Varsavia-Łodz-Varsavia
La seconda città, per grandezza, della Polonia. La “Manchester polacca”. L’esatto centro, l’ombelico produttivo della nazione. L’emblema della crisi. La città dal nome più sorprendente, più innominabile, più illeggibile. Łodz. Woodge. Ci arriviamo senza voglia, quasi, perché sappiamo di trovarci poco e di doverci fermare soltanto un pomeriggio, senza avere la possibilità di provare a capirci qualcosa. Arriviamo in una stazione prebellica, scrostata, con un piazzale per la sosta dei pullman ampio e ingrigito, sormontato dal cubo azzurro di un edificio delle poste diroccato, rifiutato. Sembra la stazione di Vladimir. In lontananza, sopra un fatiscente palazzo di vetro, la scritta Dom kul’tury. Appiccicato a una colonna, un manifesto invita gli studenti a partecipare a dei tour estivi di vacanza: si parte con l’autobus dalla stazione di Łodz, si arriva in Grecia, in Croazia, in Crimea, al Lido Adriano, in provincia di Ravenna. Ci fermiamo un attimo nel parco fuori dalla stazione, abbiamo fame, ma prima vogliamo visitare l’unica chiesa ortodossa della città. La troviamo chiusa, come la maggior parte delle chiese ortodosse di stanza in Polonia. Troviamo una specie di caffè sulla via che porta alla strada principale del centro. Attraversiamo la strada, schivando gli innumerevoli rickshaw, che qui non sono idioti richiami per turisti (dato che di turisti non ce ne sono), ma un mezzo che gli abitanti usano di frequente per andare da una parte all’altra della lunga via principale. Entriamo, l’arredamento dà la sensazione di essere capitati in un locale dei tempi della secessione. Davide ci dice che quello, per i polacchi, è lo stile monarchico. Ah, capitiamo bene. Il menu è piuttosto vario e non proprio nazionale: ci sono delle autentiche perle, come la “trippa dell’Oltrednepr’” o gli “involtini di piccione alla maniera di Vitebsk”. Prendiamo qualcosa al volo, lo consumiamo e ci buttiamo all’esterno. La via principale di Łodz, la Piotrkowska, è una via semipedonale, ampia quanto il Nevskij e lunga tre chilometri. È piena di negozi, di caffè vuoti, di pasticcerie. Sembra l’unico posto di tutta la città ad avere subito delle ristrutturazioni, il che la rende una specie di unghia smaltata sopra una mano sporca. Attraversando gli incroci, buttando lo sguardo a destra e a sinistra, ci si immerge di nuovo nella meravigliosa decadenza post-sovietica, quell’eterno sentore di periferia e di lavoro che popola le grandi città dell’est, con i loro cortili stretti e opprimenti, le loro vie dissestate, la terra, il fango. lodzQui, invece, in questa lunga lingua di asfalto e di tentativi di porfido, i palazzi neoclassici sono stati rimessi a nuovo, quel poco di Liberty (o di Modern) è stato di nuovo laccato, pitturato di rosa, di azzurro, di verde. Davide ci dice che qui, prima della guerra, vivevano molte delle più potenti famiglie ebraiche del Paese, tutte più o meno spazzate via nei primi anni 40. Erano i grandi borghesi che avevano reso Łodz un grande centro produttivo nel cuore della Polonia, e tutti questi palazzi signorili, meravigliosi, erano le loro residenze. Davide si scopre un’anima yiddish, da haute bourgeoisie, davanti a una ricca pasticceria incastonata in uno di questi palazzi del benessere polacco. “Io,”, dice, “secondo me ho delle lontane discendenze, ci dev’essere qualcosa di ebraico nella mia famiglia, nel mio albero genealogico. È troppa l’attrazione nei confronti di tutto questo, il fascino che hanno su di me i ghetti, o queste prospettive ebraiche nelle città dell’est europeo… devo mettermi a studiare l’yiddish.” “Davide, l’anno scorso, in Croazia, avevi l’anima slavomeridonale. In Bosnia ce l’avevi indiscutibilmente balcanica. A Ravenna, davanti a una pasta al sugo, sei il più poderoso terrone che io abbia mai incontrato. Smettila con tutte queste cazzate, per favore!”

Incrociamo due matrimoni cattolici. Ci infiliamo, per curiosità, tra la gente all’esterno della chiesa. Vogliamo vedere la sposa. Ci troviamo in mezzo a un centinaio di persone disposte a semicerchio fuori dalla chiesa. Tra queste persone ci sono sia la sposa che lo sposo, gli unici rivolti verso la piazza. Pensiamo che debba succedere qualcosa, che ci sia qualche rito particolare, qualche gioco che gli sposi polacchi devono fare a sì avvenuto; invece se ne stanno tutti in silenzio, qualcuno riprende sobriamente con una telecamera, da lontano. Dopo qualche minuto cominciamo a guardarci tra noi, titubanti. Cosa cazzo stanno facendo tutte queste persone? Perché nessuno parla? Perché non succede assolutamente niente? Tutti, invitati, sposi, genitori degli sposi, bambini, cani, sono assolutamente fermi all’esterno della chiesa, nessuno scambia una parola con nessuno. Tutti si guardano, guardano verso la sposa, e non si accorgono di noi.

