Roma, ancora. C’è qualcosa di seduto, in Roma, che non credo di riuscire a spiegare. È una città stravaccata, grassa, o così mi è parso, i suoi monumenti sono per lo più bassi, sviluppati in larghezza, imponenti. C’è una sensazione di languore, a passeggiare per Roma, di mollezza: la si guarda con gli occhi della donna gravida. Forse è per via della pietra, di questa sua monumentalità, di questo suo continuo movimento: mi dicevano che quando Thomas Bernhard decise di andarci a vivere motivò la sua scelta con il fatto che Roma è il centro del Caos, il punto nodale del disordine nello Stato più caotico del mondo. «Una metropoli da sola non mi basta» diceva. Invece io credo che non sia una questione di Caos, ma che a rendermi così incredibilmente attratto dai sui viluppi sia quell’atmosfera svaccata, panciuta, che traspira dal Colosseo come dalla Garbatella, dal corso del Tevere come, che so, dal Campo de’ Fiori.

Non credo che potrei viverci mai. I suoi ritmi, la sua gente, il sistema su cui si fonda non fanno per me. Tempo fa pensavo che l’annosa opposizione Milano/Roma non fosse altro che una delle declinazioni possibili della dicotomia Privato/Pubblico. A Roma si parla di Rai, di Camera e Senato, di onorevoli. A Milano non esiste niente di tutto questo. A Bologna non ne parliamo.

Ma soprattutto c’è in Roma un eccesso di bellezza che mi stordisce. È per questo che non saprei viverci: continuamente cercherei questa sua bellezza – che è esibita, mostrata a volte in modi addirittura volgari e che tuttavia è ancora in grado di riservare sorprese a un occhio attento – e non farei altro. Forse è questo che ha tentato di dire Sorrentino nella Grande bellezza, che pure non ho visto.

Per esempio tento di prendere il minor numero di mezzi pubblici possibile: al di là del fatto che la metropolitana è orrenda e malfunzionante e che gli autobus sono sempre stipati, cerco sempre di mettere i miei appuntamenti in orari che mi lascino almeno un’ora libera per camminare. Così la attraverso, mi ci perdo un po’.

L’Isola Tiberina, la sera, è più bella dell’Île de la Cité.

Hanno di recente riaperto gli scavi di via dei Fori Imperiali e quando ci si trova nelle vicinanze del Foro di Traiano sembra di non aver bisogno di nient’altro per vivere.

Eppure credo che si possieda una città soltanto a partire dal momento in cui l’andarci non coincide con la ricerca di un luogo particolare e del ricordo o la sensazione ad esso legati. Roma non è la mia città, io non la possiedo, posso soltanto percorrerla. Sarà così sempre, credo, almeno fino a che non dovrò per forza andare a vedere la statua di Giordano Bruno o, appunto, i Fori. È quella sensazione provinciale che ti fa pensare «Finché non li ho visti non mi sembra di essere stato qui» e che a un certo punto ho smesso di provare in luoghi che ho frequentato molto e conosco bene, come Pietroburgo.

I gatti dei Fori Imperiali non si lasciano avvicinare, quelli di Largo Argentina a volte sì.

Ho conosciuto e ho trascorso del tempo con una persona di una mitezza e una serenità assolute, disarmanti: Mina Welby. Sono andato via dall’incontro con lei con una sensazione strana eppure precisa: che mi avesse fatto bene.