Ancora Varsavia
Il ghetto di Varsavia. È un posto piuttosto difficile da raggiungere e da riconoscere, benché si trovi alle spalle del Nowe Miasto: bisogna sapere che in quella via lì, ai tempi, c’era la sinagoga, e che superando quella piazzetta là ci si trova dove una volta c’era la via del commercio. Altrimenti non si riconosce il ghetto, non si capisce dove ci si trova. A Varsavia, sulle targhette che nominano le vie, il Comune segnala anche il quartiere cui queste appartengono; il nome dell’ex ghetto è Muranow. Bisogna arrivare alla piazza Bankowy, specie di cuore economico della city, con i suoi grattacieli e i suoi palazzi neoclassici. Non siamo molto distanti dall’enorme Teatro Nazionale. Una volta giunti nella piazza, bisogna fermare qualche polacco e chiedere a lui. Stiamo attenti a non chiedere per il ghetto ebraico, che di fatto non esiste più: ci siamo segnati i nomi di alcune vie che sicuramente ne facevano parte, e chiediamo indicazioni per quelle. In piazza Bankowy c’è un enorme grattacielo di vetro, dove si specchia tutta la piazza. Dietro di esso si trova una piccola palazzina marrone, che è il museo ebraico. Si tratta di una-due stanze con appese delle fotografie ingrandite sulla vita del ghetto prima dell’invasione e sulla distruzione della comunità ebraica operata dai tedeschi. Sembra una mostra in una cittadina di provincia: proiettano un filmato in bianco e nero commentato in inglese, con la solita studiosa americana che immerge nel pragmatismo USA la storia d’Europa, dicendo cose del tipo “Gli ebrei non volevano che…”, “I non ebrei non sapevano che…”, oppure, “C’è il caso di questo bambino, che perse la madre nella prima notte di rastrellamenti…”. La cosa mi è insopportabile. Gli americani che hanno conseguito un dottorato in storia, uomini e donne, hanno tutti gli occhiali, sono stempiati e indossano delle insopportabili camicie azzurre; la storia la raccontano, è una cosa disgustosa, la dicono come se fosse la trama di un best-seller. Secondo me questi qui non hanno nemmeno studiato il polacco. Al secondo piano c’è una piccola stanza adibita a sinagoga e una terrificante esposizione permanente di arte figurativa ebraica. Nella libreria del piano terra Davide si compra un libro: Riflessi della lingua ebraica nel polacco contemporaneo, o qualcosa del genere. Scopriamo che il grattacielo di vetro della piazza Bankowy sorge al posto dell’enorme sinagoga di Varsavia, distrutta da Hitler. Una targhetta di metallo appesa alla porta di ingresso del palazzo lo ricorda a tutti i trafficanti. Davide dice che Israele ha promesso una serie di finanziamenti per la costituzione di un museo serio e documentato sugli ebrei polacchi: dovrebbero costruire un museo decente, un archivio, un centro di studi e di ricerche. Ma i soldi non arrivano, forse anche perché, alla fine, la percentuale di ebrei che è rimasta in Polonia è più bassa di quella italiana, e quindi la comunità ebraica non spinge molto per avere il suo museo.

Entriamo nel ghetto. Qui si è fatto un pezzo della storia d’Europa più recente. È un quartiere popolare, chruščëviano, con le vie larghe e poco trafficate; c’è tanto verde, tanti parchi poco curati. Non ha niente a che vedere con il resto del centro di Varsavia, né tantomeno con quello che si vede nelle fotografie e nei filmati dell’epoca. Lo hanno ricostruito in fretta, parrebbe, con pochi soldi e poca voglia. Hanno messo dei monumenti qua e là, delle targhe commemorative. Quasi per caso riusciamo a scoprire che, ad esempio, tra quelle case bianche e diroccate, in quello spiazzo verde dove oggi si portano i cani a pisciare, nel ’39 i tedeschi radunavano le famiglie ebraiche che prelevavano dalle case del ghetto per caricarle sui vagoni e portarle a Treblinka. Oppure che qui, dove prima c’era un cortile, alcuni giovani ebrei si organizzarono nei primi anni 40 per impugnare le armi contro l’invasore, salvo poi essere quasi interamente sterminati o deportati nei campi. Scopriamo un bunker, e il monumento davanti al quale Willy Brandt si inginocchiò per chiedere perdono a nome di tutto il popolo tedesco. brandt-a-VarsaviaUn ambulante vende fotografie d’epoca, guide turistiche, bandierine e bandane con la stella di Davide. Passano poche macchine e alcuni autobus, siamo nel pieno pomeriggio e fa caldo; Kayah ci guarda da ogni parte, qui più che altrove, sembrerebbe. Accanto a un Istituto Superiore, come si dice?, un omnicomprensivo, hanno costruito un monumento di marmo bianco che riporta i cognomi di molte famiglie ebraiche. Si tratta di quattro pareti alte circa tre metri, separate da delle arcate; per accedere all’entrata laterale dell’omnicomprensivo, bisogna per forza passare attraverso queste arcate, magari leggere con la coda dell’occhio un nome e una data. In qualche modo, così facendo, si è costretti a ricordare.

