letterazeroSegnalo che è uscito il secondo numero di Lettera Zero, una rivista a cura di Vito Santoro. Contiene uno speciale su Mario Soldati a cura di Raffaello Palumbo Mosca: vi ho partecipato scrivendo un breve intervento allo stesso tempo molto personale e, per così dire, critico. Parlo di Il vero Silvestri, il romanzo attraverso cui ho conosciuto Soldati, e parlo anche di un preconcetto che avevo verso di lui per colpa di Lalla Romano. Il pezzo si intitola Il padre mancato e comincia così:

A lungo, per una forma di rifiuto, non ho letto i libri di Mario Soldati e la colpa, se così si può dire, è di Lalla Romano. Alcuni anni fa, per uscire da un periodo di disoccupazione e in attesa di capire quale direzione avrei potuto dare alla mia vita lavorativa, finii – e non vale la pena spiegare come – a fare per qualche mese il segretario personale del vedovo di Lalla: ogni mattina salivo su un treno delle Nord e, da Saronno dove abitavo, mi recavo in Brera, a Milano, nella casa dove la Romano aveva vissuto fino al momento della morte. Antonio, che era stato il secondo marito di Lalla, era all’epoca un signore di una sessantina d’anni che viveva (e tuttora vive) nell’ansia di celebrare la moglie, perpetuandone la memoria con un’ostinazione e una goffaggine che sarebbero commuoventi se non finissero per travolgere ogni cosa e ogni persona che incontrano per la via. La casa, la celebre casa di Lalla Romano, posta proprio di fronte all’ingresso dell’Accademia di Belle Arti, era un luogo affascinante e inaccessibile: un appartamento di molte stanze ricoperto di un parquet scuro e scricchiolante e da almeno diecimila volumi disseminati – in modo del tutto casuale – su delle enormi scaffalature piene di polvere e fotografie, e poi sui tavoli, sulle sedie, per terra e sotto i mobili. Mischiate ai libri, decine di faldoni di carte, di manoscritti, di lettere, di ritagli di giornale che spesso trovavo abbandonati sui fornelli («Non toccare! È l’archivio» diceva lui) o sopra i caloriferi. Era la festa dell’accumulo.

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