Prendiamo il treno per tornare a Varsavia. Sulla banchina, un uomo dalla testa bruciata ci si avvicina per chiedere soldi. Ha una serie di pustole sulla fronte, sulle guance, sul mento. Deve avere una spropositata quantità di merda fresca all’interno dei pantaloni, eppure siamo gli unici di tutta la stazione che non riescono a stargli vicino. Il treno per Varsavia viene annunciato in polacco, in russo, in tedesco e in inglese. Sarà per l’Unione Europea, diciamo. Viaggiamo nello scompartimento con una coppia di polacchi; lui è in licenza, si tiene sulle gambe un borsone militare, lei ha un piercing all’ombelico che le cattura tutta l’attenzione. A un certo punto sale un ragazzo piuttosto grasso, completamente rasato e imbevuto dell’odore del proprio sudore unito a quello della scadente birra polacca che tiene tra le mani e che gli traspira da ogni poro in modo nauseabondo. Si siede di fianco a me e comincia a parlare a caso con tutti quanti noi, a sbracciarsi, a bere rischiando ogni volta di non centrare il buco tra le labbra. Dice di essere un ultras del Legia Varsavia. Apre il portafoglio e mi fa vedere la sua tessera, mentre Davide traduce il suo delirio alcolico. “Quando andiamo in curva, facciamo ogni volta un gran casino!”, dice. Ci chiede da dove veniamo. “Ah! Włochy! Milan! Juventus! Totti! Buffon! Del Piero!”. Davide e Ronnie gli dicono che sono tifosi poco appassionati della Juve. Lui tenta di spiegare che il Legia è un po’ la Juventus di Polonia, e che prima o poi combineranno qualcosa anche in Europa. Ogni volta che alza le braccia per mimare i suoi cori da stadio, tutto lo scompartimento si volta dall’altra parte. Poi si gira verso di me e mi chiede qualche sia la mia squadra. “Inter.”, dico, con poco entusiasmo. Mi guarda, beve una sorsata, mi abbraccia. “Oh!”, dice, “Posso capire… mi dispiace, mi dispiace!”

Varsavia 
Alla Centralna ci ricongiungiamo con Vincenzo, appena giunto da Cracovia. “Come è andata?”, “Katarina si è trovata il ragazzo.”, dice, “Ma non sono andato giù per niente: mi sono scopato una sua amica. Siamo usciti con un gruppo di persone, tutti o italiani o italianisti, siamo andati in un pub, abbiamo cominciato a fare dei giri di birra, e il gioco era questo: chiunque, nel discorso, avesse pronunciato per errore, in una lingua qualsiasi, la parola ‘Varsavia’, avrebbe dovuto offrire da bere a tutto il tavolo. C’è una rivalità pazzesca, Cracovia si sente molto più colta, più interessante e più europea di Varsavia. A me è capitato di sbagliare una volta sola, all’inizio: poi sono stato attentissimo! C’è un sacco di gente che è venuta qui dall’Italia, tutti più o meno fanno i mediatori per l’Unione Europea. Stanno facendo un sacco di contratti, a Bruxelles, e per chi sa una di queste lingue nuove, appena entrate, è una manna dal cielo. L’UE cerca soprattutto persone che conoscano l’estone o il maltese. Voi come siete messi? Kate e le sue compagne di corso dicono che, per i neolaureati in Polonia, trovare lavoro per l’UE è un’occasione enorme, una delle poche occasioni possibili.”

