Białystok-Białowieža- Białystok
Perché Białystok? Perché questo luogo di confine, questa città abbandonata, scrostata, dove sappiamo che non troveremo niente perché niente ci può dare? Perché a volte le cose te le devi andare a cercare, devi esplorare anche quello che non avresti mai detto, devi allontanarti dalla bellezza, dalla possibilità, dal fulgore. Devi vedere quello che non vedresti mai, devi raggiungere, con tutta la superficialità e la fuggevolezza di una condizione come la nostra, i confini, la periferia.
“Andrea, perché ti ostini a non voler studiare il polacco? Perché non lo impari? Cosa ti tiene lontano?”, “Giorno dopo giorno mi sto dimenticando quel poco di russo che avevo fissato nella mente. Figurati se mi metto a studiare il polacco!”. Ah, polacco! Lingua di mezzo, scontro di consonanti, deviazione cattolica del parlar slavo! Sei la lingua perfetta per essere parlata a bassa voce, a bassa voce dalle vecchine che spettegolano nei viali vuoti dei cimiteri, la mattina, e-cos’ha-fatto-la-figlia-del-dottore-e-quanto-si-fa-fatica-a-tirare-la-fine-del-mese, sei la lingua delle borse della spesa, dell’accettazione e delle teste basse, sei la lingua stentata, malscritta, perfetta per essere paroleggiata, cincischiata, farfugliata, sei la lingua delle cose piccole, degli scioglilingua impronunciabili, della delazione e della preghiera ignorante e cieca!

bialystok-starowkaA Białystok hanno una chiesa cattolica gigantesca, moderna, che sembra una moschea. Hanno un campanile che sembra un minareto, piazzato all’inizio dell’enorme e lunghissima via principale, hanno i marciapiedi larghissimi e un ostello piccolino, con gli interni tutti in legno, pulitissimo: un prefabbricato di questi tempi, una casetta delle fiabe con il tetto verde e le pareti esterne di plastica, molli, in mezzo a dei palazzoni squadrati e noiosi, umettati di verde, di giallo, di blu, di rosso, di segni obliqui e di finestre piccole. Vincenzo sta male, diamo la colpa alla rapa rossa ma la rapa rossa non c’entra, entra ed esce continuamente dai bagni di tutta la città , nei bar, nei caffè, prende pastiglie, caga di notte nei parchi vicino ai parcheggi, tra le case addormentate, con Ronnie che gli fa da piantone e gli ride in faccia mentre rumoreggia all’ombra di un albero o di un muretto, ruba rotoli di carta igienica nei ristoranti; ci racconta, forse per esorcismo, dei bagni della stazione di Leopoli, con quella loro struttura centrale in legno, e due mefitici vialetti lunghi qualche metro dove tenere sospesi i culi, fianco a fianco con l’ucraino ubriaco di turno, con un moldavo emigrato, dopo aver cercato uno spazio non occupato dalle merde di quelli che sono stati lì in precedenza. Metri e metri di mucchietti di merda, una passerella insopportabile per trovare uno spazio libero e cagabile, in quell’acquetta calcuttesca e ignobile che scorre bloccata dal guano e dalle fibbie delle cinture, che cadono dai pantaloni slacciati e si tuffano nel fiume caffelatte.

A Białystok Deržinskij tentò, con un discorso accorato, di fondare la Repubblica Socialista di Polonia con trent’anni di anticipo. Oggi un barbone di settant’anni, completamente sbronzo, che abbiamo recuperato chissà come alla stazione degli autobus, ci chiede delle sigarette sostenendo che siamo “super”: lo troviamo dovunque – e dire che abbiamo attorno 250.000 abitanti – nei 24 ore, nelle piazze, nelle stazioni, di giorno e di sera. Diventa un po’ il Leitmotiv della nostra permanenza: usciamo dall’ostello, scendiamo da un autobus e ci guardiamo attorno, lo cerchiamo con trepidazione. Facciamo un altro tentativo di ottenere un visto per Minsk. Davide è convinto che basti cambiare città perché cambino le regole, che basti spostarsi di qualche centinaio di chilometri per avere delle facilitazioni, perché chiudano un occhio. Dopotutto Białystok è sul confine.

