Immersione
La prima notte è di caldo e colla. La nostra camera dà su una finestra che non c’è, che si affaccia su un corridoio interno dell’albergo. Se mi affaccio, attraverso una seconda finestra che un metro più in là si apre sulla città, vedo nella mezzasera il profilo rettangolare della Koutoubia. Ma la città non si sente quasi, e non si vede. Siamo come nella cabina di una nave che sta ferma dentro al porto. C’è qualcosa che non funziona nell’apparato di condizionamento, fa un caldo che tutt’oggi non ho capito se sia secco o umido. Sudiamo, a Laura si arricciano i capelli. Proviamo a dormire posizionandoci sotto quel filo di aria che esce dal condizionatore ma che è tiepida e ferma. Dormiamo poco e male, eppure siamo stanchi. Il primo richiamo del muezzin ci sorprende alle cinque del mattino mentre guardiamo fissi il soffitto. È un breve lamento amplificato che rimbomba contro la via, un crescendo cupo e a quest’ora spettrale. Dura pochi minuti, gli altoparlanti della moschea smettono presto di lagnarsi. Chissà se la gente davvero si è già alzata, ha buttato per terra i tappetini e con gli occhi impastati di sonno sta ringraziando in ginocchio il suo dio?

Poi è mattina, ci svegliamo prestissimo, facciamo una doccia fredda e la colazione. La notte è stata lunga e sfiancante nell’aria ferma, abbiamo le borse sotto gli occhi e siamo nervosi. Siamo molto vicini alla Djema-al-Fna, la piazza principale. Scopriamo che il nome della piazza significa qualcosa come “assemblea dei defunti”: un tempo, in questo spazio venivano esposti i corpi dei condannati a morte come monito per la popolazione. Oggi i morti non ci sono più, o non vengono più mostrati. La Djema è un enorme catino rovente di ciottoli: vi si affacciano negozi, ristoranti, piccole moschee, la posta centrale, la Banca del Marocco. Da lì partono e lì arrivano le strade a forma di serpente occupate dai suk. La attraversiamo quasi senza guardarla, tramortiti dal caldo e dal sonno. Sono le otto e mezza del mattino e ci troviamo con l’acqua in mano a cercare zone d’ombra. Gli architetti arabi amano il sole: le case non hanno i tetti, non ci sono portici, nessun edificio offre un riparo. Tutto è mortalmente quadrato, dritto, e nessuna ombra si allunga sul terreno se non quella degli alberi, che sono però pochi e bassi.
Ci buttiamo dentro al suk. Lì le vie sono strette e buie, e in molti tratti il mercato è coperto e ombreggiato. Lì comincia il Marocco, o quella sua parte che è concessa ai turisti. Le botteghe si aprono sulla strada: sono spazi piccoli, a volte bui, stipati di merci. Sono stanze più lunghe che larghe le cui pareti sono letteralmente invisibili. Nel loro centro, il proprietario è di solito seduto in un punto dal quale, senza alzarsi, può raggiungere tutte le cose esposte semplicemente allungando le mani. Oppure sono spazi ancora più stretti, dove difficilmente il corpo di un uomo può entrare agevolmente: allora i venditori siedono per strada su delle vecchie sedie di paglia, fumano, bevono il prodigioso té alla menta marocchino, chiacchierano, urlano per la via. Ti afferrano mentre cammini e guardi altrove, ti mostrano la loro merce. O io o Laura veniamo spesso trascinati dentro le botteghe: «Amico vieni vedere mia roba! No compra! Solo vedere!» «Amico vede scarpe, vuoi scarpe?» «Amico ti faccio vedere vaso!» La sensazione è quella di essere totalmente in loro balia. Mani berbere che ti afferrano e ti trascinano in mezzo a cataste di cesti, di vasi decorati, di odorosissime spezie. Tutti urlano, è un popolo che vive un’ottava più in alto. Nella via, motorini vecchi di trent’anni trasportano fino a un massimo di tre persone e fanno la gimkana tra i corpi, i calessi con i turisti americani videocamerati, gli asini che trasportano orrendi carri gonfi di secchi di stoffe di tele di uomini. Il rumore dello scudiscio sulle natiche equine è un rumore poco secco, quasi stanco: frustano i ciuchi con dei pezzi di canne dell’acqua, lunghe bisce di plastica arancione malamente ritagliate con le forbici. Gli animali non fanno una piega, proseguono la loro strada in mezzo agli uomini ai motorini alle bici alle cose e guardano basso.

Poi sentiamo una voce. È un uomo di mezza età, magrissimo, con pochi denti nella bocca e una cappellino cacciato sulla testa per ripararsi dal sole. Gira per il suk a bordo di una bicicletta arrugginita, scivola tra la gente e i mezzi che passano. Mi chiede se ci può accompagnare per un tratto, ci offre una sigaretta marocchina. Dice che ci deve far vedere un posto che conosce. Io e Laura ci guardiamo titubanti, abbiamo visto altri occidentali con la loro scorta berbera, e sia la guida che Malika ci hanno detto che per vedere Marrakech bisogna fidarsi della sua gente. Decidiamo di seguirlo, anche perché abbiamo capito che sarebbe comunque difficile liberarsi di lui. Le vie diventano sempre più strette, il numero di persone e di cose diminuisce. Non c’è più l’asfalto. Ci stiamo inoltrando in una zona nera della Medina, in un pezzo di città che sembra più povero della città. Le botteghe si buttano ancora sulla strada, ma non c’è nessuno che urla, e non ci sono, apparentemente, attrazioni per l’occhio occidentale. «È la nostra prima mattina» ci diciamo io e Laura. L’uomo ci pedala di fianco, parla con Laura in un francese roco e trascinato. Gli manca il piede destro: il moncherino è coperto da una calza blu sporca di terra e di olio, infilata in un complicato sistema di corde di cuoio che parte dal pedale e tiene fermo il nonpiede. Più ci inoltriamo più l’atmosfera è tetra e più fa caldo. Sale alle narici un odore che non è di spezie o di animali o di sudore, è un odore più intenso e mai sentito. Chiediamo alla nostra guida che cosa sia: è l’odore del cuoio, dice, delle pelli conciate. In alcuni punti della via è insopportabile. «Io non lo sento» ci dice il monco «Ma so che per voi deve essere dura. Quando arriveremo là vi daranno delle foglie di menta». Ci daranno?
Stiamo andando nella cava dei tanneurs.