Sono le undici di sera, in una calda serata di giugno. Nessuno di noi ha ancora mangiato, e la cosa, a una certa ora, in un posto come Varsavia può essere un problema: i ristoranti, i bistrot, i café sono per la maggior parte già chiusi. È l’ora in cui la Centralna si affolla, paradossalmente, quando i tabaccai e le edicole hanno finito il loro turno, quando gli autobus che passano sono quasi l’ultima occasione di farsi portare da qualche parte: tutte le sedie, tutte le panche, tutti gli anfratti dell’enorme hall  vengono occupati dai poveri, dagli sfollati, dagli ubriachi. La stazione diventa uno straordinario dormitorio, le persone si mettono a dormire fianco a fianco, appoggiano le schiene le une alle altre, si arroccano sui gradini, occupano la zona dei telefoni. Per arrivare a leggere le tabelle orarie bisogna superare una selva di arti, di corpi, di membra umane di ogni età e odore, bisogna immergersi in tutta la sofferenza della Polonia e sentirla respirare rumorosamente nel sonno, bisogna ascoltare le sue richieste e frugarsi nelle tasche per recuperare qualche monetina, o nella borsa, sperando di aver avanzato qualche sigaretta. Una volta, qualche anno fa, ero a Mosca in una serata come questa, solo indicibilmente più immobile e calda. Eravamo andati alla piazza Komsomol’skaja, la piazza delle tre stazioni, per recuperare nonsopiùchi che tornava da una gita pietroburghese, e ci eravamo immersi nel mercato delle pulci che congiunge idealmente le tre linee ferroviarie e le loro tre porte (verso nord, verso la Siberia, verso sud): giovani turchi che sgozzano i polli sopra dei banchetti di fianco alle edicole, rivenditori di riviste pornografiche polacche e ucraine, librai, scaricatori di mp3, barboni, sconfitti, reduci della guerra cecena senza le braccia, o sistemati su improbabili carrozzine rappezzate con la stoffa delle coperte, prostitute, bezprizorniki che frugano nei cestini di lamiera alla ricerca di mozziconi di sigaretta, borseggiatori per necessità, vecchi oligarchi destituiti appestati e biliosi e un gran silenzio, su tutto e su tutti un incredibile, grande silenzio di fondo. komsomolskajaNoi ci eravamo trovati in mezzo a tutto questo, quasi sorprendendoci, e ci guardavamo attorno subendone il fascino, quel fascino perverso che si acquisisce e si ricerca dopo aver preso qualche confidenza con l’Est; eravamo io e Davide, lo stesso Davide di oggi. Fummo avvicinati da una coppia di donne, madre e figlia, che si tenevano a braccetto sorreggendosi a vicenda: vestita poveramente, la madre aveva pochi denti, consumati dalla piorrea e dall’alcol emanato dal suo fiato; teneva il braccio cinto attorno alla vita della ragazza, una figura magra e ingobbita, incancrenita, con lo sguardo puntato chissà dove, fisso e spento, e una serie di pustole sul volto, sul collo, lungo le braccia. Anche la ragazza non aveva più denti, e perdeva i capelli, molti dei quali erano sparsi sulla sua camicia consunta, di almeno tre taglie più grande. Sono convinto che fosse sieropositiva, che i suoi arti e il suo sesso avessero già raggiunto uno stadio avanzato di necrosi. Si avvicinarono a noi, agli occidentali in attesa di altri occidentali, e la madre ci chiese se, quella notte, l’avremmo voluta passare con la figlia, in compagnia della figlia per pochi rubli, mentre la ragazza non guardava, non ascoltava e, probabilmente, non avrebbe nemmeno capito.

Adesso usciamo dalla stazione, dobbiamo decidere da che parte andare per cercare del cibo. Ci si avvicina una figura allampanata, un uomo di cinquant’anni malvestito, con la barba bianca e non curata, le mani sporche del pavimento della stazione di Varsavia. Ci chiede una sigaretta e la ottiene. Sente che parliamo italiano e riconosce la lingua. Comincia a raccontarci che lui, in autunno, viene a lavorare in Italia, raccoglie le mele nella Val di Non, così guadagna qualche soldo con cui riesce a fare il barbone in Polonia per tutto il resto dell’anno e a non morire di fame e di freddo. Conosce alcune parole nella nostra lingua, le sfodera tutte nel giro di un paio di minuti. Dice che il Trentino gli piace molto, e che se non fosse povero e senza speranza ci andrebbe volentieri a vivere. Davide, in uno dei suoi slanci di inconsapevole crudeltà naif, gli chiede se conosce un posto per mangiare. Lo guardiamo malissimo e lo copriamo di insulti. “Ma perché?”, dice senza capire, “Cosa ho fatto?”. L’uomo ci pensa un po’, poi decide: “Vi accompagno!”. Comincia una ventina di minuti in cui tutti quanti seguiamo l’uomo, che parla di nonsochecosa con Davide a due metri di distanza da noi. Ci sentiamo inquieti e colpevoli e, alla fine, la nostra improbabile guida non sta facendo altro che condurci verso il centro, verso dove saremmo comunque andati. All’improvviso, all’angolo con la Marszałkowska, l’uomo ci saluta, ci abbandona. Ci vediamo in Italia, dice. Dobbiamo di nuovo arrangiarci da soli, senza perdere troppo tempo perché si sta facendo davvero troppo tardi. Proseguiamo a caso per una decina di minuti, fino ad incontrare un ragazzo e una ragazza: sono loro a fermarci, al grido di “Italiaaaa!”. Lui comincia tutto un discorso sul fatto che tiferà per noi agli Europei; sta fumando una canna: la ragazza gliel’ha appena passata, lui l’ha infilata in una specie di bocchino e sta tirando, accompagnando il tutto con ampi gesti e urla d’eccitazione. Ci chiede se ne vogliamo comperare un po’, perché lui la vende, e noi rifiutiamo. Allora ci dice, tra il serio e il faceto, se vogliamo la ragazza, perché fa la puttana. “Sì, sì,”, dice lei, “puttana!”. È una parola italiana che conosce. Tutt’e due ridono, si passano la canna, non si capisce se stiano insieme o se lui è davvero un pusher che, nel tempo libero, fa il magnaccia. In ogni caso, ci stanno portando verso una specie di ristorante, maiale, riso e patate per tutti.