Siamo tutti accecati dalla misteriosa fiamma di Madama Wisialska. Nel suo vestito di seta nera, ci porta la carne, le patate, la mozzarella tagliata a fettine sottili come unghie, ci versa il tè nelle tazzine lavorate, tatuate con degli emblemi blu, ci offre dei dolcetti con la crema e dei cioccolatini con il cuore di cocco. La cena è stata aperta dal marito, “Giorgino”, come dice di chiamarsi, che ci ha accolto con una giacca di panno verde particolarmente elegante ma un po’ fuori stagione. Ha un aspetto fratesco, mi pare: pacioso, con la barba brizzolata e le guance rosse, lo vedresti bene infilato in un saio marrone rattoppato alla bell’e meglio dalla mamma devota di una ragazzetta devota che la domenica viene in chiesa per sentire i frati suonare il basso. Jurij versa da bere nei bicchieri, brinda alla Polonia e all’Italia. Conosce un po’ della nostra lingua, perché un tempo ha lavorato qui da noi per qualche mese. Solo che era in mezzo ai polacchi, e dunque l’italiano non era costretto ad impararlo, e non l’ha mai imparato. Sono decine le persone polacche, soprattutto ragazze, che hanno avuto, per qualsiasi motivo, un’esperienza di lavoro dalle nostre parti: ad esempio una delle loro figlie, Kaša: dopo la laurea in italianistica, ha fatto per qualche mese la mediatrice culturale nel ravennate. Ora ha avuto un figlio, Danielino, che ha cinque mesi ed è grosso come un comodino, e giace stravaccato sul divano mentre noi di continuo gli tormentiamo i piedini per farlo ridere e gli strizziamo le guance. Se gli dai il dito te lo stringe fino a fermarti la circolazione: “Danielino forte come tutti Wisialski”, dice nonno Jura. Jurij ci ha accolto nella sala, in quella sala che fa anche da camera da letto, seduto al pianoforte: suona, emozionato, l’Adagio sostenuto della sonata op. 27 di Beethoven. In seguito attacca un notturno di Chopin che non so riconoscere, mentre dalla cucina arrivano di continuo le pietanze. L’atmosfera è da primo atto di un dramma di Čechov. Casa Wisialski è una specie di biblioteca, sono costretti ad usare ogni piano orizzontale per appoggiarci i libri. In generale, ogni ambiente è pieno fino all’esplosione di qualsiasi tipo di oggetti, di immagini, e di ogni cosa acquistabile che possa per qualunque motivo costituire un ricordo. Hanno qualche libro in francese, qualcosa in italiano che Kaša non ha ancora portato nella sua casa dall’altra parte di Varsavia. C’è una monumentale Storia d’Italia in polacco, persino la raccolta di racconti di Playboy, di sicuro acquistata non prima dell’inizio degli anni 90. In generale, non sembra che ci sia un libro nuovo, un libro acquistato di recente. È una sensazione che mi invade ogni volta che sono al cospetto di immani biblioteche domestiche: sembrano, in qualche modo, definitive, complete. C’è talmente tanta roba in casa che non serve più andare in libreria. Poi viene un senso di immobilità da saggezza acquisita, di muffa.

“E tu cosa studi, Andrea?”, “Faccio un dottorato di ricerca in teoria della letteratura.”, “Quale letteratura? Russa? Italiana?”, “Nessuna in particolare. Mi occupo di teoria, appunto.”, “Cioè?”, spiego per sommi capi il mio progetto di ricerca, il mio lavoro. Né Davide né Kaša riescono a rendere bene la cosa in traduzione. Jurij continua a fare domande e a non capire le risposte. Dopo cinque minuti di stallo, M.me W. taglia corto urlando al marito, dall’altra parte del tavolo: “Queste non sono cose per ingegneri, è inutile che ti ci metti.” Kajak è sdraiato sui miei piedi. “Che strano, però,”, dice M.me W., “Che con tutti i grandi scrittori che avete voi in Italia tu abbia deciso di non occuparti di nessuno di loro…”, cazzo, mo’ tira fuori Dante, Petrarca, con uno slancio pazzesco arriva a Manzoni, mi dico. Invece no: parte con Calvino. Calvino è forse il più grande scrittore del 900, prendi il Barone rampante, ad esempio, è una cosa geniale, straordinaria, quella metafora dell’albero…  Si aspetta che io dica qualcosa, che la incoraggi. Calvino puzza di prima media. Davide mi guarda e dice “Ti ha chiesto cosa pensi della prosa di Calvino”. A me ricorda tanto quando il mio maestro, in quinta elementare, il sabato all’ultima ora ci leggeva il Marcovaldo. “Dille che il Barone rampante non l’ho letto. Ho letto altre sue cose, e non mi piace molto… in realtà mi fa cagare, ma tu dille soltanto che non mi entusiasma, e vedi se riesci a spostare il discorso sugli orari dei treni per Łodz…”.

Jura Wisialski si alza, dopo il caffè, e chiude la cena di nuovo con Beethoven, con una sonata che non conosco. Mi alzo e faccio delle foto ai componenti della famiglia, compreso Kajak, che è geloso di Danielino e gli ringhia contro. Telefonano all’altra figlia, in viva voce: Anja vive da due anni a Barcellona, sta con un catalano di cento chili il cui desiderio è andare a Varsavia a cercare lavoro, e per questo sta studiando il polacco. Arriveranno assieme a settembre, cercheranno una casa, si sistemeranno in qualche modo. Magari troveranno una casa simile a quella di genitori, con il water separato da tutto il resto, chiuso ermeticamente in uno stanzino microscopico, con la porta che pressa le ginocchia di chi è seduto e un lavandino dove riesce a entrare una mano alla volta e una ventola rumorosissima e un cane appena fuori che ringhia ininterrottamente. Siamo tutti impazienti, dopo due ore di cena, di andare sul balcone, di affacciarci nel cortile segnalato dal tetto verde e segnato dal grande albero, e di fumare avidamente la nostra ultima sigaretta della giornata.

[continua]