Vilnius-Šeštokai-Varsavia
Ci infiliamo sopra un treno moderno, di quelli che sembrano fatti apposta per segnalare alla popolazione l’ingresso nell’Unione Europea, nell’Europa che conta. Si tratta del primo tratto da percorrere per raggiungere il confine, prima di cambiare treno ed entrare in Polonia. Trascorreremo un ultimo giorno a Varsavia, una notte e un pomeriggio, e poi punteremo verso l’aeroporto Chopin per tornare a casa. Ci hanno detto che in Italia si muore di caldo, che si teme un’emergenza lunga tre mesi. I sedili del treno sono durissimi, fanno venire il mal di schiena; sono posti da due in cui, ben presto, ci rendiamo conto che bisogna stare seduti in tre, seguendo i sobbalzi della linea ferroviaria. Non ci sono le tendine, in questo treno scomodo e fighetto, e le tre ore da Vilnius al confine le passiamo esibendoci in improbabili contorsioni per evitare che i raggi del sole ci buchino le cornee. C’è un ubriaco, seduto poco più in là. Ogni posto dove andiamo ha il suo corrispettivo alcolico, il suo matto, il suo spostato. Questo è un signore di sessant’anni che continua a far segno ai passeggeri di sedersi nel posto accanto a lui, che ha una pericolosa macchia scura all’altezza della patta, che tenta di far ridere i figli di una signora molto borghese che lo guarda con tutta l’inquietudine baltica di cui è capace. Quando scende, l’ubriaco passa nel piccolo corridoio dicendo qualcosa ad alta voce, parlando all’umanità di chissà quale argomento, e pretende di stringere le mani a tutti quelli che, almeno una volta, si sono girati a guardarlo durante il tragitto. Si avvicina pericolosamente a una ragazza, tenta di sussurrarle qualcosa all’orecchio, tutto il vagone si mette in allarme.

Il punto di contatto ferroviario tra Lituania e Polonia è una piccola stazione sperduta nella pianura coltivata, in un paese di legno che si chiama Šeštokai. Ci dobbiamo passare circa un’ora per la coincidenza. Ci diciamo che è strano che la stazione di cambio tra due capitali europee sia in un posto come quello, circondato dal nulla e dallo spazio, senza niente che non sia un piccolo orto recintato, una casupola di legno sferzata dal vento e dalla neve, e un certo numero di vacche al pascolo. Facciamo un po’ di spesa nell’unico negozio: il treno farà un giro incredibile, impiegherà più di sette ore per coprire il tratto tutto sommato breve che separa Varsavia dal confine. sestokaiMangiamo sulla banchina della stazione, chiusi tra il nostro trenino che non si decide a ripartire e i vagoni diretti a Varsavia. Vado in bagno, io ho questa sorta di rito, quando sono in viaggio, devo pisciare, devo lasciare una traccia in ogni posto dove mi fermo per almeno un’ora. Entro nella costruzione indicata come bagno: l’interno è tutto piastrellato di azzurro, sa di piscio e di ammoniaca, e riceve poca luce da alcune finestrelle rettangolari. Io ho già parlato altrove, sempre in questa cronaca, dei bagni di Birkenau. Sembra che un’orda di estoni sia arrivata a cavallo e abbia divelto le porte, sradicato tutti i water, li abbia gettati da qualche parte, poi abbia cominciato a prendere a sprangate le tubature, i condotti, abbia lacerato le pareti e profanato i lavandini e, infine, abbia impalato e scuoiato tutto il personale delle pulizie: nel pavimento sono rimasti dei buchi, ritagliati nella superficie orizzontale delle piastrelle. Bisogna direzionare il fiotto di piscio entro questi spazi neri, profondi, per evitare che l’orina rimbalzi sul pavimento e ritorni indietro a macchiare i pantaloni. Qualcuno che mi ha preceduto se ne è fregato, si è svuotato a caso, probabilmente guardando per aria. Allungando un po’ il collo, riesco a vedere l’interno della fogna, strizzando gli occhi posso distinguere la forma imprevedibile dell’ammasso di feci che è raccolto sul fondo del buco, riesco a immaginarmele bagnate, innaffiate dal piscio e dagli sputi. Mi chiedo chi possa avere avuto il coraggio, e sono molti, di mettersi a cagare senza le porte, senza potersi appoggiare da nessuna parte e senza potersi permettere di non centrare il buco. Da un momento all’altro ci si aspetta di veder emergere da questa cloaca un essere smisurato, affamato e strisciante, soffocato dalla poca aria che ci deve essere là sotto, ci si aspetta di morire così, in questo modo stupido, sbranati sopra un buco delle piastrelle di un posto sperso tra la Lituania e la Polonia; oppure, più realisticamente, si ha paura di scivolare sul leggero strato di piscio altrui che circonda il buco, di finire all’improvviso e senza accorgersene all’interno della fogna, di entrarci con una gamba dopo aver sbattuto la testa sul bordo viscido…

