D’improvviso mi sono accorto che sono passati dieci anni da questo viaggio e da questo piccolo reportage. Non vedo più molte delle persone che sono nominate nel pezzo, e non sono più tornato in Polonia.

Prologo veneziano
Ho i soldi chiusi dentro la cintura.
Ho nella mente da qualche giorno il profilo da falchetto di Samuel Beckett, così come appare in uno dei suoi ritratti più celebri. Sono alla ricerca della sua Trilogia, perché mi sembra che potrebbe essere un’ottima compagna di viaggio, ma non riesco a trovarla, così prendo qualche cosa quasi a caso dalla libreria, la infilo nella borsa e comincio il mio percorso di avvicinamento ad est puntando dritto verso la Porta d’Oriente nostrana, O Venezia che sei la più bella, che hai davvero la forma di un pesce, è una cosa pazzesca, a guardarti dall’alto sei realmente un pescione con la protesi branchiale della Giudecca e la coda guizzante, il culo rivolto alla Croazia e una grande ferita lungo il corpo, dentro al corpo, quel Canal Grande pieno di tedeschi, di russi, di russi a Berlino, i russi a Berlino di Kaminer, la Russendisko, la Nostal’gija, le bische clandestine.

Viaggio in compagnia di tre turchi, lei comincia a Milano a sfogliare una guida francese su Venezia, guarda una per una le 250 illustrazioni promesse, legge, rilegge, torna sui passi già letti, mentre gli altri due parlano e ridono in quella loro lingua incomprensibile, figlia di un’altra Porta d’Oriente ugualmente nobile e grandiosa, forse meno cartolinesca ma ugualmente commerciale e bizantina. La cosa più bella di Venezia, quella più emozionante, non è riportata in nessuna guida, in nessun libro, forse nemmeno in una cartolina: la cosa più bella di Venezia, quella che ogni sacrosanta volta mi fa sudare le mani, è il tratto di ferrovia che, da Mestre, si infila nel mare e punta dritto verso Santa Lucia, con i primi edifici e il Tronchetto, e il muso del pesce che ti guarda frontalmente. Mi alzo, mi affaccio al finestrino dalla mia parte, metto fuori la testa, rientro, vado dall’altra parte, infilo lo sguardo nell’altro finestrino: ci sono degli isolotti incolti, le barche dei pescatori posteggiate, le prime Fondamenta che si avvicinano, la strada di ferro e cemento percorsa dagli autobus e dalle auto che si fermeranno per forza in piazzale Roma, perché Venezia ti impone il proprio modo, il proprio tempo e il proprio spazio, e tu puoi soltanto fare come lei dice, penetrarla fin dove te lo permette, puoi arrivare fin dove lei ha stabilito che puoi arrivare, poi devi abbandonare tutto e riscrivere le regole, riadattarle, buttare le mappe e i propositi e inseguirla, cavalcarla. Penso che sia davvero bello che la cosa migliore di un posto sia il percorso che ti permette di raggiungerlo. La turca non abbandona la sua guida, alza lo sguardo per un momento, guarda verso la Laguna, la indica a dito, si rivolge a me e chiede: “Venesia?”. “Sì, Venesia.”, rispondo, poi scendiamo.
venezia_libertàLascio il mio bagaglio al deposito della stazione. È una bella giornata, e ho qualche ora per girare per la città Percorro le prime calli, attraverso qualche piazzetta. Venezia è piena di ponti e di scale, i suoi abitanti avranno le gambe sode. Stanno organizzando un comitato di protesta contro l’arrivo di Bush in Italia. Faranno delle manifestazioni, ma non a Venezia, perché lì non è possibile: tra le cose che Venezia impone c’è anche questa, è come se la città volesse essere soltanto guardata, trafficata, percorsa da piccoli gruppi e aristocraticamente si rifiutasse di essere presa per simbolo di qualcosa d’altro, o che al suo interno ci fossero dei movimenti di opinione diversi dall’Estetica e dal Commercio. Venezia, a pensarci bene, non vuole nemmeno che al suo interno si giochi a pallone, o che si giri in bicicletta. È un posto con delle regole ferree, forse è anche per questo che i veneziani stanno scappando verso il Continente.
Vengo raggiunto da un ragazzo africano, che parla un buon italiano. Dice di essere somalo, e che ha studiato la nostra lingua nel suo Paese. Comincia a fare un discorso complicato, parzialmente incomprensibile, sul fatto che le mense dei poveri, alle tre del pomeriggio, sono chiuse e non danno più da mangiare, però sembra che non voglia soldi, sembra soltanto che lo stato di leggera ubriachezza in cui si trova lo spinga a raccontare qualcosa al primo italiano con la barba che gli è capitato di incrociare su un ponte. Ogni dieci-quindici vocaboli cambia argomento, non riesco a stargli dietro. Ha una cicatrice sull’orecchio destro. L’America è la grande puttana del mondo, dice. Hai visto in Iraq? Ma tu pensi che si possa andar là a far la guerra agli iracheni? Gli iracheni sono forti! Hai visto come hanno fatto il culo all’America? Ma l’America è rimasta là lo stesso, si è distesa e ha allargato le gambe, come in Palestina. In Palestina fanno la guerra con le pietre. Gli iracheni sono forti, ma se hanno bisogno, basta che chiamano e noi mujaeddin accorriamo da tutte le parti. Bush è una grande puttana, ascolta, non hai qualche soldo, per mangiare? Ah, ecco. Tiro fuori tutta la moneta che ho in tasca. Non arrivo nemmeno a due euro. Lui prende i soldi, poi mi chiede: Che lavoro fai? Io?, rispondo, sono una specie di studente. Cosa studi? Letteratura! Ah, dice, allora no, non voglio i soldi, lascia perdere, non è giusto. Poi li prende e se ne va.

