Sull’Indice di questo mese è uscito un pezzo su Adelphiana 1963-2013 che altro non è se non un elogio di un’idea di editoria.
«Cercate di immaginare una casa editrice come un unico testo formato non solo dalla somma di tutti i libri che vi sono stati pubblicati, ma anche da tutti gli altri suoi elementi costitutivi, come le copertine, i risvolti, la pubblicità, la quantità di copie stampate e vendute, o le diverse edizioni in cui lo stesso testo è stato presentato». Così scriveva Roberto Calasso nel 2001, in un celebre intervento intitolato non a caso L’editoria come genere letterario. Lì, in quel testo che definisce e testimonia ciò che, negli ormai 50 anni della sua storia, Adelphi ha inteso fare, Calasso esponeva un’idea di editoria che è, insieme, un’idea di letteratura: il catalogo di un editore deve essere composto da libri che siano intesi come singoli capitoli di un unico, grande libro. Perché un editore rifiuta un certo libro?, si chiedeva infatti il presidente di Adelphi nello scritto: «Perché si rende conto che pubblicarlo sarebbe come introdurre un personaggio sbagliato in un romanzo, una figura che rischierebbe di squilibrare l’insieme o di snaturarlo». C’è dunque, sottinteso in ognuna delle scelte editoriali che Adelphi opera, un concetto che in qualche modo regge e governa tutto il catalogo fin dagli albori: quello dell’armonia. Ogni libro Adelphi è il frammento di una storia più grande, quella che in ultima analisi è la storia dell’editore stesso e del suo sogno: concentrare in un unico luogo – il Libro o i libri che compongono l’unico Grande Libro che è il catalogo dell’editore stesso – tutta la conoscenza, vecchia e nuova.

Eppure, la storia di Adelphi comincia da un rifiuto, da uno strappo: è il 1961 quando Giorgio Colli propone all’Einaudi l’edizione completa delle opere di Nietzsche, che l’editore torinese respinge. Il segretario editoriale di via Biancamano, Luciano Foà, ha a quel punto l’idea di fare delle opere del filosofo tedesco il nucleo seminale di una nuova casa editrice da lui fondata con il supporto dello stesso Colli, di Alberto Zevi e di Roberto Olivetti: l’Adelphi. Nume tutelare del progetto è una figura di cui si conosce ancora troppo poco al di fuori dell’ambiente editoriale: Roberto (Bobi) Bazlen, le cui consulenze e l’appoggio daranno per anni forma e contenuti al progetto di Foà. Entra presto nell’organico il giovane Calasso, che ancora oggi è l’anima della casa editrice. L’atto di nascita ufficiale porta la data del 1962: il simbolo scelto per rappresentare l’editore è un celebre pittogramma cinese “della luna nuova”, che significa “morte e rinascita”; l’Adelphi, negli intenti, sarà una casa editrice di estrazione colta, di stampo mitteleuropeo, ma con uno sguardo proiettato sulle filosofie orientali e un profondo senso del sacro. Si parte nel 1963 con un programma bizzarro, lontano dalle rotte editoriali consuete: escono in volume le Opere di Büchner, le Novelle di Keller, il Crusoe di Defoe, Fede e bellezza di Tommaseo. Nel 1965 nasce, con L’altra parte di Kubin, una delle collane più prestigiose e conosciute, la Biblioteca Adelphi. La caratteristica più propria della casa editrice è quella di essere riuscita, oltre a imporsi nel tempo come editore «di cultura», a creare un filo diretto con i propri lettori: ne è testimonianza la pochezza dei paratesti, che sono superflui in quanto ormai editore, opera e lettore godono di una sorta di affinità elettiva che viene rilanciata e confermata a ogni nuova uscita.
