Avvicinamento e primo inoltro
Continua con un vento caldo che ci sorprende sulla scaletta dell’aereo. È sera, è l’ora in cui si cena e non c’è il sole, ma nello spazio aperto della pista c’è un vento spesso, maschile, che ci avvolge come l’aria di un phon e ci appiccica i vestiti ai corpi. Ci guardiamo come a dire che lo sapevamo che non è stagione, e che loro ci diranno che non è caldo, che per il Marocco i quarantadue gradi di quest’ora non sono poi tanti, a luglio, e che se c’è il vento si respira e non manca l’aria. Malika, la mamma di Iunes e Zaccaria, dice che da quando vive in Italia il caldo marocchino lo sente di più, ma che è più secco, e non soffriremo come a Milano. A loro tocca un altro viaggio, questa volta in macchina: alcune ore per raggiungere Beni Mellal, città natale di Malika, con il fratello e un amico che dalla mattina sono in aeroporto ad attendere il nostro volo che non c’è. Arriveranno a mezzanotte, dopo aver attraversato il niente di sabbia e costeggiato i monti dell’Atlante. Ci invitano ad andare a trovarli, dicono che ci ospiteranno nella casa di famiglia, ma questo nostro viaggio è di pochi giorni, è una toccata e fuga che ho regalato a Laura per la sua laurea e non avremo tempo di spostarci da Marrakech.

Malika ci dà alcuni avvertimenti: tutto in Marocco è sottoposto alla legge della contrattazione. Qualsiasi cosa fate, qualsiasi acquisto, qualsiasi rapporto che avete con le persone di qui e che abbia in qualche modo a che fare con i soldi deve passare necessariamente per una fase preliminare in cui bisogna fare di tutto per tirare giù il prezzo. È una specie di tradizione, se volete, il modus vivendi marocchino. Generalmente, niente ha un prezzo: il venditore vi proporrà una somma da pagargli, ma lui stesso si aspetta che voi facciate una controfferta. Il primo prezzo che vi proporranno è almeno il quadruplo del prezzo reale della merce, ma talvolta è di dieci volte tanto. Se vi chiedono 100, dice, non abbiate paura di controbattere con 20. Trattate, tirate per le lunghe, fingete di volervene andare. In Marocco il gesto di accettare la prima proposta è considerato quasi offensivo, perché lede le elementari leggi del mercanteggio.
Ma non siamo bravi, non la prima volta, e nemmeno la seconda e la terza. La prima volta è subito appena fuori dall’aeroporto, perché bisogna prendere un taxi: ci chiedono 120 dirham (circa 12 euro). Io e Laura ci guardiamo, le facce stanche e il caldo. «50», rispondiamo, ed è già tanto. Ma non siamo convinti. I tassisti non sembrano disposti a mercanteggiare, sono forti del gran numero di turisti che sta uscendo dall’aeroporto. Non scendono sotto a 100, con Laura che prova ad abbassare  il prezzo esercitando il suo francese. Poi un tassista che non aveva partecipato alla trattativa strappa la valigia delle mani di Laura e dice «Venite con me!». Senza aspettare risposta carica la macchina – che non ha il tassametro – e dice in francese «Vi porto per 80. Ultima offerta.»

L’aeroporto dista sei chilometri dalle mura della Medina. Siamo su una Peugeot 205 della metà degli anni Ottanta, di quell’ocra che è il colore di tutte le Uno e le 205 che fanno da taxi in questa città. L’autista parte in battuta, tira le marce, sgomma sull’asfalto. Comincia un viaggio breve e furioso che ci porta dentro le Mura a una velocità che sembra folle, ma che in realtà non supera mai gli ottanta all’ora. Laura mi prende la mano, ha paura: la nostra auto supera a destra, a sinistra, scavalca la linea continua (quando c’è), non mette le frecce, rientra all’improvviso nella corsia, si infila nelle rotonde negli spazi tra i motorini e le carrozze, tra i furgoni e le altre macchine. Tutti guidano in questo modo isterico e povero, tutti si mandano affanculo, nessuno rispetta gli stop, ognuno cerca di occupare ogni singolo metro quadro di asfalto libero. Il primo risultato è un grande caos, un rumore, una dose di nervosismo. Il secondo è che le strade per quanto diritte sono un ingorgo continuo, e tutti vanno più forte ma vanno più piano di quanto si va in Europa. Sei chilometri in Marocco sono otto, nove in un’Italia in condizioni normali. Se qualcosa non funziona, la gente si ferma nel centro della carreggiata, apre il cofano e guarda il motore. Tutti allora suonano il clacson, sputano insulti e circumnavigano la macchina ferma. Anche in Russia si guida così, e nell’est dell’Europa. Più il Paese è povero più il suo traffico è vorace e sporco. Nessuno si ferma se ci sono degli esseri umani che attraversano la strada, ma tutti rallentano di colpo, suonano e letteralmente girano intorno ai corpi. Tutti si insultano, ma lo fanno come se fosse una cosa normale.

Entriamo nelle mura, ci infiliamo in una via stretta e nera (nero è l’asfalto del Marocco). Viaggiamo a scatti, c’è fumo, ci sono cavalli, e carretti trainati da uomini e da somari, da uomini che frustano i somari, bambini che attraversano senza guardare e giocano agli incroci, come a Napoli. Le donne velate, gli uomini antichi che passeggiano in mezzo a bancarelle dove si vende ogni genere di oggetto e di cosa da mangiare. Tutta la via urla, il fumo viene da qualcuno che cucina qualcosa per strada, le biciclette arrugginite, le voci. Ci sono le macchine. La gente si appoggia alle macchine che passano per la via, penso che da noi non sarebbe possibile, che il guidatore scenderebbe e farebbe una scenata. Penso che qui ci deve essere un concetto diverso di proprietà privata, qualcosa che ha più a che fare con l’uso della cosa che con il suo possesso. Il tassista trafigge la via apparentemente senza mai guardarsi né a destra né a sinistra, la macchina scivola nel mezzo di questo mondo urlante che sembra sempre avere fretta.

Arriviamo in quello che pensiamo sia il centro. Il minareto della Koutoubia separa una piazza dai giardini della moschea. Chiedo al tassista se è questa la via che gli ho indicato. Veniamo scaricati all’incrocio di tre vie, proprio ai piedi del minareto. Abbiamo attorno migliaia di persone che camminano veloci. Il tassista ci indica, a una cinquantina di metri, l’insegna dell’albergo e ci scarica le valige per terra. Un uomo si ferma a guardarci e dice qualcosa in arabo al tassista, mentre noi allunghiamo dieci euro e riceviamo dieci dirham di resto. Dieci euro sono cento dirham: cento meno dieci sono 90, non 80, dico. Eravamo d’accordo per 80, mi stai fregando. «Quattro-venti-dieci» risponde in francese, «Ho detto quattro-venti-dieci. Avete capito male!» Non abbiamo voglia di discutere. Le macchine ci passano vicinissime, i motorini ci danno colpi di clacson perché occupiamo un pezzo della via. Siamo sopraffatti dal tratto in macchina, dalla gente che vende le sue cose fuori dalle case, dalla difficoltà di capire perfino da che parte girarsi, e dagli animali e dagli uomini; siamo sopraffatti dall’odore forte e secco che ha l’aria calda dentro la città. Ogni Paese ha il suo odore, e il Marocco sa di spezie e di sudore, sa della fatica che, qui, sembra necessario fare per ottenere qualsiasi cosa.