Quando avevo circa sette mesi, alla fine del 1978, Andrej Čikatilo commise, in modo quasi inconsapevole, il suo primo omicidio: quello di una bambina di nove anni dagli occhi grandi e distanti, Lena Zakotnova. Dodici anni e cinquantacinque omicidi consapevoli più tardi, in seguito a una caccia da parte delle autorità che si era fatta sempre più affannosa e che si era inasprita almeno dalla metà degli anni Ottanta, Čikatilo fu arrestato. Era la fine di novembre del 1990, l’Unione sovietica si apprestava a cadere e finalmente, sui telegiornali di tutto il mondo, compariva il volto di questo uomo debole e spietato. Chiki_1Osservavo l’immagine del suo volto, che negli anni a venire avrei visto così spesso in foto in bianco e nero prese dagli archivi del Kgb o dagli album di famiglia di Čikatilo e poi, ancora, in ritratti che qualcuno gli fece durante il processo nell’aula di tribunale di Rostov, quando lui si presentava davanti alla corte con i capelli rasati a zero, lo sguardo studiatamente spiritato e un’orribile camicia celebrativa delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Guardavo quel suo fare stropicciato, le labbra così sottili fino quasi a scomparire, inghiottite da una bocca per la quale, sapevo, erano passati gli organi di molte delle persone che aveva ucciso, e mi chiedevo come un uomo dall’aspetto così ordinario e trasandato, così mediocre, potesse essere il responsabile di una violenza così inaudita, di un tale furore animale. Me l’immaginavo, Čikatilo (avevo dodici anni), con il sangue delle sue vittime che gli impiastrava il mento, e mettevo in quegli occhi un’intenzione diabolica che oggi, dopo averlo studiato e averne scritto, non sono così sicuro di potergli attribuire. Chiki_2Ma erano soprattutto le labbra a turbarmi, e ci misi parecchio tempo a capire perché. Ebbi l’illuminazione un giorno, all’improvviso: poteva essere il 1992, e alla televisione trasmettevano delle immagini di una seduta del processo di Rostov. Ebbene, le labbra di Čikatilo erano le stesse labbra sottili del nonno, del mio amato nonno colpito da un ictus nel marzo del 1990. Mi sono detto spesso, negli anni, che Čikatilo ha cominciato a uccidere quando io nascevo e ha finito quando il nonno si è ammalato, come se tra la mia famiglia e questo assassino incredibilmente solo ci fosse un legame sotterraneo e insondabile. Čikatilo aveva le labbra del nonno, e in certe sue espressioni, ancora oggi, vedo tra loro due una somiglianza che mi inquieta e che mi ha spinto, alcuni anni fa, a decidere che, forse per liberarmi di questo paragone osceno, dovevo scrivere un libro su di lui.nonno_2

All’inizio, confesso, l’idea era quella di scrivere un romanzo alla Carrère. Naturalmente non ne sono capace, più per una questione di voce e punto di vista che per questioni tecniche. È al tempo stesso vero che la mia vita e quella delle persone che ho normalmente intorno non è così interessante e bizzarra da valere un romanzo. Chi crede che tutto sia raccontabile ha ragione, ma ha torto se pensa che tutto ciò che effettivamente si racconta è bello e interessante. Scrivere è anzitutto operare una selezione. Nel romanzo alla Carrère i piani narrativi dovevano essere due: nel secondo, ovviamente, la storia di Čikatilo; nel primo, invece, volevo inserire una parte autobiografica – un pezzo di storia della mia famiglia, legata alla vita di Čikatilo grazie alla sorprendente somiglianza tra lui e il nonno. C’era qualcosa, in questo progetto embrionale, di non mio, di lontano dalle cose che voglio e so fare. Mi hanno salvato Agnese Manni e Carlo D’Amicis, i quali, mentre cominciavo a studiare per quello che oggi è il Giardino, mi chiamarono proponendomi un libro sull’eutanasia che fosse un ibrido tra il saggio, l’autobiografia e il reportage: La buona morte è così un libro gemello del Giardino. In esso ho scritto quello che non ho scritto nel romanzo: la storia del nonno, la mia e anche qualche considerazione teorica che è alla base del lavoro su Čikatilo. La buona morte e Il giardino delle mosche sono pertanto due libri parenti che in qualche modo, nella mia testa, si fanno il controcanto: è come se l’uno fosse il contrappunto saggistico dell’altro. È una grande forma di libertà poter scrivere, mentre si studia per un romanzo, un libro in cui far convogliare le note e le riflessioni che lo studio e gli appunti fanno via via emergere. Oltre che una libertà, è anche una liberazione: avendo sfogato almeno in parte l’autobiografismo in La buona morte, il Giardino ha potuto diventare il libro che, in fondo, ha sempre dovuto essere.

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