Uscirà il 22 ottobre un piccolo libro a cui ho lavorato tra lo scorso anno e questo: si chiama La buona morte ed è, come dice il sottotitolo, una specie di viaggio, o di reportage, nel mondo del fine vita e dell’eutanasia. Lo pubblico con Manni, che circa un anno e mezzo fa mi ha chiesto, tramite Agnese Manni e Carlo D’Amicis, se me la sentivo di lavorare su un tema di cui mi ero già occupato ai tempi del Primo amore. L’idea era quella di non fare il solito libro militante e documentatissimo intorno alle leggi, ai decreti e alle loro eccezioni, ma di guardare il tema da un punto di vista un po’ più laterale e personale: ne è venuto un libro che ha molto a che fare con altri libri, con l’evoluzione del modo in cui affrontiamo la morte, con la mia vita personale e, anche, ma timidamente, con la teologia e una certa idea del mondo. Tra una riflessione, un ricordo e il racconto di quella letteratura che mi ha formato, nel libro faccio tre incontri fondamentali che in qualche modo scandiscono la narrazione (se di vera e propria narrazione si può parlare): Mina Welby, una persona dolcissima e forte che ho conosciuto a Roma, nella sede dell’associazione Luca Coscioni; padre ***, un biblista che rimane anonimo dietro sua richiesta, ma che ha delle cose interessanti da raccontare sulle posizioni della Chiesa e in merito al fine vita; Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit Italia, che mette in contatto i malati terminali italiani con quei luoghi della Svizzera in cui si può andare a morire secondo la legge. Il libro comincia nell’antico Egitto e finisce a Roma, in occasione di un incontro che non so come è andato a finire, e ha il suo centro, oltre che in un pugno di pagine autobiografiche, in un concetto che sono convinto sia fondamentale: chi detiene la proprietà del corpo degli uomini (loro stessi? La scienza? La tecnologia medica? Dio?).
buona_morteLa buona morte inizia così, con un prologo in tribunale:

Inizia con Assmann che racconta una storia. Nell’antico Egitto ci sono due dèi, Osiride e suo fratello Seth: il primo è il dio della morte, dell’oltretomba, il secondo è il dio del caos – ma noi questo non lo sappiamo ancora. Quello che sappiamo è che Seth ha ucciso Osiride e che questi, il morto, in qualche modo ha ritrovato una coscienza e un’integrità personale e torna per sfidare il fratello assassino istituendo un processo contro di lui. Il morto, l’ucciso, ritorna insomma per processare la morte. Durante il processo, Seth non riesce a far fronte alle accuse e perde la causa: così per Osiride viene fatta giustizia, lui viene reintegrato, riabilitato, e gli viene assegnato il ruolo di re degli inferi. Attraverso il processo alla morte, il morto trova la propria giustificazione: al morto, dice Assmann, viene data ragione (resa giustizia) contro la morte. E dice: «Giustificazione significa ristabilimento di identità e integrità personali». Da questo mito, pochi secoli più tardi ne deriva un altro, bellissimo e per certi versi speculare al primo: quello del tribunale dei morti. Il morto, qui, non è più l’accusatore, ma l’accusato. Viene convocato dinnanzi alla corte divina: è l’imputato che deve giustificarsi dinnanzi al Giudice Supremo elencando delle mancanze e assicurando di non averle commesse. Il dio però è onnisciente, e mentre il morto parla e si giustifica pesa il suo cuore sul piatto di una bilancia. Sull’altro piatto c’è una piuma: a ogni bugia detta dal morto, il cuore diventa più pesante e la colpa sempre più evidente. Io me lo immagino, questo morto-imputato alla sbarra: se ne sta lì, solo in mezzo all’aula, e guarda il cuore che gli è stato strappato dal petto mentre giace sul piatto della bilancia; guarda anche la piuma che sta dall’altro lato e, pensa, Io non lo so se il mio cuore possa davvero essere così leggero. Poi dice:

«Io non ho mai ucciso», e subito i suoi occhi vanno verso la bilancia, e c’è un’inquietudine che gli attraversa lo sguardo vuoto, nero, – anche se un uomo lo sa benissimo di essere o non essere un assassino: non ci possono essere dubbi. Eppure per un attimo, un istante solo, un fremito gli scuote le cellule morte mentre guarda il piatto che rimane fermo, che non s’abbassa. Poi dice:

«Io non ho mai rubato», e forse lo sa che non è completamente vero: a volte uno ruba senza saperlo, e ci sono piccoli, stupidi furti che si è commesso quando si era molto giovani e ancora non si conosceva per bene il confine che separa il furto da una sottrazione inconsapevole. La bilancia cigola, il cuore si abbassa, scende soltanto di pochi millimetri perché il dio che giudica lo sa che il morto non fu un ladro ma soltanto un bambino vivace. E tuttavia, il piatto è sceso, e all’imputato sembra che sia caduto, che sia sprofondato in un abisso irrecuperabile. Viene preso dalla disperazione, e maledice quel suo cuore che adesso sembra un sasso. Poi dice, e la voce non è così sicura come vorrebbe:

«Io non ho mai detto il falso», e invece di guardare il cuore adesso guarda il dio, perché è il dio, alla fine, che governa la bilancia, è al dio che bisogna rivolgersi per chiedere perdono e per lasciarsi giudicare. Il dio sorride soddisfatto, ha negli occhi qualcosa di buono e accomodante. E tuttavia la bilancia cigola. Il morto-imputato si volta terrorizzato verso il cuore e non capisce: lui davvero non ha mai detto il falso, nemmeno poco fa, quando ha detto «Io non ho mai rubato». Ma il cuore, adesso, è tornato in alto, l’imputato lo guarda e quasi lo ringrazia e capisce che, di tutte le giustificazioni possibili, ha trovato senza saperlo quella che lo salva e lo redime da tutto: ha detto, senza mentire, di aver sempre detto la verità, perciò adesso tutti sanno che è un puro, che non ha rubato o almeno non ne è mai stato davvero consapevole. Adesso è salvo.

Al morto, insomma, è data la possibilità dimostrare le proprie innocenza e buona condotta in vita. Se alla fine dell’interrogatorio il cuore è più pesante della piuma, un mostro lo divora e l’imputato scompare come persona: ogni morto, colpevole o innocente che sia, è accusato di qualche crimine e deve essere in grado di discolparsi – pena la definitiva scomparsa dal regno dei morti e, si direbbe, dalla memoria. L’imputato si giustifica, dunque, per non perdere la propria identità, per rimanere: il tribunale dei morti, dunque, e il gioco feroce della piuma, sono la Giustificazione, il momento simbolico in cui ogni individuo, discolpandosi e dimostrando la propria purezza, si guadagna un posto nella memoria degli uomini.