Ho letto per la prima volta Moby Dick a undici anni, e fu per errore, perché non lo potevo capire. Per la verità, non mi ricordo se lo lessi per intero, ma di sicuro andai molto in là con la lettura. Ero in Trentino con i miei in vacanza, poteva essere il luglio o l’agosto del 1989. Non sono sicuro del mese, ma lo sono dell’anno, perché l’esperimento di una vacanza estiva in montagna non fu più replicato e, per qualche motivo, tutti in casa, benché non abbiamo documenti che lo provino, associamo detto esperimento a quell’anno. Così, io avevo undici anni e, su una bancarella vicino al torrente gelido che scava dentro Moena, trovai la mia prima copia di Moby Dick.
melitaEra un’edizione per ragazzi, illustrata, e pubblicata da un editore che da tempo non c’è più: i Fratelli Melita. Non so più dove sia finita quella copia di grande formato, con la copertina rigida e le tavole a colori. Però so che già allora, benché non fossi un grande lettore (sono un lettore tardivo: faccio risalire le prime letture davvero consapevoli, o meglio, l’idea di voler leggere con costanza, intorno ai miei 18 anni, con tutto un corredo di mancanze che fa inorridire chi mi conosce – i fumetti? Mai letti, Roald Dahl? Mai letto, Pinocchio? Letto per la prima volta a trent’anni, Molnar? Harper Lee? Christiane F.? Gianni Rodari? Mai letti. E così via), già allora, dicevo, ero attratto dai libri grossi per una forma di istinto o di snobismo primitivo (altra mia lettura di quegli anni, anche se forse ero un po’ più grande: L’autobiografia di Malcolm X, presa per lo splendido inizio e per le sue 500 pagine). Il mio primo Moby Dick era un mastodonte che mi pesava sui polsi (l’edizione era integrale) e che iniziai a leggere come se fosse il libro di avventure che non è. Ne capii la millesima parte, ma vi scovai dei capitoli – più per i titoli straordinari che per il contenuto oscuro, credo – che sono ancora oggi i “miei” capitoli di Moby Dick, le prime cose a cui penso quando penso a quel libro: Delle raffigurazioni mostruose delle balene e Delle balene in dipinto, in denti, in legno, in lastre di ferro, in pietra, in montagne e in stelle. Mi inquietavano e mi affascinavano, e furono in qualche modo la mia prima educazione alla lettura: le divagazioni, le descrizioni, l’interruzione della trama non sono dei rallentamenti del libro, ma sono il libro. Ero spaventato ma ostinato.

Poi venne Pavese (e per chi non è venuto?). Una dozzina d’anni fa o giù di lì. Molti dicono che si tratti di una traduzione ingenua, troppo libera e dilettantesca: che sia Pavese che traduce Melville e non Melville tradotto da Pavese. Ma che meraviglia! Che grandezza! Che ritmo! Aggiunsi un altro capitolo al novero dei “miei”: la grandiosa, folle Predica di padre Mapple in quella cappella a Nantucket che assomiglia tanto a uno scafo e anche a uno scheletro di balena. Padre Mapple parla di Giona a un nugolo di marinai in partenza, e tutti i marinai sono già dentro la pancia della balena, tutto Moby Dick è raccolto dentro queste poche pagine infuocate.

