11896040_10207508581577238_6450497653055747196_nIl nuovo romanzo uscirà giovedì 17 settembre per l’editore Ponte alle Grazie. Si intitolerà Il giardino delle mosche e in queste settimane vorrei raccontare due o tre cose intorno alla sua concezione e alla stesura che mi sembrano interessanti per inquadrare il libro e l’idea che lo sostiene.
Il giardino delle mosche è la storia, raccontata da lui medesimo – anche se non tutto è quello che sembra – di Andrej Romanovič Čikatilo, il “mostro di Rostov”: un uomo apparentemente normale che, dal 1978 al 1990, uccise e mutilò, in alcuni casi mangiando parti dei loro corpi, circa 56 persone. Credo che il testo della bandella sia sufficientemente eloquente e dica molto di quel che c’è da sapere:

«Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Čikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva nei modi più orrendi almeno cinquantasei persone. Le sue vittime – bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne – avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole. Erano insomma simboli del fallimento dell’Idea comunista, sintomi dell’imminente crollo del Socialismo reale. Questo libro, sospeso tra romanzo e biografia, narra la storia di uno dei più feroci assassini del Novecento attraverso la visionaria, a tratti metafisica ricostruzione della confessione che egli rese in seguito all’arresto. E fa di più. Osa raccontare l’orrore e il fallimento in prima persona: Čikatilo, infatti, in questo libro dice «io». È lui stesso a farci entrare nella propria vita e nella propria testa, a raccontarci le sue pulsioni più segrete, le sue umiliazioni e ossessioni. Il giardino delle mosche è un libro lirico e crudele allo stesso tempo: la storia di un’anima sbagliata, una meditazione sul potere e la sconfitta e, soprattutto, una discesa impietosa fino alle radici del Male».

Mi piace molto che il romanzo, nella bandella, sia definito «la storia di un’anima sbagliata», benché io sia consapevole che, per qualche motivo, ogni mio libro è questo tipo di storia e dunque questa definizione non rende giustizia alle altre mie opere. In ogni caso, nella mia testa, il Giardino costituisce la chiusura di un dittico aperto con Il demone a Beslan. Ho detto altre volte che, per certi versi, la letteratura è anche il pagamento di alcuni debiti: con il Demone e il Giardino considero pagato (almeno per quel che riguarda le mie capacità) il mio debito con la Russia e la sua letteratura. Nel Demone si parlava di colpa, di male, di redenzione, qui si parla del potere. Non potrei dirla in modo più stupido e limitante e non potrei rendere meno interessante il Giardino – che è molto di più di quello che posso dire in queste poche righe; non sono nemmeno convinto che sia giusto legarlo a doppio filo al Demone, visto che questo libro ha il proprio passo, la propria voce e il proprio tono ed è nato in modo del tutto indipendente da suo fratello. I due libri hanno, ovviamente e al di là dell’ambientazione, delle cose in comune: se così non fosse non sarei il loro autore. Ma per certi versi – lo scoprirà il lettore che vorrà – sono persino antitetici. Ragionano sul punto di vista, sulla voce e sul diritto di raccontare, ma lo fanno in modo diverso e soprattutto, mi pare, con una lingua diversa: quella del Giardino mi pare più matura, meno impulsiva. Ma non voglio farla troppo lunga, non adesso. Voglio solo dire una cosa di cui sono convinto da mesi: il libro contiene alcune delle pagine più belle che abbia mai scritto. È per lunghi tratti il mio vertice di scrittore.