che esistono così tante eccezioni a questo teorema da renderlo poco più di una boutade, eppure non trovo nella memoria, tra i libri che mi hanno cambiato la vita, uno che sia stato scritto in età senile. Fanno eccezione (ne metto subito una io) i tre libri dell’autobiografia di Elias Canetti – che sono un autentico monumento del Novecento e uno dei suoi vertici.
Ma si tratta di un’autobiografia, non di un’opera di pura invenzione.

Negli ultimi anni i miei maggiori entusiasmi si sono accesi al cospetto di biografie e autobiografie. Per molto tempo, chissà poi perché?, sono stato lontano dai memoir, finché non li ho scoperti. Oggi posso dire che, oltre a Canetti, alcuni dei libri che considero fondamentali per la mia formazione di lettore sono autobiografie. D’istinto, mi vengono in mente L’epoca e i lupi di Nadežda Mandel’štam, La mia testimonianza davanti al mondo di Jan Karski, le Memorie di Casanova. Ma ce ne sono parecchi altri, anche perché, qui, intendo il termine autobiografia in senso molto ampio, così ampio da includere anche molte cose di W.G. Sebald (senza dubbio lo scrittore più importante degli ultimi vent’anni), il Diario di Hiroshima di Hachiya, i cinque libri dell’autobiografia di Thomas Bernhard e così via. Sto leggendo in questi giorni e con grande piacere – ed è a suo modo un paradosso, visto che non ho letto nient’altro di suo e che, si può dire, si tratta di un autore che non conosco affatto – quel Rapporto al Greco che Nikos Kazantzakis scrisse alla fine della propria vita e che altro non è, nonostante le avvertenze dell’autore, se non la storia della vita di un uomo raccontata da lui medesimo.

Mi chiedo, al di là della normale oscillazione del gusto e delle esigenze: perché? Che cosa cerca, normalmente, un lettore di autobiografie altrui? La “verità”?, il rapporto fedele con la realtà? Non credo. Nessuna autobiografia è completamente onesta (Bernhard che parla di sé dice la verità? No, e lo ammette perfino. Yeats ha addirittura scritto delle Autobiografie, Stein ha scritto di sé nell’autobiografia apocrifa di un’altra persona). E mi chiedo, del resto: mi interessa la verità – ossia la totale fedeltà ai fatti e alle opinioni – mentre leggo un libro, anche autobiografico? Certo che no, quella mi interesserebbe trovarla semmai dentro il giornale. Sul comodino ho le Memorie di Lorenzo Da Ponte – uno dei più grandi bugiardi della storia: le leggerò senza credergli, e me le godrò; poi passerò a De Quincey, altro grande millantatore. Nessuno del resto chiede alla letteratura in senso lato di raccontare la verità, ma di trasfigurarla, di essere più vera del vero, e il problema spicciolo legato al fatto che quella particolare situazione si sia davvero verificata è molto spesso di secondaria importanza. Ancora: cerco nelle vite degli altri quella straordinarietà e quell’esemplarità e quell’azzardo che non trovo nella mia? In parte sì, forse, ma se è così lo è in modo inconscio e dunque non mette conto di parlarne.

Ragionavo di recente su questi argomenti e mi è venuta in mente una bozza di risposta, che considero credibile ma che metto qui soltanto come ipotesi, come una strada possibile: nell’autobiografia, intesa come racconto di sé in senso molto ampio, amo la lontananza da gli schemi della narratologia. So bene che anche il racconto autobiografico ha le sue regole, eppure lo vivo, da lettore, come meno vincolato rispetto alla forma romanzo. In un’autobiografia non ci sono per forza il principe, la principessa, il drago, il bosco da attraversare, gli aiutanti. Non c’è Propp, non c’è lo strutturalismo, non c’è la tecnica necessaria a far stare in piedi un romanzo: l’opera qui si regge sul fatto che chi racconta ha cose da raccontare e l’autorità necessaria per farsi ascoltare. Quando c’è da divagare, si divaga, quando c’è da tornare su cose già dette, si ritorna, quando c’è da inserire pagine di saggistica, lo si fa. Badate che io non ho niente in contrario a Propp, a Bachtin e a tutti quelli che hanno studiato la forma del testo, anzi: gran parte di quello che so lo so perché li ho letti e perché li amo, e talvolta li rileggo ancora. Ma ogni tanto, forse, ho bisogno di una fuga, di un racconto per così dire libero, sciolto dagli snodi narrativi, dalle sequenze (che pure ci sono, perché anche l’autobiografia è un racconto: ma un racconto che si può permettere di essere, a volte, narrativamente incongruente perché ha un appoggio – vero o presunto – al di fuori dell’alveo della narratologia, e dunque può romperne alcune regole. Questo è un altro paradosso del genere autobiografico: esso può essere imperfetto e sghembo, perché ha, fuori dalla porta, una realtà su cui si poggia; il romanzo di finzione, invece, deve funzionare, deve stare in piedi, e perché ciò accada non deve avere una cosa fuori posto. È curioso, no? Il racconto fantastico è vincolato, quello reale, personale, è libero).