Varsavia
Arriviamo a Varsavia la sera tardi; ci hanno messo in una dependance dell’aeroporto Chopin: si tratta di un gabbiotto di vetro e ferro, figlio di chissà quale speculazione edilizia, dove tutto è praticamente a vista: il deposito bagagli, ben visibile attraverso una membrana di plastica mentre gli inservienti scaraventano le nostre valigie sul nastro trasportatore, la zona check-in, che si incrocia con quella del controllo passaporti, la sala d’attesa delle partenze, percepibile al di là di una filigrana di cemento. Le hostess di terra sono vestite come Ninočka, e hanno lo stesso piglio che la Garbo ha nel corso del primo tempo. Girano e rigirano tra le mani le carte d’identità, a volte chiedono se quel numero lì non sia per caso una data di scadenza del documento o un diavolo di codice italiano o chissàchecosa. Le operazioni però sono veloci. Recuperiamo Davide che era venuto a prenderci ma che stava al piano degli arrivi dell’aeroporto vero, saliamo su un autobus e partiamo per Varsavia. “Il Certificato di Lingua Polacca”, dice, “alla fine non l’ho mica preso. Non sono riuscito a fare la parte sull’ascolto. Non ci è riuscito quasi nessuno: facevano sentire queste vecchiette, a un certo punto, che chiacchieravano ai margini di una strada trafficata. Era tutto un girandolare di auto, di clacson, di voci sovrapposte. E vi lascio immaginare: il registratore era degli anni 80, e la cassetta pure! Era tutto un gracchiare, un fischiare, non si capiva un cazzo!”, “Sì, però parli polacco da dieci anni e sono cinque mesi che vivi qui!”, “Ti giuro: l’unica che è stata dentro fino alla fine è stata una tipa italiana che però è nata qui e ha vissuto a Varsavia fino ai dieci anni. Per tutti gli altri era davvero impossibile!”. L’autobus pian piano va riempiendosi, anche se è mezzanotte passata. Percorriamo Zwirki i Wigury, in direzione del centro. Un tizio sale e si mette in piedi dietro a Vincenzo. Cominciamo tutti quanti a guardarci in un modo che diventa via via inequivocabile, scoppiamo a ridere nel silenzio, cerchiamo altri posti più lontani per sederci, ma non ci sono. Vincenzo si dispera: “Ma cazzo! Così no! Subito così no! Proprio al primo giorno!”. Il tizio, che si è cagato addosso e guarda con aria indifferente fuori dal finestrino, non accenna a scendere, ce lo portiamo fino in stazione. Cagarsi addosso e infilarsi in un mezzo pubblico è uno dei trend polacchi di quest’anno, alla faccia dei turisti italiani che, pur di lavarsi il culo in questa terra senza bidet, si fanno la doccia dopo ogni volta che sono stati in bagno. “E poi”, dice Davide, “ho litigato di bestia con le direttrici della scuola di Zielona Gora.”, “Le direttrici?”, “Ce ne sono quattro o cinque, à la sovietique, ma io ho litigato solo con due. Gli farò un culo così nella relazione che devo spedire all’UE. Nel frattempo, via sms, ci siamo mandati pesantemente affanculo!”

