Ancora immersione
Ma prima ci sono vie e vie sporche di terra, facce segnate che ci osservano passare con gli zaini e le bottiglie d’acqua in mano. Il monco continua a parlare, il suo è un monologo ininterrotto, ci spiega che cosa si vende nelle botteghe più nere e più fonde, quelle dove non si riesce a vedere dentro perché le pareti sono buie; ci indica una piccola moschea a un incrocio invaso dai carri, ci spiega che lì dentro, un tempo, esisteva una delle più antiche scuole coraniche del Marocco e che ancora oggi, per dieci dirham, si possono visitare le celle di pietra e di legno dove studiavano gli studenti. Si ferma all’improvviso davanti a una porta, ci dice di avvicinarci e farlo piano: la porta si apre su una scalinata grigia, stretta, che conduce al piano di sotto. Il monco dice che lì non si può scendere, ma che tutti sanno che oltre quella scala lavorano i bambini, cuciono le pelli negli scantinati dalla mattina alla sera. Dice che è un’attività illegale, che i bambini non possono lavorare. La faccia sporca di un uomo in camicia si affaccia dal basso, urla qualcosa in arabo al monco. Vedo i suoi occhi che ci studiano. L’arabo è una lingua brusca e concitata: sembra che gli arabi abbiano di parlare la stessa fretta che hanno di guidare. L’uomo deve aver chiesto al monco qualcosa come «Che cazzo vuoi?», perché la nostra guida si affretta a indicarci e a fare segni di diniego, come a dire: «Non ti preoccupare. Sono solo turisti, facevo vedere».

L’odore delle pelli conciate è sempre più forte, sanno di pelli le case, le strade, le forme delle persone: è l’odore di sandali vecchi e dimenticati, l’odore di tutti i sandali vecchi e dimenticati che ha calzato la specie, la somma. A tratti, col caldo, va alla testa e mi devo bagnare la faccia e il collo. Giriamo alcune vie, il monco spesso avanza di qualche metro, si guarda attorno e torna indietro. Saluta molte persone, qui sembra che tutti si conoscano e che noi facciamo parte di un progetto collettivo che ci prevede, e che ruota attorno ai soldi che si pensa abbiamo nel portafogli. Questo in un certo modo mi tranquillizza, mi fa sentire parte di un meccanismo che non capisco e che non mi appartiene ma che mi tutela. Rispetto a me Laura è più inquieta, ma il fatto che, tra i due, sia lei quella che sa il francese la obbliga a parlare e a tradurre, e ad avere un ruolo che non le permette di agitarsi del tutto.

La gente vive sommersa dall’odore e dalla terra. Si nasconde in case dalle porte basse che portano a scale che portano di sotto, nelle cantine dove si vive o si lavora contro la legge. Oppure resta in bottega, svaccata, a fumare o a rifinire l’ultima merce. Beve a ogni ora il té caldo pieno di spezie e di menta: lo beve perché è buono, o per ristabilire la temperatura corporea, o per suggellare il buon esito di una trattativa. Lo offre all’ospite in segno di benvenuto, ma lo usa anche per passare il tempo.

cavaLa cava è una piazza sconnessa, in un luogo che sembra in via di demolizione. Vi si entra girando dietro a un muro, e si viene accolti dalla carcassa di un gatto infestata di mosche. Il monco ci dice che ci aspetterà all’entrata, e ci presenta a un uomo che per prima cosa ci regala le foglie di menta per combattere l’odore. Respiriamo le foglie e guardiamo verso il basso: la piazza è bucata da alcune decine di vasche scavate nella terra: le più grandi sono quadrati di due metri per due, profonde circa un metro e mezzo. Sono piene di liquidi fermi e spessi, di vari colori, tutti naturali: henné, papavero e altri. Lungo i bordi sono adagiate le pelli da conciare o già conciate. La seconda guida ci racconta che le vasche che vediamo sono divise in gruppi: in alcune si spellano le pelli, in altre le si lavano, in altre le si tingono, in altre ancora le si asciugano. Mentre racconta, indica i vari settori e ci invita a non separarci dalle nostre foglie di menta. Nel centro della cava, da una buca, sbuca la testa riccia di un uomo. I conciatori si immergono fino al petto nelle piscine e per tutto il giorno trascinano dentro i grossi fogli di pelle da trattare con la sola forza delle braccia. Fanno bagni di colore e di pelle animale sotto il sole del deserto. L’uomo ci guarda da dentro la buca, e ha il volto nero. Ci guarda e io distolgo lo sguardo da lui e dal suo lavoro. Se stacco la menta dal naso mi gira la testa, mentre lui è immerso in quel liquido melmoso dentro cui trascina – trascinandosela addosso – la pelle di qualche animale scuoiato e ripulito. In fondo, fuori da una casa priva di porte e di finestre, altri uomini stanno seduti e aspettano il loro turno per lavorare. Loro non ci guardano, è come se noi non esistessimo.

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