Ha ragione Roberto Bolaño, che in quarta di copertina parla della Sinagoga degli iconoclasti come di un libro in grado di dare un enorme piacere al suo lettore. E tuttavia, mentre mi avvicinavo alla fine della lettura, agli ultimi racconti, ho cominciato a provare una sensazione vicina a un certo disagio, alla noia. I personaggi che popolano, anzi, che sono questi racconti, sono personaggi chiusi, di cui si conoscono stramberie e fissazioni e sogni e imprese ma che si sospetta non possano avere vita al di fuori delle poche pagine che l’autore dedica loro. Questo succede, penso, perché ogni racconto è la descrizione – scritta con toni parasaggistici: sulla scia di Borges, Wilcock è una sorta di biografo-narratore – di una follia, di una stranezza che, mi pare, apre a molte interpretazioni allegoriche ma non concede possibilità narrative al di fuori della descrizione che costituisce, appunto, l’ossatura del racconto stesso. Cosa si può dire di più – e con quei toni, poi – di un personaggio che scrive trattati sul fatto che l’universo non è che l’albume di un enorme uovo di cui noi abitiamo la superficie interna? O di qualcuno che inventa una azienda per produrre narrativa? O, ancora, di uno scienziato che dedica i propri studi a confutare la legge di gravità? Che cosa raccontare? Che cosa far loro fare una volta consumata la notizia della loro originalità? Nulla: si può semplicemente riferire la loro follia, descriverla ed esaurire in essa tutta la portata vitale dei personaggi.