Vilnius-Kaunas-Vilnius
La Finlandia. Una lunga strada, dritta come un colpo di fucile, in mezzo a distese regolari di boschi, a casupole di legno con i tetti spioventi, talmente ripidi da sembrare, in lontananza, delle semplici costruzioni verticali, bidimensionali come i pali della luce. Il paesaggio baltico si uniforma lentamente a quello scandinavo, la terra diventa un tutt’uno, l’Europa va ad abbassarsi, ad eguagliarsi per diventare prima steppa poi lamina peninsulare, scandinava. È un pullman urbano, quello che ci fa coprire i cento chilometri che separano la prima dalla seconda città della Lituania, un pullman urbano che viola le normali leggi del trasporto, entra in autostrada e si mette a viaggiare, ad attraversare il Paese. I lituani hanno creato una rete autostradale semplice e lineare e a tratti sorprendente: circa ogni cinquecento metri il cordone di metallo che separa le due carreggiate si interrompe, dando la possibilità agli automobilisti di fare inversione di marcia, di ripercorrere a ritroso i tratti di strada già battuti e di ritornare sui propri passi. Eh, c’è poco traffico, ci sono poche macchine e pochi pericoli.

La periferia di Kaunas, fino alla stazione, ha l’aspetto di una città sovietica, finalmente. Molto verde, molti palazzoni in odio agli occidentali, gli incroci dei cavi dei tram e dei filobus, le signore, finalmente le signore, con le loro enormi borse della spesa a quadrettoni, trascinate sopra i selciati con i carrellini di ferro cigolanti. Kaunas ha una lunga via pedonale che taglia e informa la città nuova e un’altrettanto lunga e più sinuosa via pedonale che conduce alla piazza del municipio nella città vecchia. Appena fuori, uno svincolo, una superstrada, e poi il verde a perdita d’occhio, con un’acciaieria meravigliosa che guarda la città. Mangiamo il piatto tipico lituano, l’ennesima cosa di cui non ho appuntato il nome e che non so più nominare: sono delle enormi patate trattate, lavorate con il burro e cucinate al vapore: all’interno, un cuore di carne lessata. È il tipico cibo orientale che ti sistema fino alla sera del giorno dopo. Kaunas, al contrario di Vilnius, è una città quasi interamente lituana, apparentemente benestante così come apparentemente benestante sono la capitale e tutta la nazione, che ha accolto con indifferenza il sovietismo e accoglie ora l’Unione Europea senza una particolare estasi, pare, sicura di poter continuare per la sua strada senza troppo appesantire il proprio sistema di vita. kaunasC’è però un autobus, alla stazione, fermo nella piazzola più grande: è una macchina moderna, enorme, a due piani. Sta per partire per Londra. Ai suoi piedi, un centinaio di persone, la più anziana delle quali difficilmente ha passato i trenta. “Cazzo, vanno a Londra in autobus!”, dice qualcuno. Sono ragazzi e ragazze con le loro valige di spago senza lo spago, stanno andando in Inghilterra a cercare lavoro, stanno fuggendo dalla Lituania, dall’Est. L’Inghilterra è l’unico Paese europeo che non ha messo vincoli ai permessi di ingresso per lavoro ai neocomunitari. La Germania ha una politica molto restrittiva, per la paura di essere invasa soprattutto dai polacchi, la Francia è un po’ più liberale, l’Italia… L’Inghilterra sente, al momento, di poter accogliere tutti. Ci sono autobus per Bruxelles, per Madrid. Almeno due giorni di viaggio, ci diciamo, a stretto contatto sui sedili, nei corridoi… cominciamo a fantasticare, ci diciamo che durante quei viaggi, secondo noi, devono nascere amori fugaci, promesse da non mantenere appena giunti a destinazione, ci deve essere tutta una tecnica universalmente riconosciuta per riuscire a scopare comunque indisturbati negli ultimi posti, magari si fanno i turni, ci si porta dietro una coperta in più per avvolgersi, per costruire improbabili paramenti e scambiarsi acrobatiche confidenze genitali in pieno giorno, in mezzo a tutte queste persone vaganti o dormienti, tutte quante in cerca di miglior fortuna o di un’avventura. In Italia, ci diciamo, qualcuno riuscirebbe sicuramente a mettere in piedi un’attività, su queste cose, e troverebbe senz’altro una tv privata in grado di mandare in onda la pubblicità: “Il pullman dell’amore”, altro che andare a Londra a cercare lavoro, “Vuoi sapere qual è l’ultimo trend? Fatti una tipa sul pullman dell’amore!”, “Sei solo? Cerchi compagnia? Vuoi mettere un po’ di pepe nella tua vita? Prova il pullman dell’amore! Coraggio! Salta su!”, ti facciamo scopare, non ci sono cazzi, altro che quelle crociere di merda, ormai è roba passata, c’è bisogno di avventura, c’è bisogno di stare sul filo del rasoio e di conoscere nuova gente.