Białowieža, la Foresta Bianca. Comincia in Polonia, si espande e finisce in Bielorussia. Ci andiamo per vedere la riserva del bisonte europeo, anche se non ce ne frega niente. Due ore di autobus verso finis terrae, con un cambio nel buco del culo dello Stato. Una cicogna ha fatto il nido sopra un camino, in mezzo a questi boschi, a queste distese di niente e a queste straducole costeggiate di abitazioni in legno con i tetti ripidissimi. Per arrivare dal bisonte dobbiamo prendere “per forza” una carrozza. Le rughe di una signora vestita alla marinara ci portano, a colpi di frusta, all’interno dei boschi, con Ronnie che ha mal di cavallo e le macchine che ci superano a cent’allora. Una ragazza bellissima ha un chioschetto con dei tavoli di legno massiccio appena fuori dall’ingresso della riserva. Ci prepara dei pirogi al cinghiale, mentre la nostra cocchiera ci aspetta e intanto parlotta con gli autisti degli autobus. La Polonia è bellissima, tutta uguale, tutta piena di villaggetti, di coltivazioni, di distese di alberi, di mucche legate con delle catene inchiodate al terreno, di facce rugose. bialowieskiIl bisonte ci guarda, si avvicina, ha gli occhi poco intelligenti e la cervicale curva, nodosa. Siamo a due chilometri dalla Bielorussia, che non raggiungeremo. Proviamo a guardare, a vedere se si vede già la frontiera e se noleggiando un trafficante possiamo superarla. Ma non si vede la frontiera, e non ci sono trafficanti, solo il rumore degli zoccoli di un cavallo e, a un angolo, la Pizzeria Positano.

L’inventore dell’esperanto è di Białystok. A Białystok c’è la statua del loro concittadino che inventò l’esperanto e ci sono le donne più belle di tutta la Polonia. Una di loro, molto giovane, ci ferma l’ultima sera mentre stiamo andando verso la stazione, dove abbiamo lasciato le borse e dove prenderemo un treno per partire. È quasi mezzanotte, e c’è in giro poca gente. Lei sta parlando animatamente al cellulare, ci incrocia, ci guarda, si capisce che dice al suo interlocutore di aspettare, che lo richiama dopo. Ci chiama, in inglese. “Da dove venite?”, “Dall’Italia.”, “E’ tutto a posto?”, ci guardiamo un po’ perplessi, senza capire, “Sì… è tutto a posto.”, “Ho visto che siete stranieri, ho pensato di aiutarvi.”, “Aiutarci?”, “Sì, se avete bisogno di qualcosa, se vi sentite disorientati, io sono di Białystok…”.

Vilnius
Il vento di Vilnius ti piega le anche, in questa mattina di pioggia dopo una nottata traballante sopra un treno. Ronnie, Davide e Vincenzo dicono che, ogni volta che entrano in Lituania, il primo giorno piove, il cielo sembra basso come un soffitto e, arrivati alla stazione, bisogna subito aprire la valigia, così, nella sala d’aspetto, e cercare una felpa pulita tra le cose che si ammassano, si nascondono a vicenda e si disperdono. Davide si fionda immediatamente in un’agenzia, parlotta con l’impiegata in russo, in polacco, mentre io, dall’altra parte della stazione, cerco un ostello all’ufficio del turismo. Io trovo da dormire, lui trova il sistema per entrare in Bielorussia. Possiamo entrare, stare dentro tre giorni, è sufficiente lasciare i nostri passaporti all’agenzia fino alle quattro del pomeriggio, pagare un numero spropositato di litas e fare un altro viaggio di notte. È martedì, e noi entro venerdì dobbiamo essere assolutamente a Varsavia, nel nostro quartier generale, perché sabato si torna a casa. Inoltre, non ci danno la certezza matematica che, arrivati alla frontiera, la cirrosi di una delle guardie di confine non lo spinga a rompere comunque i coglioni a Ronnie per via del suo passaporto in scadenza. Decidiamo di rinunciare, che non ne vale la pena, io non sono nemmeno mai stato in Lituania, mi va bene così. In ogni caso, se si vuole andare in Bielorussia per un periodo molto breve e non si vuole passare intere giornate tra consolati, ambasciate e impiegate annoiate, è sufficiente entrarci dalla Lituania, aggirando l’ostacolo dell’invito e tutto il resto.