Chissà se i bambini veneziani giocano a sputare giù dai ponti sopra le teste dei turisti austriaci che transitano sulle gondole o sopra le giapponesine con i loro ombrellini parasole? Io mi sarei divertito moltissimo, al loro posto.

C’è una giovane mendicante zigana senza un occhio. Sotto il sopracciglio ha una specie di incavatura, una depressione caspica assolutamente glabra e priva di qualsiasi segno o cicatrice. Sembra un prolungamento della guancia, dello zigomo, come se in realtà fosse nata così. Una volta ho visto un uomo senza faccia, e in un certo senso era meno sorprendente, perché bastava immaginarsi che fosse una creatura priva del volto per natura e la sua deformazione diventava sopportabile alla vista. Questa mendicante, invece, la faccia ce l’ha, e ha pure l’occhio sinistro, e tutta la gente che passa a Venezia continuerà implacabilmente a mettere a confronto i suoi due volti.

Ho appuntamento con Ronnie e Vincenzo all’aeroporto Marco Polo intorno alle sette di sera: allora faccio in tempo a svoltare a caso per le calli, a provare a perdermi per un po’ prima di rincontrare i segnali che danno la direzione per la ferrovia, per San Marco, per piazzale Roma. Non ho voglia di andare nei soliti posti, di fare le solite foto. Il tempo del resto non è nemmeno molto promettente. Venezia è sempre piena di gente, e lo è in modo più stupefacente di Milano o di Torino: nelle città che non sono Venezia c’è un milione di motivi per scendere in strada, per vagabondare e per affaccendarsi.  A Venezia no. Il motivo è uno e uno solo per tutti, o almeno è così che mi è parso ogni volta che ci sono stato. Intorno a Rialto mi fermo a chiacchierare un po’ con un libraio antiquario: vive in un negozio piccolissimo, sistemato su un catafalco di legno sospeso a due metri da terra dove ha posizionato un computer degli anni 80, che utilizza per recuperare vecchie edizioni, cataloghi superati, cimeli e feticci dell’editoria. Possiede una copia della Trilogia, edizione Sansoni. È una ristampa con la copertina rigida, e per vendermela vuole moltissimi soldi. Nel negozio c’è un odore vecchio di carta e di polvere, che si mescola a quello del legno ferito dai tarli, traballante. Lui continua a scendere e a salire dalla sua scaletta, si aggrappa ai corrimano e alle pile di libri consunti. Mi lascia prendere la Trilogia dallo scaffale, mi permette di girarla tra le mani, di sfogliarla, di leggerne dei capoversi  a caso. Gliela lascio e torno verso la stazione.

C’è da recuperare la valigia, da trascinarla fino a piazzale Roma, c’è da prendere un pullman e da raggiungere Marco Polo. Mi incammino in mezzo ai turisti, tra le insegne dei bar lungo il canale. Bisogna continuamente sollevare la valigia, valicare dei ponti con quei loro scalini lunghi e irregolari, bisogna superare dei lavori in corso, segnalati con delle grandi pennellate fucsia che tagliano orizzontalmente le Fondamenta. C’è una ragazza che, come me, all’inizio di ogni ponte si ferma per un istante, abbandona la maniglia del suo bagaglio, si porta le mani sui fianchi e sospira, detergendosi con il dorso della mano quel velo di sudore che le è comparso sulla fronte. Ci guardiamo per un secondo con aria rassegnata, a tutti e due fanno male le gambe e le mani. Arrivo in piazzale Roma, e ci arriva anche lei poco dopo. Tutti e due aspettiamo l’autobus, siamo nella stessa piazzola con altre persone che, come noi, devono raggiungere l’aeroporto. Comincia una girandola di mezzi di trasporto di ogni forma, dimensione e prezzo; due veneziani scendono litigando pesantemente da un autobus, si insultano a vicenda, vola anche qualche spintone. Hanno una quarantina d’anni e il problema consiste nel fatto che quello dei due che stava salendo sull’autobus non ha atteso che quell’altro scendesse e lo ha urtato. Per un attimo tutti pensiamo che la cosa non finirà molto presto: quello che doveva scendere va verso un gruppetto di vigili, che probabilmente stavano parlottando tra loro della zuppa del casale o della casa a Sottomarina di Chioggia che ci ha la siepe da sistemare, e se ne fregano bellamente quando l’altro litigante, che nel frattempo è sceso dal pullman e si è messo a guardarli con le mani sui fianchi e con l’aria di sfida verso il Sistema, viene indicato a dito dal primo. Uno schermo digitale incollato a un palazzo segnala a ogni minuto la temperatura dell’aria e l’altezza della marea, facendo delle previsioni per la notte. Mi giro attorno: sono nell’unico posto di Venezia dove non si vede nemmeno una pozzanghera. Due carabinieri di Bari in trasferta, senza divisa perché nel giorno libero, fanno grandi discorsi dietro di me, e uno insiste col dire all’altro che del leccese non ci si capisce un cazzo, e che è contento del fatto che l’abbiano trasferito. Arriva finalmente il nostro pullman, quando non l’aspettavamo più: adesso la gente sulla banchina si è moltiplicata, c’è da stiparsi dentro con tutti i nostri pacchi, c’è da lasciare Venezia.

[continua]

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