La sera, a Vilnius. Come al solito è tardi, sono pochi i posti aperti. Finiamo in un ristorante italiano, che pare l’unico che non ci caccerà fuori alle undici. La scena è incredibile, talmente è scontata, ci mettiamo a guardarla senza farci problemi, senza filtri, scoppiamo a ridere perché è talmente ovvia, la cosa, che non sembra vera: una puttana lituana, di quelle d’alto bordo, sofisticata, ingioiellata, truccata; l’imprenditore tedesco, grasso, con la cravatta allentata per far defluire il sudore, i baffi, le labbra salsicciose, unte, gli occhiali spessi; il cliente dell’imprenditore, a cui è stata pagata la cena e la puttana: giacca di renna, camicia a quadrettoni, schiaffo. Parlano un misto di inglese e tedesco. L’uomo d’affari, il tedesco, a un certo punto, si mette a cantare a bassa voce una canzoncina tedesca, la canta rivolgendosi alla puttana, le prende la mano: è una specie di lieder, sicuramente una canzone della sua infanzia; canticchia, si avvicina a lei col viso in fiamme, arriccia la bocca untuosa, rivoltata nel sugo. Lei ascolta, sorride, all’inizio non si capisce che cosa possa pensare della scena di cui è protagonista, o se se ne frega perché è abituata a cose del genere. Noi guardiamo, ci mordiamo la lingua e ci scambiamo delle occhiate trattenute. Lei, la bella di Vilnius, alla seconda strofa alla fine cede, si pulisce a lungo la bocca nel tovagliolo, smette di sorridere e si gira verso di noi…

Vilnius-Trakai-Vilnius
Tutta la città è tappezzata di camicie bianche: le hanno appese ai lampioni, alla impalcature, nelle piazze, alle finestre, nei viali. Chilometri e chilometri quadrati di stoffa bianca che penzola e viene sbatacchiata dal vento. Il presidente lituano, quello che li ha portati nell’Unione, è caduto sotto i colpi di una specie di Mani Pulite alla baltica, e attualmente la Lituania si trova senza una guida. Il suo partito ha promosso l’iniziativa delle camicie, tentando di far passare il concetto che chi non è ancora stato dichiarato colpevole è innocente, puro e, in ogni caso, il presidente appartiene ad uno schieramento che ha fatto dell’onestà e della purezza il suo vessillo. Il traffico di Vilnius, in questa città stretta e labirintica, è contenuto, ci sono poche macchine e mai una coda. Le camicie appese sembrano incredibilmente pulite. Le hanno appese in alto, a quattro-cinque metri da terra: gli italiani non riusciranno nemmeno questa volta a tornare a casa con una camicia nuova.