Arriviamo all’ostello, a pochi passi da Ostra Brama, la seconda madonna della cristianità cattolica dell’est europeo. E’ una madonna polacca, che sta a Vilnius perché prima Vilnius era Polonia. Tre piccole stanze, ognuna con otto-dieci letti, maschi e femmine assieme, due bagnetti a volte senza acqua calda, i coreani che dormono tutto il giorno, si alzano, mangiano il loro riso o chessoio, e poi tornano a letto. Poi, a parte noi e una coppia di austriaci, solo anglosassoni: inglesi, australiani, americani, un canadese. Gli europei non girano l’Europa: non ho quasi mai incontrato in giro gli spagnoli, i francesi, i belgi, i norvegesi, gli svizzeri. A meno che non abbiano un motivo di studio o di lavoro. Girare per girare, al di là dei gruppi di pensionati, è una cosa degli italiani e del Commonwealth, strana comunanza di mete e di intenzioni.ostra

Maurizio. Cazzo, abita a Rovello Porro, il paese di fianco al mio. Lavora a Saronno, dove abito io. Quarant’anni, solo, sta facendo l’inter-rail: Praga, Germania, Polonia, repubbliche baltiche, scandinavia. Una città, massimo due per ogni Stato. Si presenta vestito di nero, maglietta sporca, capelli incrostati sulle tempie, barba malfatta, mani nere, una quantità disumana di tartaro sui denti. Viene con noi a fare colazione. Passo una mezz’ora terribile a cercare di fargli capire che no, la Manu di Cislago non la conosco, e non conosco nemmeno il Jimmy, l’Antonio, la Federica e tutti i 151 volontari della crocerossa di Saronno, dove lui lavora. Dopo un’altra mezz’ora abbiamo finito gli stratagemmi per passarcelo di mano, ormai può andare a ruota libera, ha trovato con ognuno di noi l’argomento con cui torturarlo: con Vincenzo, che è medico, ad esempio, tenta di scambiare opinioni sul sistema linfatico, sullo schifo della Sanità italiana. Finché Davide non trova il modo per liberarcene: andiamo a vedere la casa di Mickiewicz. Il poeta ha vissuto a Vilnius quando ancora si chiamava Wilno, era alto un metro e sessantasette e le porte della sua abitazione non arrivano al metro e settantacinque. C’è una copia della prima edizione del Pan Tadeusz. C’è una signora, polacca di Lituania, che ci fa da guida. Capisce anche il russo, anche se a domanda risponde comunque in polacco. I lituani di Vilnius sono tutti quanti almeno bilingui: tutti parlano lituano, ma un sessanta per cento della popolazione è polacca o ha origini polacche, e un’altra grossa fetta proviene da Russia o Bielorussia. Si instaura una specie di giochino tra me e Davide, per chiedere informazioni: fermiamo della gente a caso, uno fa la domanda in polacco, ascolta la risposta, poi interviene l’altro e chiede un compendio nell’altra lingua, il russo. Vogliamo cogliere i lituani impreparati, e non ci riusciamo quasi mai. Se non sanno parlare una delle due lingue, comunque la capiscono. Per il resto vaghiamo per la città, Ronnie e Vincenzo, che si sentono in estate, sfoderano pantaloncini corti e sandali e hanno le gambe tagliate dal vento e i piedi rossi dal freddo. Io sono in una camera con Ronnie (e Maurizio, oltre ad altre quattro persone), Vincenzo e Davide hanno i coreani. Mi sveglio a metà della notte, il mio quasi-concittadino e un tizio di Londra stanno lanciando a briglia sciolta i loro bronchi nella stanzetta. Ronnie bestemmia, è insofferente: lo vedo, nel buio, mentre tira una cucinata sul corpo di Maurizio, il quale non fa neanche una piega e continua imperterrito a russare. Poi Ronnie si volta, dirige la mira sotto di sè, becca l’inglese sul petto con un’altra cucinata. È un’escalation di violenza, Maurizio non la smette, avvolto nella sua canottierina bianca che luccica nel buio. È la volta della mano nuda. Non è possibile che lo faccia davvero. Invece lo vedo sporgersi, vedo Ronnie allungare il corpo nello spazio e tirare così, a palma aperta, alla coscia del mio quasi-concittadino. C’è un momento di silenzio, in cui mi sento ridere e sento Ronnie che manda affanculo tutti quanti e sputa minacce. Mi giro dall’altra parte, ho le lacrime agli occhi e devo cacciare la testa nel cuscino.