Che Lou Reed sia morto, anzi, che Lou Reed avrebbe un giorno potuto morire, è una cosa che sta al di fuori della normale percezione delle cose, per me. Tra tutte le persone che nel corso della vita ho seguito e amato, lui è stato il punto di riferimento più longevo, se si pensa che ho cominciato a seguire i Velvet ai tempi del liceo e da allora li porto sempre con me. Sono poi convinto, come ho già scritto, di avere un enorme debito narrativo con Lou Reed: è stata una sua intervista a Vaclav Havel a farmi capire, un giorno di molti anni fa, come si scrivono i dialoghi.

Nel 2007 ho visto Berlin al teatro degli Arcimboldi, a Milano. Tornato a casa, ho scritto il pezzo che segue, che ripropongo senza avere il coraggio di rileggerlo.

Lou Reed è l’uomo che nel 1973 ha trasfigurato l’idea di Berlino dando il nome della città del Muro a un album leggendario che è un’epopea famigliare in interni, un canto borghese e decadente alla propria vita privata e a quella dei personaggi della wild side. Così, by the wall, Jim (alter ego di Lou) e la sua donna bevono Dubonnet ascoltando delle chitarre che suonano, in un’atmosfera vagamente jazz e retro: è una malinconica retrospettiva sull’inizio di una storia d’amore che si chiude, nell’ultima canzone del disco (Sad song) con il divorzio, e con Lou che guarda la foto di lei “che sembra Maria, regina di Scozia”. Nel mezzo, una serie di episodi dedicati a The bed, il talamo nuziale, a The kids, i figli, e a lacerti di una vita in comune che però, man mano che si ascolta, diventa sempre più violenta, più insopportabile e dura. A proposito della donna Lou ci racconta che il letto è “il posto dove si è tagliata le vene”, che i figli le sono stati tolti perché “non era una buona madre” e si prostituiva. Episodi vari di violenze domestiche (Caroline says II) o di dipendenza dalla droga (How do you think it feels) fanno da cornice tematica e per così dire ambientale all’opera, e si avverte, forse per la prima volta, un senso di disperazione e di volontà di rinnegare la parte selvaggia. Su tutto domina una violenta disillusione, un’indifferenza totale alla cose del mondo, un’assenza di pietas: nell’atto di divorzio che chiude l’album, Lou canta che “devo smetterla di sprecare il mio tempo/qualcun altro le avrebbe spezzato entrambe le braccia”.

A lungo mi sono chiesto il perché Lou Reed avesse dedicato proprio questo disco a Berlino, visto che, tra l’altro, Berlino non vi viene quasi mai nominata nonostante si intuisca che tutte le canzoni vi siano ambientate. Avevo trovato in un libro una sua dichiarazione in cui si limitava a dire che all’epoca non ci era mai stato, ma che gli piaceva l’idea della città divisa. Mi sono chiesto perché avesse scelto Berlino per la storia di un fallimento, di una divisione privata che mette in scena personaggi equiparabili a quelli di Chelsea e della Factory. È molto facile fare l’equazione città divisa = coppia che divorzia, e non credo questo possa essere l’unico motivo della scelta. Berlino era allora uno degli epicentri, dei punti nevralgici del mondo, e sceglierne il nome per intitolare un disco era una scelta da ponderare bene. Lou Reed la scelse come simbolo di decadenza, e perché aveva bisogno, per raccontare il proprio dramma borghese, di non essere a New York, dove la folla di personaggi della wild side avrebbe offuscato l’io che voleva mettere in scena.

Trentaquattro anni dopo –nel quarantesimo anniversario del primo disco dei Velvet Underground- Lou Reed ha deciso di riproporre Berlin dal vivo e per intero. Ha riproposto se stesso, nella sua opera più autobiografica. Lo ha fatto ieri sera nella cornice un po’ impettita del teatro degli Arcimboldi, a Milano. Ha rivoluto con sé Steve Hunter, il chitarrista che suonò nel disco, e ha preso un coro di dodici bambine più una voce solista, una piccola orchestra di fiati e di archi e un proiettore, che per tutto il concerto ha proiettato immagini e filmati sul fondale del palco.

Ha rifatto Berlin pari pari, compreso l’ordine delle canzoni, se si eccettua l’inizio del concerto, introdotto dal coro che ha recitato il ritornello di Sad song. Berlin è in questo modo diventato uno spettacolo a cornice, racchiuso dai versi della canzone che chiude l’album e celebra il distacco, la fine. Per il resto, senza voler entrare troppo nel merito dell’analisi musicale –che non mi compete-, Berlin è indubbiamente uno dei dischi più sinfonici di Lou Reed, e riproporlo trentaquattro anni dopo, con un’orchestra, un coro e la potenza sonora delle nuove tecnologie, ha il senso di restituire all’udito un album meraviglioso nella pienezza delle sue potenzialità. Nessuna registrazione può eguagliare quello che abbiamo sentito ieri sera, i flauti e le chitarre, le voci e gli archi.

Anche di questa operazione, in ogni caso, mi chiedo il senso, e anche qui non mi accontento di darmi la prima e più ovvia risposta: rifaccio il disco per farlo meglio. Ci deve essere qualcos’altro, un senso che è nel disco in quanto tale e nell’idea di riproporlo oggi.

L’idea della riproduzione filologica (con qualche accorgimento non certo di poco conto) di sé e della propria musica suona come una specie di suggello definitivo a una carriera. Non è però –o non mi è sembrato- un canto di morte, la dichiarazione di non avere più niente da dire o da suonare. Berlin dal vivo mi è sembrata, ieri sera, un’operazione pensata che nasconde una serie di significati che forse vale la pena provare a esplorare.