Trakai è una piccola cittadina a poche decine di chilometri da Vilnius, la si raggiunge in autobus, percorrendo la stessa strada che si fa per andare verso Kaunas e fermandosi in alcune piccole cittadine del cuore della Lituania, dove scende e sale un numero incredibile di vecchi. A Trakai c’è un castello medievale nel mezzo di un lago, e la cittadina è l’unica sede mondiale della minoranza karaimica. I Karaimi, mezzi turchi, mezzi tatari, mezzi lituani, con un’idea tutta loro della cristianità, con la fissa del numero tre, sono oggi settanta. Sono bassi, cicciotelli, sia uomini che donne hanno dei lunghi baffoni da coltivare, hanno il loro museo gestito da una polacca e la loro chiesuola con il loro pope. I Karaimi si sono sistemati a Trakai, nel corso degli anni ne sono diventati la caratteristica, hanno aperto dei ristoranti dove fanno il loro mangiare tipico e costringono i loro bambini, con indosso i costumi tradizionali – molto simili a quelli dei mongoli -, a ballare le loro danze atroci sotto i bersò o nelle piazzole, con un occhio sempre rivolto ai camion delle consegne, che prima o poi dovranno pur passare per l’unico passaggio disponibile e verranno a interrompere la danza con buona pace delle vecchiette viennesi. Le case dei Karaimi si riconoscono a vista: sono le uniche che, sulla facciata frontale, hanno tre finestre, disposte a piacimento ma comunque tre: una per il capo famiglia, una per gli ospiti, una per dio. Sono tre punti di ingresso obbligatori, tre vie d’accesso per le tre grandi colonne della cultura e della religiosità karaimiche. karaimi

Ritorniamo a Vilnius utilizzando, finalmente, un pullman come si deve: il pavimento divelto, attraversato da alcuni tubi di metallo nero, le tende sudate come se avessero passato gli ultimi anni a raccogliere l’unto dei capelli dei viaggiatori, come se fossero state realizzate e appese per levare la patina collosa dalle nostre teste, un miniposter di una donna nuda appesa di fianco alla testa del conducente (il quale, naturalmente, sta fumando), il segno del corpo di chi ti ha preceduto tatuato nella polvere dei sedili, due ragazzi che si passano una lattina di birra nel fondo della cabine e ruttano tristemente, alla slava. È il primo autentico segnale, in fondo, del passato sovietico, e siamo tutti più tranquilli, finalmente possiamo dire non siamo finiti in Scandinavia.

La sera, in ostello. Ci sono dei quadernoni sopra un tavolo, piuttosto consunti e maltrattati: sono i diari di bordo del posto, il luogo dove gli avventori sono invitati a lasciare una loro traccia. Maurizio ha scritto delle cose deliranti sulla povertà della Lituania. Noi, da suoi connazionali, ci dissociamo con un lungo e contorto messaggio in inglese. I giapponesi hanno una scrittura spaventosa, scrivono tutti come nei cartoni animati: gli ideogrammi, i segni, sembrano tutti quanti ricalcati, studiati, rigorosamente ponderati prima di essere tracciati. Alcuni di loro scrivono in inglese. Ce n’è uno che, nel maggio 2003, è stato da solo in vacanza in Afghanistan: ha scritto quattro pagine fitte dando indirizzi, costi e suggerimenti su come girare per quel Paese e consiglia a tutti di farci almeno un giro: dice che non è vero quasi niente, che di giorno lui ha girato tranquillamente per Kabul, per Kandahar, che la popolazione è gentile, tratta bene persino i giapponesi. Dice che ci sono delle zone dove è meglio non andare, ovviamente, ma che il vero problema non è la violenza, è il recupero di acqua e cibo: anche per lui, che con quattro dollari a notte dormiva all’Holiday Inn. Bisognerebbe, dice, imparare almeno i rudimenti della loro lingua, delle loro varianti, perché è molto difficile trovare un afgano che sappia l’inglese o che abbia ancora voglia di usarlo, e comunque tutti quanti si sforzano di essere gentili e di farsi capire. Dice che sono molto difficoltosi i trasporti, i collegamenti, anche perché alcune zone del Paese non sarebbero percorribili anche se ci fossero i mezzi idonei per farlo. Noi ci guardiamo, ci viene quasi da ridere. Che cosa cazzo ci è andato a fare, nel maggio del 2003, un giapponese in Afghanistan? Come diavolo gli è venuto in mente? Ma in definitiva si può fare tutto, ci si può sempre mettere in gioco e in discussione, e si può andare dovunque, sempre. Basta cominciare ad andare.

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