Si tratta della recensione di L’arcangelo degli scacchi. Vita segreta di Paul Morphy di Paolo Maurensig che ho scritto per L’Indice di questo mese. In sostanza, si tratta di un libro fallito. È uno dei rarissimi libri mainstream che mi è capitato di leggere nella vita: l’ho letto con fatica e disamore, senza mai entrarci nonostante le premesse (la biografia di un genio degli scacchi) fossero più che interessanti. Qui, però, non c’è vita: non c’è lingua, non ci sono discese negli abissi, non ci sono visione né guizzi, e non c’è infine un sottotesto, un qualcos’altro che renda il libro degno di essere letto. Tutto, benché scorrevole, è piatto: è raccontato come ci si racconta un aneddoto all’angolo della strada. Da tempo mi interessa questo possibile livello del discorso – che non ha a che fare soltanto con il talento dell’autore: perché un libro mainstream, con il suo affastellarsi di eventi, la sua trama ben congegnata, il suo puntare alla pancia e all’emotività del lettore mi annoia e mi fa continuamente desiderare che il libro in questione finisca? Perché per me la leggerezza è pesantezza? Queste domande (e le relative risposte, che in ogni caso non ho) nella recensione non ci sono, ma come ho detto si tratta di un aspetto della lettura che mi piacerebbe approfondire e su cui non escludo, un giorno, di tornare.

A vent’anni dal clamoroso successo della Variante di Lüneburg, quasi a volerne celebrare la ricorrenza, Paolo Maurensig torna al suo primo amore con un nuovo romanzo che ha al centro il gioco degli scacchi. Costruito come una sorta di memoriale apocrifo, il racconto comincia con una premessa dell’editore che lascia qualche dubbio sull’autenticità dello scritto – attribuito a Paul Morphy – e si compone di una serie di brevi capitoli dove lo scacchista ripercorre la propria vita e le proprie imprese scacchistiche da una parte all’altra dell’Atlantico. Ogni capitolo, con l’eccezione del primo e dell’ultimo, è contrassegnato con le mosse di una partita che Morphy giocò durante il primo congresso panamericano di scacchi. Scritto in prima persona tra il 22 giugno e il 10 luglio 1884 – giorno della morte di quello che Bobby Fischer riteneva «il più grande genio di tutti» – il memoriale offre un ritratto dell’infanzia, della giovinezza, della maturità (scacchistica) di Morphy fino all’improvvisa perdita di interesse nel gioco, alla depressione e alle ore che precedono la morte. Leggendo, dunque, impariamo come il giovane Paul si sia avvicinato all’arte degli scacchi in tenerissima età, incoraggiato dallo zio e avversato dalla madre e dai famigliari prima, dalla promessa sposa (abbandonata per inseguire il sogno di recarsi in Europa ad affrontare i più grandi campioni mondiali) poi; lo seguiamo mentre, accompagnato da un giornalista, vaga per la Gran Bretagna e la Francia in cerca di sfide – che regolarmente vince – o mentre si esibisce nelle proverbiali partite “alla cieca”, giocate anche contro otto avversari contemporaneamente; lo ritroviamo, spento e solo, mentre torna in America dopo una breve partita contro il campione inglese Staunton – partita a lungo inseguita e rimandata dall’inglese con una serie pressoché infinita di sotterfugi il cui unico scopo pare quello di non misurarsi con il genio americano. Proprio questa sfida, o la storia delle sue procrastinazioni, è uno dei temi portanti del libro: quando, finalmente, in forma assolutamente privata i due si trovano l’uno di fronte all’altro, Morphy capisce che quella sarà la sua ultima sfida, e che gli scacchi non avranno più un peso e un ruolo nella sua biografia.

L’arcangelo degli scacchi è insomma il tentativo di offrire al lettore la “storia di un’anima” secondo il classico schema del genio precoce e disinteressato il cui talento è al di sopra non solo di quello degli altri, ma anche dei suoi stessi interessi e tornaconti: Morphy non gioca per soldi (del resto è ricco) ma per la gloria, sfida i più grandi campioni per il solo gusto di dimostrare a se stesso e al mondo di esser loro superiore in nome di uno stile di gioco coraggioso e spiazzante e di una naturale predisposizione della sua mente a ragionare “scacchisticamente”. Gli scacchi sono per lui l’unica fonte e ragione di vita. E tuttavia questo fuoco, che divora il protagonista e che è il motivo per cui Maurensig ha scritto il libro, è il difetto fondamentale del romanzo, che sembra mancare proprio di fuoco e di vita mentre li vorrebbe mettere in scena e non riesce a entrare negli antri più segreti della mente di Morphy come invece sembra promettere. La trattazione delle vicende e dei pensieri che le accompagnano, infatti, è sempre veloce, superficiale: Maurensig non mostra realmente l’ascesa e la caduta dell’anima che fa muovere sulla pagina, ma la dice. Mentre leggiamo, la scrittura ci tiene sempre lontani dalla vicenda e dalle sue implicazioni: non c’è mai una vera discesa negli abissi della mente del genio, ma tutto ci è raccontato (nonostante l’autore abbia scelto un io narrante) come in terza persona: così, per esempio, non vediamo realmente nascere l’amore tra Paul e Adele – la fidanzata abbandonata – ma ci viene detto che i due si innamorano. Il punto culminante del romanzo, la sfida con Staunton, in seguito alla quale Morphy, nonostante un pareggio, si disamorerà degli scacchi e comincerà la propria caduta, non è reso psicologicamente: «Uscivo da questo match con una sensazione che non avevo mai provato davanti a una scacchiera: una sensazione di dolore acuto, paragonabile, per la sua intensità, solo alla perdita di una persona amata. Era, a tutti gli effetti, la cacciata dal mio Eden. Oggi posso dire, volendo individuare il momento stesso in cui l’interesse per gli scacchi mi abbandonò del tutto, fu proprio quando Staunton, a fine gioco, si levò in piedi». Più o meno questo è tutto quello che ci viene detto del momento fondamentale e più drammatico della vita del protagonista: la sua caduta, dunque, non è descritta ma, appunto, detta. Al lettore il compito di accettare le cose così come stanno, senza che la penna di Maurensig riesca a penetrare davvero nelle ragioni profonde di questo crollo e di questa fine. In questo senso, la storia dell’anima di Morphy è sempre gratuita e bidimensionale: vengono trattati con questa leggerezza e questa incapacità di entrare dentro al personaggio tutti gli eventi maggiori della vita di Morphy, che dunque sembra non essere altro, alla fine, che una figura sbiadita e totalmente priva della ricchezza e della complicatezza che il vero Morphy, quello storico, ha sicuramente posseduto.