Sono finalmente riuscito a vedere, con un ritardo spaventoso, La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Qui di seguito la trascrizione di qualche appunto che mi sono preso durante la visione.

La grande bellezza è un film di crolli. Tutto crolla in esso: le voci, i volti, gli umori, le speranze, le vite. Persino la vista dalla terrazza di Gambardella dà sulla madre di tutte le rovine: il Colosseo. L’unico momento autenticamente ascensionale del film è scalata della santa, che non a caso è montata in parallelo con il ricordo dell’unico amore di Jep.

È fin dalle prime inquadrature un film ambizioso, esagerato, pieno di carrelli e di prospettive sghembe, studiate per sbalordire. È naturalmente anche un film irrisolto, portato avanti per il gusto di vedere che succede ma senza un progetto, senza una narrazione.

I dialoghi sono spesso didascalici: anziché creare un tessuto drammaturgico, spiegano continuamente l’anima dei personaggi. In questo senso, sono tutti dei monologhi interiori fatti en plein air. In un mondo vuoto popolato di persone vuote, penso, questo è perfettamente normale: nel vuoto, le parole pronunciate all’interno risuonano.

Gli animali. La giraffa come l’amicizia che scompare, gli aironi come l’ispirazione che non è più tornata.

La noia, il barocchismo e la ripetitività delle vite che mostra si riflettono nello specchio di un film barocco, ripetitivo e, per così dire, privo di un centro di gravità permanente.

Si citano Il giocatore di Dostoevskij, Turgenev e la Recerche. Forse, prima che La dolce vita (su cui è sicuramente modellata la struttura-non struttura dello script), è a loro che bisogna guardare per trovare i nodi attorno a cui il film è costruito: l’azzardo, la morte, il tempo – che ognuno dei personaggi ha perduto.

Si citano anche Pirandello e le sue maschere.

La dolce vita raccontava un mondo e un’illusione che nascevano. La grande bellezza (per qualche motivo mi viene istintivamente di scrivere ogni volta La Grande bellezza), invece, racconta il naufragio di quel mondo e di quell’illusione (non a caso, Jep ha avuto il suo momento negli anni immediatamente successivi al boom).

Esiste una metafisica ma anche una fisica della sconfitta. Sorrentino la trova anche nella scelta del cast, da Serena Grandi in giù.

Gli unici momenti non romani del film hanno a che fare con il mare – e rappresentano i due poli concettuali del film: l’amore o l’illusione perduta e il crollo. Sono la prima volta di Jep al faro e la metafora, ahimé facile, della Costa Concordia.

La bellezza è qualcosa che, nel film, appartiene sempre al passato: della città, dei personaggi. Tutto è già stato, adesso non rimangono che delle propaggini, una memoria e un rimpianto. Non a caso il monologo di Romano (Verdone) è sulla nostalgia, mentre Ramona (Ferilli) si ostina a volersi spogliare nonostante l’età.

Mi aspettavo un film pieno di luce e invece è un film notturno, buio.

Non si prova pietà per nessuno dei personaggi, nemmeno per Gambardella. Questo è, rispetto, ai film precedenti di Sorrentino, un cambio di rotta. Per la prima volta in scena ci sono degli sconfitti che meritano la propria sconfitta o che, perlomeno, non suscitano nessuna empatia. Qui non c’è pietas, ma l’occhio freddo del giudice. Forse soltanto Verdone potrebbe far muovere qualche sentimento, perché sembra il più vero e il più povero: ma di lui si sa troppo poco per innamorarsene sul serio.

Ci sono i cardinali, i mafiosi, i nobili. Non i politici.

La velocità con cui i personaggi escono di scena: Romano, che fa un discorso brevissimo dopo una scelta che pare improvvisa; la morte di Ramona, che avviene tra una scena e l’altra. Ma anche l’arrivo di Polina. Quanto dura La grande bellezza? Giorni? Mesi? Qualche anno?

Eppure Gambardella sa. Come del resto dice di se stesso: «Ero destinato alla sensibilità». Si rende conto di tutto lo sfacelo, lo odia e si odia. Ma rimane così, immobile, fermo in superficie: sta al di qua di quella autentica disperazione che spesso invoca. È per questo che non si può provare pietà per lui.

Postilla del 3 marzo 2014: agli Oscar, si vince in quanto erogatori di italianità. C’è un grande talento, in Sorrentino, una visionarietà e uno sguardo che è suo e soltanto suo: questo fa di lui un grande autore. Eppure si vince perché si mostra agli americani ciò che gli americani pensano che l’Italia sia o perché si usano degli ingredienti che da anni contribuiscono a definire il nostro Paese a Los Angeles: qualcosa che è racchiuso nella rappresentazione che si dà dell’Italia in La dolce vita, Vacanze romane – quel fascino un po’ retro della Roma che fu.

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