Varsavia è una città in ricostruzione. Lungo i viali periferici hanno aperto molti cantieri, e tutti quanti promettono l’edificazione di nuovi centri residenziali all’occidentale. La città è tappezzata di manifesti, il volto ebraico e il corpo meraviglioso di Kayah campeggiano ogni quaranta metri sopra dei cartelloni blu che reclamizzano una marca di infradito. Appena fuori dalla Centralna, dalla parte del Dente di Stalin, hanno eliminato il piazzale che c’era davanti all’Holiday Inn: riempiranno quello spazio con una serie di palazzi moderni, di alberghi e sale congressi. Il profilo del Dente sovrasta un agglomerato di gru attive anche a notte inoltrata, il rumore dei martelli pneumatici si sente ancora alle due del mattino. warsawaGuardiamo verso il grattacielo staliniano come se fossimo gli unici ad essere coscienti del fatto che gli stanno mancando di rispetto.
Aspettiamo il taxi che ci porterà verso ulica Dobra. “Ma cos’’hai fatto in questi mesi, quando non lavoravi?”, chiedo a Davide. “Ho girato un sacco:”, risponde, “sono stato a Stettino, a Berlino, a Poznan, a Breslavia e in molti altri posti. Un mese fa è venuta, per uno scambio, una classe di un istituto tecnico italiano, dall’Abruzzo. Sono stati qui due settimane, e io ero uno dei loro referenti. Li ho portati in gita a Cracovia, assieme ai miei studenti. Ho finalmente visto Auschwitz.”, “Quando ci sono andato io, mi ricordo, il campo 1 mi aveva fatto un effetto strano: l’avevo visto in foto, al cinema. C’era questa cosa incredibile: è a colori! Sembra una stronzata, ma in realtà fu come se non me lo fossi mai aspettato: tu entri ad Auschwitz e c’è l’erba, i vialetti di ghiaia, il negozio del fotografo. Cominci a chiederti se sei davvero nel posto dove pensavi di andare. Anche quando vedi l’iscrizione, con tutta quella gente con gli zainetti che ci passa sotto o si ferma a guardarla. Birkenau, Birkenau è sconvolgente, quello sì. Lì sembra davvero di poter capire quasi tutto, nonostante Spielberg. La via ferrata sotto la torretta centrale, e questo campo enorme, con i forni distrutti in fondo, con tre quarti delle baracche crollati perché le costruivano senza le fondamenta. Mi ricordo che sono entrato in alcune baracche che erano rimaste in piedi: sono capitato subito in un dormitorio, con le file di pagliericci di legno e i vetri rotti, con quella paglia umidiccia e schifosa, e mi sembrava che tutto, allora, non potesse essere diverso da come lo vedevo io. Poi ho beccato le latrine, e non me le dimenticherò mai: c’è questa baracca lunga una quindicina di metri, con un blocco di cemento lungo dieci che ne occupa la parte centrale, lasciando soltanto dei corridoietti sui lati. Su questo blocco di cemento, ogni trenta-quaranta centimetri i tedeschi hanno ricavato dei buchi, degli schifosi buchi nel cemento dove i detenuti appoggiavano i culi scarnificati per defecare. Si dice che avessero una manciata di secondi a testa per farla, in questo terribile stanzone comune, e che le SS li piantonavano e li facevano alzare a loro piacimento, così, per ridere, uomini e donne insieme, le feci, l’orina, il sangue, il liquido mestruale, il vomito. Mi ricordo che minacciava di piovere e che tirava anche un po’ di vento, che si andava a infilare nelle fessure delle porte, nei vetri rotti. Ero dentro alla latrina ed è entrato un tipo, un anglosassone. Ci siamo guardati con le pupille dilatate, eravamo terribilmente suggestionati e avevamo paura.”. Arriva il nostro taxi. Davide spegne la cicca della sigaretta per terra mentre accatastiamo le valigie nel bagagliaio:“Birkenau è davvero un pugno nello stomaco.”, dice, “È così grande, sembra abbandonato. Gli italiani erano sconvolti, e le ragazze polacche, le mie ragazze polacche, appena hanno visto le camerate comuni, sono scoppiate a piangere. All’ingresso c’era una tipa che leggeva una guida turistica, le siamo passati di fianco. Sono riuscito a vedere che era in tedesco, che era una guida tedesca. Lei ci ha guardato e mentre passavamo ha coperto con la mano il testo, perché non capissimo da dove proveniva…”.

