29oraUn anno fa, oggi, Benedetto XVI rinunciava al soglio pontificio. Nei giorni scorsi, il Corriere della sera ha raccontato come andò questa giornata capitale per la modernità: qui. L’articolo non manca di citare il refuso – quell’hora 29 anziché hora 20 contenuto nella Declaratio scritta dal papa e che fa riferimento al momento, le 20 del 28 febbraio 2013, in cui si sarebbe dato inizio alla sede vacante – che motiva il titolo dell’ultima cosa che ho pubblicato. Qualche informazione sulla Ventinovesima ora si trova qui.

Questo, invece, è l’incipit del racconto – dove si capiscono lo stile, la voce e, forse, il punto di vista da cui è raccontato:

1 aprile, lunedì
Alcune delle parole che ci viene impedito di pronunciare in sua presenza: «altro», «secondo», «nuovo», «anti». Non è così complicato come può sembrare, mi ha detto uno dei cardinali – di cui non scriverò il nome – a Conclave terminato: è sufficiente non parlare affatto. Il suo volto si è rabbuiato non appena ha smesso di parlare, e mi ha guardato come una vittima guarda il suo carnefice. Non ti preoccupare, gli ho detto guardandolo fisso negli occhi, Martino VI non è mai stato un uomo vendicativo, e tu in fondo non hai detto nulla di particolarmente crudele.
Immediatamente mi sono voltato e l’ho lasciato, solo e sconfitto, in prossimità dell’uscita della Cappella.

Ore 22,42
Dirò che ho scelto questo nome per continuità, mi ha detto Martino VI prima di affacciarsi alla finestra della sua nuova casa e salutare la folla che da giorni, ormai, attendeva l’Habemus papam in piazza San Pietro. Alla ventunesima votazione andata nulla ci siamo guardati e stretti la mano, seduti in mezzo agli altri cardinali che cominciavano a raccogliere le forze per votare per la ventiduesima volta. Se toccherà a me, mi ha sussurrato, sarò Martino VI. Gli ho chiesto perché proprio Martino. Perché anche Martino V fu eletto dopo un’abdicazione, e perché pose fine allo scisma d’Occidente. Qualcuno, ho risposto, penserà che si tratti di uno scherzo, di un’ironia consapevole. Quel qualcuno, ha sibilato dietro le labbra semichiuse, è già fuori dai giochi. In quello stesso momento il cardinale decano ha cominciato a recitare il giuramento elettorale, che abbiamo ascoltato per la ventiduesima volta, e per la ventiduesima volta sono stato invitato per primo a recarmi all’altare e a deporre la mia scheda – sulla quale avevo esitato un secondo, perché stavo per scrivere «Martino VI».