Non voglio fare un post sui libri che ho letto quest’anno. Non leggo quasi mai quelli che fanno gli altri, dunque non voglio che gli altri si trovino a dover scegliere di non leggere il mio. Dico soltanto che, un po’ per fortuna, ho letto nel corso degli ultimi mesi parecchie cose che mi hanno entusiasmato: da alcuni classici su cui non ero ancora passato (su tutti Le relazioni pericolose di Laclos, un libro che non avrei mai voluto finisse, ma anche Il silenzio del mare di Vercors), alla strepitosa autobiografia di Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo, da due libri che sono qualcosa che sta a metà tra il saggio e il romanzo (Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale e Trieste di Daša Drndić), a un paio di saggi che, per certi versi, sono sorprendenti anche per me: un piccolo libro di Agamben su Pilato e Gesù, e soprattutto Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale della teologa Maria Caterina Jacobelli (lo cercavo da anni, alla fine l’ho trovato). Altro capolavoro: A proposito di Čechov di Bunin.

Questi i libri che più ho amato quest’anno e che mi porto dietro. Ma a volte, diciamo una volta all’anno quando sono fortunato, mi succede di leggere un libro – di solito è un romanzo e raramente è un romanzo puro – che per qualche motivo sposta l’asse delle mie letture e innesca una riflessione sul mio scrivere. Un libro che mi indica quale potrebbe essere la prossima tappa, quali sono i motivi (soprattutto stilistici, ma non solo) su cui io come autore dovrò mettermi a ragionare se vorrò che le prossime pagine mie continuino ad avere un senso in quello che considero un percorso. Mi è successo, negli anni e in ordine sparso, con Malaparte, Volponi, Yourcenar, Sebald, Parise solo per citarne alcuni: certi loro libri, affrontati la prima volta, mi hanno detto che la letteratura poteva essere fatta anche in un altro modo, mi hanno suggerito che il reame della letteratura è un po’ più ampio di quanto credevo fino al momento prima di prenderli in mano. Sono un lettore fortunato, ripeto, perché questo innamoramento e questa folgorazione mi accadono ancora abbastanza spesso, e questo fatto e questo amore anestetizzano la paura che ogni tanto mi prende quando fatico, magari per settimane, a scovare un libro che davvero cambi le carte sulla mia tavola. Allora la leggera angoscia e claustrofobia che a volte sento quando leggo se ne vanno per un po’, e tutto si ridefinisce, trova nuovi spazi.

Ecco, io sono una persona un po’ diversa rispetto a quella che non aveva letto Il quinto evangelio di Mario Pomilio.