Anzitutto, un fatto: la riproduzione live dell’album in questione non ne toglie l’aura, anzi. Ne aumenta semmai la sacralità, rendendo il pubblico parte integrante di una sorta di rito collettivo che è sì una riproposizione degli accordi, dei testi e almeno in parte delle atmosfere, ma che dà allo stesso tempo la sensazione di essere di fronte a un unicum: forse è perché l’oggetto disco è in sé e per sé qualcosa di riprodotto e riproducibile, e portarlo sul palcoscenico, renderlo evento, lo toglie da questa impasse. Mi sono però chiesto perché Lou Reed avesse sentito il bisogno di attualizzare l’album e perché lo avesse fatto proprio ora. In questo gioca un ruolo centrale il superamento dell’aspetto autobiografico: la rockstar che ogni trent’anni mette in scena se stessa senza intermediazioni. Lou Reed non suona spesso in giro le canzoni dell’album Berlin. Non racconta in giro del tentato suicidio della moglie o delle anfetamine. Oggi improvvisamente decide di riprodurre se stesso riproducendo un album, e il farlo è sì l’occasione per mettersi a nudo, per misurarsi di nuovo con il proprio passato non solo musicale, ma dà modo a noi e a lui di riguardare il tutto da una certa distanza, utile per chiudere i conti.

Inoltre in Berlin, nella canzone, Lou Reed parlava del Vietnam. Lo faceva in maniera velata, quasi nascosta: nell’universo piccolo borghese del caffè vicino al Muro, Jim/Lou Reed intimava alla sua donna di non dimenticare il Vietnam. Man mano che la storia d’amore proseguiva, però, cresceva nel Lou Reed personaggio l’indifferenza per le cose del mondo: in Men of good fortune, ad esempio, cantava di fregarsene dell’esistenza dei ricchi e dei poveri e delle loro storie; in How do you think it feels si preoccupava solo del suo, passando le giornate alla ricerca di una nuova dose e con la paura di addormentarsi e di non svegliarsi più.

Oggi (ieri), il proiettore, per tutta la durata di Men of good fortune ha mandato le immagini dei soldati americani in Iraq, intervallandole a lunghe file di fototessere con i loro ritratti borghesi: un’esposizione di volti molto simile –iconograficamente- a quelle delle vittime dei campi di sterminio. A volte alcune di queste fototessere venivano ingrandite e mostrate a tutto schermo: erano quasi sempre volti di morti in battaglia, e questi morti in battaglia erano perlopiù di colore. Sotto, Lou cantava che ci sono uomini facoltosi che “spesso provocano la caduta degli imperi/ mentre gli uomini di origini modeste spesso non possono fare proprio nulla”.

Nel 1973 il Vietnam, oggi l’Iraq. Nel 1973 il disco raccontava una scissione che è sì di coppia, ma che è allo stesso tempo un allontanamento dalle cose del mondo a causa dell’amore, della costruzione del nido, della droga, dei problemi e del cinismo. Il Lou Reed personaggio si identificava con l’iconografia e il fascino di Berlino in un doppio senso: raccontando la storia di una separazione e mostrandosi completamente votato ai fatti propri, quindi separato dal resto così come –azzardo- Berlino era un’isola all’interno della DDR.

Oggi, mi pare, riproporre e ricontestualizzare Berlin è chiudere il cerchio e colmare questo distacco, rimettendo al centro delle cose il mondo. È lasciare almeno parzialmente in disparte il dramma personale, perché è antico e chiuso. Questo, secondo me, ha fatto Lou Reed: un’operazione di riproduzione fedele solo in modo apparente, perché in realtà, spesso, proporre la stessa cosa in contesti ed epoche differenti è il solo modo per offrirne una visione diametralmente opposta e in qualche modo complementare.

C’era una breccia rimasta aperta, e ieri sera è stata colmata.

L’operazione di clonazione di se stesso è stata allo stesso tempo un’operazione, per così dire, di uscita da se stesso. È stato, dicevo, chiudere i conti con un’epoca rimettendola in scena. L’operazione è stata condotta raddoppiando l’impatto sonoro e trascinando i finali di ogni singola canzone (eccetto la title-track) in continui crescendo strumentali che pian piano diventano un vero e proprio monumento a uno degli album più importanti degli anni Settanta, e fanno del Lou di ieri sera, in definitiva, l’icona sonora di se stesso. Solo che questa icona è doppia: è insieme biografica e metaculturale: Jim/Lou non è più Lou Reed, ma un personaggio a tutto tondo su cui Lou stesso può ragionare. Infatti tutti i pezzi mantengono lo stesso arrangiamento dell’originale, ma lo dilatano nei tempi, come se a ogni brano bisognasse aggiungere –metaforicamente- i trentacinque anni che ci separano da lui. Allora le code infinite delle canzoni, quei finali tirati allo spasimo mischiati a una pertinenza filologica che sfiora il dettaglio, sono qui a dirci che le tematiche biografiche e politiche che Berlin proponeva, nascondendole, mascherandole in nome della messinscena del proprio universo privato e dellawild side –che dell’universo privato non è che il controcanto- sono attuali tutt’oggi. Il crescendo grandioso di Sad song, con quei suoi dieci minuti di epica privata, è partito nel 1973 ed è arrivato ieri, lunghissimo, ed è qui a dire che il mondo non è cambiato, che le urgenze che emergevano in Berlin sono le urgenze del mondo di oggi più che del Lou persona: la guerra, la morte, la violenza, il bisogno di introspezione. Trascinare una canzone dal 1973 al 2007 e poi dilatarla, gonfiarla, è creare un ponte tra il mondo diviso di allora e quello diviso di oggi.

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