Oggi questo progetto coraggioso e raffinato compie 50 anni e li celebra con una “pubblicazione permanente e sporadicamente visibile”: un numero speciale della rivista di casa, Adelphiana, che fin dalla prefazione viene presentato come un tentativo di «comporre un libro da leggere e guardare da cima a fondo, come se fosse una lunga storia a puntate». Così, anno per anno, annunciati dalle immagini delle copertine, i libri e i momenti più significativi della storia adelphiana si susseguono e si raccontano attraverso brani, racconti, lettere editoriali, interviste, ma anche pezzi in cui gli stessi autori ripercorrono con la memoria la genesi delle loro opere o parlano dei libri degli altri. Viene in questo modo restituito, in una veste elegante, l’humus intellettuale in cui il Grande Libro Adelphi è stato pensato, acquisito e regalato ai lettori. Il volume è corredato da molte immagini, alcune inedite, altre curiose: da William Faulkner che prende il sole in costume indossando dei calzerotti di lana, a Karen Blixen seduta davanti al camino in compagnia di Carson McCullers e Marilyn Monroe; dalla foto segnaletica di Varlam Šalamov, che si innesta sulle pagine dove viene ripreso il racconto L’arresto, a un curioso Oliver Sacks ritratto sulla sua Harley Davidson all’interno di una memoria in cui dà conto della propria fascinazione per la scrittura di casi clinici. Le icone di Adelphi ci sono tutte: da Simenon a Kundera – la cui Insostenibile leggerezza dell’essere è recensita da un ammirato Calvino –, da Bernhard raccontato da Ingeborg Bachmann a Chatwin e Manganelli fino agli ultimi grandi successi: Bolaño e Carrère, che in una nota autografa sembra quasi aggiungere un capitolo al suo Limonov.
Ogni lettore può entrare e uscire da queste pagine come meglio crede: seguendo l’ordine cronologico oppure la propria voglia. Ma è difficile non soffermarsi su alcuni momenti capitali come il fenomenale incontro-scontro tra Glenn Gould e Arthur Rubinstein, che altro non è se non un’irresistibile e rispettosa schermaglia tra padre e figlio, o il ritratto di Josif Brodskij fornito da Matteo Codignola o, ancora, la lettera autografa che Elias Canetti scrisse a Roberto Calasso intorno alle Memorie di un malato di nervi di Daniel Schreber – in cui si traccia una sorta di “fisiologia della lettura”: «Per oltre nove anni Schreber rimase lì fra i miei libri, senza che io lo leggessi» scrive infatti Canetti, «I libri, per me, rappresentano sempre una duplice avventura: la prima consiste nella loro scoperta (…) e me ne approprio, per così dire, fisicamente. Spesso trascorrono poi molti anni prima della seconda avventura quando, indotto da un inspiegabile impulso, all’improvviso li tiro fuori ed escludendo tutto il resto mi ci getto sopra in preda a una furia».
Adelphiana è a suo modo un catalogo e una rassegna ma è, nello spirito che da sempre contraddistingue l’editore, soprattutto un libro da leggere e da guardare. Non succede spesso che un’opera giubilare sia anche un volume che aggiunge qualcosa al catalogo di un editore: su queste pagine, invece, si tende a tornare, a rileggere dei passi, a immaginare, seguendo la cronologia, un po’ della storia editoriale degli anni che furono. E ci si diverte, anche, nello scoprire per esempio un imbarazzato Parise che fa da tramite tra Bompiani e Gadda e sollecita a quest’ultimo – con timidezza e ritrosia – la consegna della raccolta di racconti L’incendio di via Keplero, ben sapendo di scrivere invano; o, ancora, gli spassosi stratagemmi con cui fu presentato ai librai Zia Mame di Patrick Dennis e così via.
In coda al volume, ogni immagine e ogni testo sono scrupolosamente indicizzati: per ogni opera si dà conto dei collaboratori e dei consulenti che, a suo tempo, hanno contribuito a realizzarla. Manca un indice dei nomi, ma a guardar bene è una stranezza soltanto apparente: se vale che Adelphiana è il racconto corale di cinquant’anni di libri riportato nell’unico modo in cui l’editore è in grado di raccontare, – ossia incastonando ogni nuova uscita nell’inestimabile corpus di parole e immagini che compone da sempre il Grande Libro Adelphi –, non è al particolare che bisogna guardare, ma all’organismo, al testo unico che l’editore rappresenta.