Epilogo veneziano
Solo io, Ronnie e Vincenzo ci imbarchiamo sull’aereo per Venezia; Davide è partito nel pomeriggio: arriverà a Rimini via Francoforte. Partiamo con un’ora buona di ritardo, pare che su tutta la tratta da Varsavia all’Italia (Sud della Polonia, Slovacchia, Austria, Triveneto) ci sia una specie di bufera, e fino all’ultimo rischiamo che il nostro volo venga annullato per maltempo. L’aereo cade preda per tutto il viaggio di sinistri vuoti d’aria, di mancamenti, di sospiri, anche le hostess e gli steward faticano a camminare per il corridoio centrale, si aggrappano ai carrelli delle bibite, dei gioielli, mentre noi voliamo in mezzo ai lampi che illuminano la cabina e si scaricano sull’Europa. Atterriamo a Venezia sotto un’autentica bufera: l’aereo riesce a centrare la pista appoggiando prima il carrello di destra e poi stabilizzandosi sull’asfalto in velocità. Piove obliquo, si fa fatica a vedere attraverso il muro d’acqua, e tira un vento che piega la testa, che ti fa maledire la tua maglietta e i tuoi calzoncini. Recuperiamo i bagagli nell’aeroporto vuoto, abbandonato; è l’una e mezza del mattino, gli inservienti cominciano a passare sui pavimenti con le loro macchine lucidatrici, e per uscire sulla strada ci vogliono tre persone: una che esce, le altre due immobili sotto le fotocellule delle porte scorrevoli per tenerle spalancate, perché a quell’ora dal Marco Polo si può soltanto uscire, visto che non ci saranno aerei da prendere per almeno altre quattro ore. Il primo pullman verso Mestre sarà tra quattro ore. Vincenzo si ricorda che c’è un treno per Bologna alle tre e mezza, e che forse un paio di carrozze verranno dirottate su Milano. Vale la pena tentare. Saliamo su un taxi, la mia prima auto con il cambio automatico, e ci incuneiamo nella pioggia battente; il vento piega gli alberi, li annoda, fa correre le pozzanghere sull’asfalto, le disloca. Arriviamo alla stazione di Mestre alle due e mezza, il tempo di uscire dal taxi e raggiungere l’edificio e siamo completamente inzuppati. Tiro fuori dalla valigia una felpa e il k-way, e provo a forzare la porta della sala d’attesa senza riuscirci: siamo condannati a passare le prossime ore sulla banchina. Ci mettiamo nel centro esatto della piattaforma, pensando di schivare la pioggia, ma l’acqua ci batte lo stesso sugli stinchi, il vento fa lacrimare gli occhi. La fine del mondo sarà in pieno giorno e in pieno sole perché questa notte il mondo è andato avanti. Qualcuno vaga per la stazione in maniche di camicia, si abbraccia, saltella, cerca riparo nel sottopassaggio, anche quello sferzato dal vento e dagli spruzzi. Passiamo un’ora così, in piedi, nascondendoci dietro i cartelloni pubblicitari, dietro i pannelli con gli orari dei treni, cercando riparo e lanciando lo sguardo nel buio, nella vana speranza di vedere le luci di un treno, del nostro treno in miracoloso anticipo.

Sul treno non c’è posto per me. Pagando un supplemento, Ronnie e Vincenzo possono andare, ma per Milano ci sono solo cuccette piene da Vienna, e non riesco a far commuovere il controllore, non posso sistemarmi nel corridoio. Convinco gli altri a partire comunque, il mio treno è alle cinque e mezza, aprirà un bar, prima o poi, riuscirò a trovare riparo, magari a dormire un’oretta.

Mi infilo in una cabina telefonica, trascinando con me la valigia perché non si bagni. Fumo l’ultima sigaretta rimastami appoggiato al vetro sporco, con il cappuccio del k-way chiuso fin sugli zigomi. Raggiungo il primo binario, comincio a guardare gli orari del bar e della biglietteria. Il bar aprirà alle sei, la biglietteria alle cinque. Tento di raggiungere i bagni, almeno lì dentro non piove e non tira vento, ma i bagni sono l’ultima cosa che verrà aperta. Piscio in un cespuglio, trascinandomi dietro la valigia e tentando di fare il più in fretta possibile per evitare di inzupparmi completamente. A pochi passi da me, un ubriaco sprezzante del freddo e della pioggia dorme appollaiato sopra il cumulo delle sue cose.

