Quattro giorni a Marrakech.

[Questo piccolo spazio online è stato creato anche per recuperare vecchie cose andate perdute, come questo reportage dal Marocco che ho scritto nel 2007 e che considero tuttora una delle mie cose migliori]

I. Arrivo
Inizia con Canetti che dice: “Tre volte venni a contatto con i cammelli e ogni volta finì in modo tragico”. Fuori dalle mura della Medina, da qualche parte, c’era e forse c’è ancora il mercato dei cammelli, davanti alla Porta Bab-el-Khemis. Lì arrivavano dalle montagne dell’Atlante i vecchi berberi con i loro animali da macellare, e con i macellai cominciavano le lunghe contrattazioni per vendere gli animali vivi o morti, interi o in pezzi, che andavano a riempire le botteghe nei suk della Medina. Metri e metri quadrati di animali sgozzati e lasciati dissanguare sull’asfalto polveroso della piazza, davanti a tutti. Gli animali vengono macellati recidendone la carotide, perché i musulmani possono mangiare solamente animali dissanguati. La morte è lunga, sfiancante per chi la subisce e chi la guarda, sotto il sole, davanti a tutti. Gli animali capiscono quando è giunto il loro momento, perché il macellaio ha le vesti e le mani intrise del sangue della vittima precedente, il macellaio sa di cammello e di morte lenta. Allora i cammelli diventano aggressivi, si dice, rabbiosi: sentono la morte e la scacciano a morsi, a calci. Scacciano la morte con la morte. icanett001p1Ma noi non l’abbiamo vista, non abbiamo visto né la Porta né il mercato né la morte: e forse il mercato dei cammelli non c’è più. Non abbiamo visto un cammello. La nostra guida scrive che in città non se ne trovano quasi più, e che per vederne uno bisogna spingersi verso l’Atlante, buttarsi di qualche chilometro dentro il deserto o arrivare almeno alle prime oasi ai limiti dell’area urbana. Lì, allora, ci sono i cammelli, ma si tratta di cammelli da turismo, di bestie umiliate e pacifiche con le schiene piegate dai culi dei ricchi e non ne vale quasi la pena.
Inizio raccontando una cosa che non ho visto, e che forse non c’è.

Marrakech sembra un posto vicino, ma è un posto dove non si riesce ad arrivare. Hanno annullato il nostro volo all’ultimo momento, non c’è la possibilità di raggiungere direttamente la città. Ci dirottano con un’altra compagnia su Casablanca, dove dovremo cercare di farci fare un biglietto per i 25 minuti di tratta aerea che la separa da Marrakech. L’aeroporto di Casablanca è buio, basso e vecchio. C’è qualcosa che ricorda gli anni Ottanta – qualche posto in qualche anno negli anni Ottanta – e non saprei perché. Soffitti con decorazioni in ferro circolare, qualche laccatura fintamente d’oro, il pavimento scuro.  Nell’area di transito hanno allestito una piccola stanza vetrata vicino ai bagni, ci hanno buttato dentro dei tappeti. I maschi – i maschi – che hanno bisogno di pregare ci entrano a piedi scalzi, e danno vita quella strana danza di genuflessioni che è la preghiera islamica. C’è rumore, come negli anni Ottanta. Una lunga fila scomposta e urlante contro i desk delle informazioni, dove il personale marocchino si destreggia in arabo, francese e inglese nel tentativo di spiegarci che no, non si sa se riusciremo a trovare posto sul primo volo per Marrakech, e forse nemmeno sul secondo. Ce ne sono però tre entro sera, prima o poi qualcuno rinuncerà al suo posto e lo occuperà qualcuno di noi. C’è chi minaccia di chiamare l’ambasciata, di fare casino. Io e Laura facciamo amicizia con alcuni compagni di volo e di annullamento: Giuseppe e Zaccaria, due bambini in compagnia della madre, italiana da vent’anni, che vanno in Marocco dalla famiglia per due mesi; il marchese De Cesa, anarchico, discendente della famiglia piemontese che ha ormai dilapidato tutto il suo patrimonio e i cui discendenti si odiano l’un l’altro. È in vacanza in Marocco con la famiglia, e assomiglia in modo impressionante a Roberto Freak Antoni dopo una dieta. Grossi gruppi di negri stazionano nella sala d’attesa: Casablanca, con Addis Abeba, è uno degli scali obbligati per raggiungere l’Africa nera dalle città dell’Europa. Guardo i loro corpi scuri, enormi e lucidi. Molti indossano abiti tradizionali, o lunghe tuniche islamiche colorate e pesanti. Altri sono vestiti come noi, le schiene dritte delle donne in canottiera. Giocano a carte, dormono, ci guardano vagare per questo aeroporto disorganizzato e caotico e vecchio, e ridono perché capiscono che non siamo abituati a essere mandati da una parte all’altra di una sala, da un ufficio all’altro a chiedere la stessa cosa a dieci persone diverse e sentire dieci risposte diverse e scortesi. Non siamo abituati al caos africano, alla possibilità di fumare in aeroporto, alle urla degli addetti alle informazioni, all’atmosfera da mercato che c’è in quest’area di transito. Questa terra è loro, non mia. Per una volta, l’ospite sono io, e loro ridono e hanno ragione.

