Si tratta di una recensione dei Repertori dei matti della città di…, curati da Paolo Nori per Marcos y Marcos: una sua versione leggermente accorciata è sull’Indice dei libri di questo mese

“Tranne me e te, il mondo è pieno di gente strana. E poi anche te sei un po’ strano”: lo diceva, nelle Opere complete di Learco Pignagnoli, Daniele Benati, con cui il Paolo Nori scrittore ha qualche grado di parentela e nei cui confronti, forse, ha anche qualche debito, se è vero che due delle ultime cose che Nori ha prodotto per Marcos y Marcos sono una collana, che si chiama appunto “Il mondo è pieno di gente strana”, e questi volumetti di cui parleremo a breve. Nella collana che cura, Nori si occupa di biografie di personaggi del mondo della letteratura di cui chiede agli autori di indagare le stranezze, le bizzarrie; la collana ha finora dato vita a due libri: Il medico, la moglie, l’amante, in cui il grande slavista Fausto Malcovati ripercorre le tappe della carriera di Anton Čechov, e Sono socievole fino all’eccesso, una vita di Montaigne ricostruita da Ugo Cornia. In parallelo, e sempre in veste di curatore e, per così dire, di ispiratore, Nori pubblica questi repertori dei matti di varie città italiane sulla falsariga di un altro Repertorio, quello dei pazzi della città di Palermo che compilò Roberto Alajmo nel 1994. Un libro per città – finora siamo a quattro, ma già nell’introduzione al progetto che Nori fa all’inizio di ciascuna pubblicazione se ne annunciano altri.
Chi scrive questi libretti esili e scanzonati? Un collettivo di autori, di cui all’inizio vengono segnalati i nomi: sono i partecipanti ai seminari e ai corsi di scrittura creativa che Nori tiene un po’ in tutta Italia. Ogni gruppo, va da sé, si occupa dei matti della città in cui vive e ne racconta le storie, senza specificare – non è del resto così importante – se corrispondano o meno alla realtà (si ha anzi il sospetto, leggendo, che gli autori si siano così divertiti a fare il libro che si siano lasciati andare, e abbiano cominciato a inventare, a fantasticare). Così, chi legge si trova davanti un campionario più o meno vasto di figure strambe, a volte buffe e a volte malinconiche: c’è perfino qualche personaggio noto che era sì strano, ma non certo un caso clinico. In ogni caso, il lettore incontra aneddoti, piccoli apologhi, profili che vanno dalle tre righe alla paginetta e che hanno alcuni tratti in comune: la maggior parte di essi, per esempio, comincia con “Uno…” (“Uno viaggiava sulla 42…”, “Uno stava sempre alla finestra…”, “Uno diceva…”); il tono generale del progetto è quello della chiacchiera da bar – c’è dentro l’idea che due persone si incontrino e uno racconti all’altra la storia stravagante di qualcuno che ha visto, o dello scemo del villaggio. Stupisce semmai, del tono, la sua unità: nessuno di questi libri è stato scritto da Paolo Nori, eppure sembrano tutti scritti da una sola mano, in grado di riproporre sulla pagina quel tono colloquiale, semplice e ai limiti del parlato che ha fatto la fortuna della scuola emiliana.

Perché si dovrebbe leggere un pugno di libri del genere? Per amor di sociologia? Per la ricostruzione storica? Per scoprirvi dentro una sorta di antropologia urbana? Niente di tutto questo: i Repertori sono dei divertissement, un inno alla leggerezza e al cazzeggio, il modo per passare delle ore gradevoli leggendo piccole storie e, perché no, entrando dentro le vite marginali di quelle figure così particolari che contribuiscono a dare la cifra delle città che le ospitano. Lo dimostra il fatto, mi pare, che l’atteggiamento di chi scrive nei confronti dei “suoi” matti è sempre bonario: si guarda a questi individui – veri o inventati che siano – con simpatia e forse un filo di perbenismo (“Quello lì è matto, senti che cosa fa”: è questo il motore di tutte le storielle). Anche quando si raccontano vite che, scavando, risulterebbero drammatiche, ci si ferma sempre un metro prima di intristirsi o compiangere o diventare moralisti.