Uscirà l’11 febbraio per le edizioni ItalicPequod un libro d’esordio a cui tengo molto e che ho avuto la fortuna di seguire nel percorso tortuoso che lo ha portato alla pubblicazione. Si intitola Le radici del mare ed è una raccolta di splendidi racconti che sembra siano stati scritti in un posto che è fuori dal tempo. Anche il loro autore, Leonardo Guzzo, e il talento che si porta dietro sembrano provenire da un altro tempo.
Ho scritto per il libro il testo del risvolto di copertina: non credo che Leonardo né il suo editore se ne avranno a male se lo anticipo qui.

guzzo

«A volte ho l’impressione che il mare scavalchi la riva e si infili dentro i vicoli e sommerga le soglie, i portoni, le gabbie dei lampioni appesi ai muri. E noi davvero viviamo come un popolo sottomarino. Lontani da tutto. L’istinto ci mantiene dentro la corrente e ci basta la certezza della nostra vita».

C’è qualcosa di antico e di felicemente inattuale nel modo in cui Leonardo Guzzo costruisce i suoi racconti. Sono storie di immigrati, di nuotatori, di sognatori per indole o per obbligo e di lavoratori del mare: vi si descrivono il vecchio e il nuovo mondo, ma vi trovano posto anche mondi ulteriori, immaginati e trasognati. Vi si raccontano la povertà e il riscatto, le partenze e gli abbandoni e molti viaggi – ora ostinatamente perseguiti, ora, invece, compiuti per costrizione; vi si narra di atlanti che sono libri magici, di dolori che mangiano la felicità e di battaglie d’altri tempi. E tutto sembra ambientato in un tempo sospeso, in un cronotopo mitico e archetipico.

Ogni personaggio di questi racconti è circondato dal suo mare personale – che a volte è piccolo e chiuso, mentre altre è largo e spaventoso come l’Atlantico. Addirittura, in un episodio, si sogna «un mare di terre fatte di mare» mentre, altrove, se ne scoprono le radici o se ne rinverdisce l’epica. È l’acqua l’elemento attraverso cui si snodano e si spiegano le vite piccole e grandi che attraversano questo gruppo straordinario di storie.

Leggere i racconti di Guzzo è leggere tutta la letteratura di cui egli si è nutrito e si nutre: Conrad, Melville, Borges ma anche Stevenson e lo Sciascia più felicemente narrativo. Eppure non bisogna aspettarsi una scrittura epigonale, una scimmiottatura degli amori letterari dell’autore: qui si cammina su un territorio personale, in un mondo pazientemente ricercato e costruito da una penna precisa ed elegante. Bisogna tutt’al più aspettarsi di venire rapiti, inghiottiti dalle pagine come se noi, i lettori, fossimo dei relitti alla deriva. Ma niente paura, perché questo è esattamente ciò che deve e sa fare la letteratura: catturare chi le si avvicina, trascinarlo nel proprio alveo e non lasciarlo andare più. È quello che succede ogni volta che, cominciando a leggere, ci si accorge che si è appena scoperta una voce. È quello che succederà a chi vorrà entrare nel mondo meravigliosamente sospeso e inattuale delle Radici del mare.