Ho finito ieri la mia terza volta, nella versione che Ottavio Fatica ha preparato per Einaudi. Altro capitolo, di cui mi ero del tutto dimenticato: Le candele, quella specie di Sabba per uomo solo in cui Ahab trascina con sé i suoi uomini nell’abisso. Ma c’è una sorpresa: Moby Dick letto per la terza volta è e rimane un trattato gnostico, un libro di cetologia e baleneria, una preghiera e una bestemmia, ma è anche un libro comico. Le prime centoquaranta pagine (grossomodo finché Ahab non compare sul ponte) sono pagine che, benché contengano La predica, mettono in scena un uomo, Ismaele, tutto sommato buffo, perennemente spaventato e incerto, che parla di zuppe di pesce e si rintana nelle coperte per paura di Queequeg. È con Ahab che comincia il vero dramma, è con lui che entrano appieno nel libro le Scritture, i presentimenti di morte, le maledizioni, ed è con lui che il romanzo smette di essere un semplice racconto e si fa trattato sul Tutto. Ahab non c’è, si vede tutto sommato poco almeno fino all’ultima trentina di capitoli, eppure è lui che guida la penna di Ismaele, che la piega alla saggistica, all’opinione, alla divagazione e alla cosmogonia. Ahab è un Prospero che pensa per Ismaele e lo fa scrivere, lo fa andare laddove nessuno, prima di lui (forse solo il Tristram Shandy), aveva osato andare. Rimane però un senso di leggerezza, di divertimento nel leggere i primi ventotto-trenta capitoli: il rapporto tra Ismaele e Queequeg non ha paura del ridicolo e ci sono, sparsi qua e là nel romanzo, alcuni momenti in cui sembra quasi che ci sia tra loro più di un’amicizia, ma un’attrazione. Penso, naturalmente, all’idillio che si instaura tra i due dopo la prima notte passata insieme allo Sfiatatoio (rileggetevi il capitolo Un amico del cuore), ma penso anche, soprattutto, a cosa scrive Ismaele in Il cavo da scimmia, dove si racconta dei lavori di scavo nel dorso della balena squartata e agganciata alla nave: Queequeg si cala sul dorso del Leviatano; è legato con una fune a Ismaele, che lo guarda dall’alto, dalla nave: «Per l’occasione Queequeg sfoggiava il costume delle Highland, con tanto di gonnellino e calzettoni, che gli donava non poco, se non altro ai miei occhi […]». E così via.

Ma è buona la traduzione di Fatica, di cui si fa così tanto parlare? È difficile giudicare, per me: ho confrontato alcune pagine con l’edizione originale e con Pavese, ma non sono in grado di esprimere un giudizio compiuto. Ogni traduzione di Moby Dick è sovrastata dalla grandezza dell’oggetto che traduce. Di sicuro, la versione di Fatica è la più difficile di quelle che ho letto: laddove Pavese narra, Fatica sembra a volte voler sovraccaricare il testo di significati. Ma è una sensazione, non un giudizio. Faccio un esempio, tratto dall’incipit. Pavese traduce il titolo del primo capitolo (Loomings) con Miraggi; Fatica con Morgane. Confesso che non ho capito subito a quali morgane Fatica si riferisse: ho capito però che la sua idea era, da subito, quella di lanciare una sfida a Melville e al lettore. Proseguendo, Melville scrive: «whenever it is a damp, drizzly November in my soul»; Pavese è tranquillo: «ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso»; Fatica è retorico, antico: «quando l’anima si intride di uggia novembrina». E così via. La sensazione che si ha a volte leggendo Fatica è quella di leggere un libro scritto oltre un secolo e mezzo fa. Ma è così!, dirà qualcuno. È un problema vecchio. Melville scrive nel 1851 un romanzo dove, se è pur vero che i marinai, nei dialoghi, parlano a volte la lingua di Shakespeare (e qui Fatica fa un lavoro eccezionale), il narratore parla la lingua del 1851: ovvero racconta ai suoi contemporanei una storia usando la loro lingua. Chi legge Fatica oggi, non legge un libro scritto nella sua lingua, ma in una lingua antica, che aggiunge significati, sfumature che non esistono nel rapporto originale instaurato da Melville con i suoi (ahimè pochi) lettori dell’epoca.

Fatica fa bene? Fa male? Intacca un monumento o ce lo presenta così come è giusto che sia presentato? Non lo so. Non giudico. Dico soltanto che io, questa versione di Moby Dick, l’ho letta in meno di una settimana, divertendomi ed entusiasmandomi. Da tempo non mi capitava, una volta finito il libro, di fare una cosa che fanno a volte i lettori occasionali: sfogliare il libro all’indietro rileggendone dei passi, perché non si ha voglia di uscire da quel mondo, perché il romanzo è finito ma non deve finire, non ancora. Come ho detto, credo che la grandezza di Moby Dick sovrasti ogni cosa, perfino le infedeltà, le sfide, i bisticci e le audacie delle sue traduzioni.