Varsavia II
Arriviamo a casa Wisialski. Davide mi spiega che, di quel quartiere lungo la Vistola, il palazzo dove si trova il loro appartamento è uno dei pochi ad essere stato risparmiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Che strano, è l’unico palazzo di tutta Varsavia, dice, ad avere il tetto verde: se si sale sopra uno dei grattacieli del centro e si guarda verso la città, si individua all’istante casa Wisialski, che dunque sarebbe stata un bersaglio facile facile su cui sganciare una bomba. Ai tempi del regime ci abitavano gli intelligenty, oggi è un elegante residenza della borghesia capitolina con un enorme albero alto sei piani nel centro esatto del cortile. OLYMPUS DIGITAL CAMERAI coniugi Wisialski sono professori universitari, lui insegna al Politecnico, lei è stata per anni docente di letteratura polacca. Facciamo tre piani a piedi trascinandoci sugli scalini irregolari le borse e le valigie. A ogni pianerottolo qualcuno di noi urta contro gli stipiti delle porte di ingresso degli appartamenti. Raggiungiamo il piano, Davide sfodera il mazzo di chiavi e ci dice star calmi; Vincenzo si lamenta: “Ma non hanno ancora cambiato quella diavolo si serratura?”. Comincia una lunga attesa seduti sulle scale. A turno ci alziamo, impugnamo le chiavi e ci misuriamo con quel complesso sistema di serrature e chiavistelli che blinda l’appartamento. Dopo qualche minuto capiamo che due delle tre serrature si aprono verso sinistra, la terza, invece, ha bisogno di un unico, ampio giro verso destra mentre con una mano si esercita una leggera pressione sull’anta della porta. Si sente abbaiare in modo squillante dall’interno. Finalmente ci infiliamo nell’appartamento, facendo cigolare le assi di legno sotto i tappeti. Abbiamo a disposizione due camere, in ognuna delle quali c’è un letto durissimo a una piazza e mezzo che dobbiamo dividere in due. A parte il cane, chiuso in salotto, non si avverte la presenza di nessuno. “Stanno dormendo.”, dice Davide. “Dove?”. “Loro dormono in salotto.” Nessuno vuole passare la notte con Davide, perché pesa quasi cento chili e russa come un indemoniato. Alla fine io e Ronnie la spuntiamo e otteniamo anche la camera col letto migliore.

La mattina M.me Wisialska ci accoglie con una sottoveste di seta nera, le sopracciglia disegnate e una serie di panetti alla marmellata. “Negli anni Settanta,”, dice Davide, “a Londra, M.me W. faceva furore.” Oggi, invece, fa un caffè terribile, di gran lunga peggiore di quello delle compagnie aeree. Kajak, il loro bassotto, ringhia furiosamente da sotto i baffi e non si lascia avvicinare. M.me W. parla velocissimamente, ha delle accelerazioni improvvise, si rivolge a noi in quel suo polacco supersonico e sembra stupirsi ogni volta del fatto che non capiamo niente e abbiamo bisogno di Davide come interprete. A volte, vincendo una mia personale refrattarietà ad usare il russo nei Paesi dell’ex blocco, tento di comunicare con lei in quella lingua, d’altronde una terza dose di quel caffè sarebbe davvero troppo, bisogna impedirle di riempirmi la tazza con ogni mezzo necessario. In ogni caso lei non capisce o finge di non capire. Apre il frigo, tira fuori una mozzarella e noi profani ci guardiamo sinistramente l’un l’altro. Pensavamo di mangiare le aringhe, a colazione, invece sarà mozzarella. Poteva andarci peggio. Invece, parlando con chissà chi, M.me W.squarta la confezione di mozzarella, ne taglia qualche fetta, e la lancia a Kajak, che per un istante smette di abbaiare. Capisco che ci sta dicendo che, a colazione, al cane la mozzarella piace molto. Usciamo di casa, dandoci appuntamento per la sera a cena.

Vincenzo parte per Cracovia, va per un paio di giorni a trovare un’amica. Noi puntiamo dritti verso il Consolato italiano, a cui Davide aveva già telefonato nei giorni precedenti. Vogliamo ottenere dei visti di ingresso per la Bielorussia: fanno dei visti in giornata per cifre relativamente modiche e senza richiedere un invito o una prenotazione d’albergo. Ci vuole però che il passaporto abbia una validità di almeno tre mesi, e a Ronnie scade a metà luglio. “Non si può fare un’eccezione?”, chiediamo. Il funzionario ci guarda e ci risponde che per quanto riguarda lui la cosa non sarebbe problematica, “Ma poi, appena arrivate al confine, rischiate, anzi, è praticamente sicuro che vi rispediscono in Polonia. E i soldi del visto mica li recuperate.”

Usciamo, cominciamo a vagare un po’ per la città. Ci fermiamo in una pasticceria per discutere sul da farsi. Probabilmente chiamando in Questura a Ravenna, dove lavora un amico del padre di Vincenzo, riusciamo a ottenere un nulla osta per un passaporto nuovo, che al Consolato ci preparerebbero in un paio di giorni. Parte un giro enorme di telefonate e messaggi con Cracovia e l’Italia, per cercare di capire se l’operazione è possibile. All’ora di pranzo arriva la telefonata definitiva di Vincenzo: “Ho trovato mio padre:”, dice, “il suo amico della Questura è andato in pensione l’anno scorso…”. Davide si tuffa nella seconda fetta di torta del giorno, bisogna andare da qualche altra parte.

[continua]