Verso le quattro la stazione è popolosissima: saremo una ventina di persone, di cui la metà non è in attesa di un treno: tre o quattro tossici dormono sopra dei cartoni, oppure se ne stanno seduti a guardare nel vuoto appoggiati a una colonna. Due puttane nigeriane hanno appena finito il turno, camminano a gambe larghe sulla banchina e non guardano in faccia nessuno; ciabattano nelle loro infradito perlate, e non hanno nemmeno voglia di parlare tra loro. Due barboni si sono ricavati un giaciglio di cartone all’ingresso del McDonald’s. Passando di fianco a loro, li si sente russare, come se davvero dormissero beatamente. Una famiglia di filippini ha occupato un angolino davanti alla vetrata del bar: hanno aperto gli ombrelli e li tengono appoggiati per terra, in modo che facciano da schermo contro il vento. Sono tentato di chiedere se hanno un posto per me. Nelle stazioni di notte c’è sempre qualcuno che arriva da chissàdove, e che se ne sta fermo da solo nella medesima posizione aspettando il proprio treno. Sono maschi di mezza età malvestiti, probabilmente impiegati statali con la barba sfatta e almeno un matrimonio andato alla deriva. È a questi che di solito io scrocco le sigarette, perché so che non vorranno mai attaccare discorso. In ogni stazione, la notte, c’è un faccendiere: tutte le volte che mi è capitato di trascorrere le ore buie nelle stazioni d’Europa senza riuscire a dormire, ho sempre visto questa figura: è un maschio sporco con la pancia prominente, i capelli lunghi, unti e brizzolati e le dita sporche. Arriva in stazione a una cert’ora, ed è come se tornasse a casa: conosce tutti, ferma tutti, ha qualcosa da dire alle puttane, ai tossici, a volte anche ai viaggiatori. Sa il nome delle bigliettaie, della tabaccaia e si ferma a fare due chiacchiere con gli addetti alla pulizie. Parla male la sua lingua e la riempie di dialettismi, offre sigarette a chi gliele chiede e sa tutti gli orari degli autobus. È l’Uomo della stazione, uno che non si saprà mai di preciso che cosa fa, com’è che è finito a fare l’affabulatore notturno. Si sa che non salirà mai su un treno, lo si intuisce, e, in qualche modo, si ha la sensazione che finché ci sarà lui non ci sarà mai pericolo per nessuno. L’Uomo della stazione di Mestre parla e ride con una ragazza cinese, tende l’orecchio per capire le risposte, mentre io mi sono sistemato, in piedi, davanti all’ingresso sprangato di una banca, e ho di fianco un orientale, un giapponese di quarant’anni: gli orientali sembra sempre che indossino vestiti di due taglie più grandi. Il mio canticchia una canzone in giapponese, sbatte i piedi per il freddo e li sbatte a tempo. Ogni tanto gli lancio un’occhiata, lo inibisco e lo faccio smettere. Lui allora appoggia la testa a una colonna (è in piedi come me), chiude gli occhi e prova a dormire; rimane così per qualche minuto, poi si sveglia e riattacca a canticchiare. Di nuovo mi giro e lo guardo, diventa una specie di giochino tra noi due per ingannare il tempo. Chiedo una sigaretta al sosia dei Benicio Del Toro: è una cento’s, io odio le cento’s e sono quasi le cinque del mattino. Aspettiamo l’apertura delle porte della biglietteria mentre la bufera non accenna a calmarsi. Tutti quanti camminiamo rasentando i muri, sostenendoci le occhiaie. Bisogna fare i biglietti ai distributori automatici. Una famiglia di pakistani non sa come si fa, mi mette in mano dei soldi e mi chiede se, per favore, posso fare per loro quattro biglietti per Milano. Mentre digito sullo schermo e vado avanti con la procedura, se ne fregano altamente e parlano tra di loro nella loro lingua. Finalmente il binario, nel freddo di quest’alba lurida. Il treno ritarderà di quaranta minuti, è l’ultima beffa, a me gira la testa dalla stanchezza e mi sembra di essermi caricato sulle spalle tutta la sofferenza della Polonia in queste ore, mi sembra di averla riassunta nell’esperienza di una notte di tempesta tra la popolazione notturna di una stazione sudicia, dimenticata. Bisogna stare come si sta, immersi nelle cose, con tutta la scomodità e la precarietà e l’urlo e lo sdegno di cui si è capaci.

[Fine]