Il primo volo per Marrakech non parte nemmeno, è stato annullato. Parte il secondo, e dopo un’ora di attesa e di voci ci viene detto che potremo salirci. Non ci viene detto: ci viene urlato. L’impiegata si alza, mette le mani a conca davanti alla bocca e urla “Marrakeeeeeeeech!”. Ci buttiamo in massa contro il bancone della biglietteria, brandiamo i passaporti e i fogli con i codici delle prenotazioni. Mi viene in mente la scena di Banana Joe, quando per qualche motivo Bud Spencer deve andare in un ufficio pubblico del Paese africano o sudamericano dove è ambientato e farsi fare un timbro dall’impiegato: la sala gremita di gente che urla, strilla, implora qualcosa brandendo i propri documenti, sono migliaia di persone stipate per ottenere un permesso e sanno dell’impossibilità certificata di ottenere il timbro. Ma  in ogni caso sono lì, perché non si può fare altrimenti. Alla fine del film Bud Spencer tira un pugno all’impiegato stronzo che si rifiutava di concedere i permessi, prende il suo posto dietro il bancone e comincia a timbrare i documenti di tutti.

Alla fine del pomeriggio abbiamo il nostro boarding pass. Casablanca è lontana dall’aeroporto, non riusciamo a vederla nemmeno dalla pista. Solo sul volo di ritorno, appena dopo la partenza, siamo riusciti a vederne il lembo che si tuffa nell’oceano, con un porto che non saprei dire se è grande o piccolo e quel filo di terra che corre verso Gibilterra per ricucirsi con l’Europa.
Atterriamo a Marrakech con molte ore di ritardo, dopo due voli anziché uno. Dovevamo arrivare dopo pranzo e invece è quasi ora di cena. Siamo stanchi, con addosso un odore che non è già più quello dei nostri corpi ma è quello della sala fumatori di Casablanca, delle cuciture dei sedili della Royal Maroc e dell’ambiente marocchino. La città, dall’aereo, è una distesa di case basse color salmone che interrompe il deserto prima dell’Atlante. Ci sono minareti e palme e sabbia. Tutto è dello stesso colore. Leggiamo che la tonalità dell’ambiente urbano non è un caso: è il colore della Koutoubia, il minareto più importante della città, e dell’hotel Mamounia, una specie di monumento marocchino, il posto dove risiedé Wiston Churchill, dove Hitchcock girò il remake dell’Uomo che sapeva troppo e dove ci sono gli ambienti più raffinati di tutta l’Africa del Nord. In città ci sono le luci accese, perché qui alle sette di sera è già quasi buio. Non arrivate di sera a Marrakech, arrivateci di giorno. La sera Marrakech è isterica, è bella e snervante, e fa paura a chi non la conosce. Meglio arrivarci con la luce del sole, e abituarsi pian piano all’idea che imbrunisca e che il mondo si trasformi.