Nota su J. Rodolfo Wilcock

Ha ragione Roberto Bolaño, che in quarta di copertina parla della Sinagoga degli iconoclasti come di un libro in grado di dare un enorme piacere al suo lettore. E tuttavia, mentre mi avvicinavo alla fine della lettura, agli ultimi racconti, ho cominciato a provare una sensazione vicina a un certo disagio, alla noia. I personaggi che popolano, anzi, che sono questi racconti, sono personaggi chiusi, di cui si conoscono stramberie e fissazioni e sogni e imprese ma che si sospetta non possano avere vita al di fuori delle poche pagine che l’autore dedica loro. Questo succede, penso, perché ogni racconto è la descrizione – scritta con toni parasaggistici: sulla scia di Borges, Wilcock è una sorta di biografo-narratore – di una follia, di una stranezza che, mi pare, apre a molte interpretazioni allegoriche ma non concede possibilità narrative al di fuori della descrizione che costituisce, appunto, l’ossatura del racconto stesso. Cosa si può dire di più – e con quei toni, poi – di un personaggio che scrive trattati sul fatto che l’universo non è che l’albume di un enorme uovo di cui noi abitiamo la superficie interna? O di qualcuno che inventa una azienda per produrre narrativa? O, ancora, di uno scienziato che dedica i propri studi a confutare la legge di gravità? Che cosa raccontare? Che cosa far loro fare una volta consumata la notizia della loro originalità? Nulla: si può semplicemente riferire la loro follia, descriverla ed esaurire in essa tutta la portata vitale dei personaggi.

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