L’icona davanti al Muro. In memoriam Lou Reed

Che Lou Reed sia morto, anzi, che Lou Reed avrebbe un giorno potuto morire, è una cosa che sta al di fuori della normale percezione delle cose, per me. Tra tutte le persone che nel corso della vita ho seguito e amato, lui è stato il punto di riferimento più longevo, se si pensa che ho cominciato a seguire i Velvet ai tempi del liceo e da allora li porto sempre con me. Sono poi convinto, come ho già scritto, di avere un enorme debito narrativo con Lou Reed: è stata una sua intervista a Vaclav Havel a farmi capire, un giorno di molti anni fa, come si scrivono i dialoghi.

Nel 2007 ho visto Berlin al teatro degli Arcimboldi, a Milano. Tornato a casa, ho scritto il pezzo che segue, che ripropongo senza avere il coraggio di rileggerlo.

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Chodorkovskij, l’oligarca rosso

Circa due anni fa ho scritto per la rivista Studio questo ritratto di Michail Chodorkovskij, l’oligarca anti-Putin di cui oggi cade il decimo anniversario dell’arresto. Il pezzo, ovviamente, non è aggiornato (per esempio vi si dice che Chodorkovskij sarebbe stato liberato nell’ottobre dell’anno 2012, e invece così non è stato), ma può avere senso se qualcuno ha voglia e tempo di capire di chi si sta parlando anche in Italia in questi giorni. Notizie sempre aggiornate sulla sua situazione – e, di riflesso, sullo stato dei diritti umani in Russia – si trovano sul sito dell’associazione AnnaViva: qui.

Nella prima metà degli anni Novanta, in piena era El’cin, l’ex sabotatore Tolja Ermolin ricevette a casa una telefonata in cui lo si invitava a presentarsi di persona, il giorno successivo, presso gli uffici della Menatep, una delle prime banche private sorte a cavallo del tracollo dell’Unione Sovietica. Ermolin non aveva il conto presso nessuna delle filiali della Menatep, né tantomeno conosceva qualcuno che vi lavorava. Arrivato all’appuntamento, fu accolto da Michail Chodorkovskij, l’oligarca fondatore della banca. Chodorkovskij e Ermolin sono quasi coetanei, e, all’epoca, avevano circa trent’anni: il primo dei due, nato nel 1963, sarebbe diventato di lì a poco l’uomo più ricco di Russia e, secondo un numero di «Forbes» del 2004, il sedicesimo uomo più ricco del mondo. Nato a Mosca in una famiglia di origini ebraiche, Chodorkovskij era divenuto, negli anni 80, mentre frequentava i corsi di chimica all’Istituto Mendeleev, uno dei capi del Komsomol locale: di lui si diceva che sarebbe diventato uno degli apparatčik più in vista del Partito. Ma della perestrojka, Chodorkovskij aveva capito una cosa che pochi, in Russia, capirono, ossia che le riforme avviate da Gorbačëv si sarebbero presto rivelate un colpo mortale alla vita dell’Urss, e che chi poteva doveva sfruttarne le falle per inserirsi nel libero mercato.

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Roma, frammenti

Roma, ancora. C’è qualcosa di seduto, in Roma, che non credo di riuscire a spiegare. È una città stravaccata, grassa, o così mi è parso, i suoi monumenti sono per lo più bassi, sviluppati in larghezza, imponenti. C’è una sensazione di languore, a passeggiare per Roma, di mollezza: la si guarda con gli occhi della donna gravida. Forse è per via della pietra, di questa sua monumentalità, di questo suo continuo movimento: mi dicevano che quando Thomas Bernhard decise di andarci a vivere motivò la sua scelta con il fatto che Roma è il centro del Caos, il punto nodale del disordine nello Stato più caotico del mondo. «Una metropoli da sola non mi basta» diceva. Invece io credo che non sia una questione di Caos, ma che a rendermi così incredibilmente attratto dai sui viluppi sia quell’atmosfera svaccata, panciuta, che traspira dal Colosseo come dalla Garbatella, dal corso del Tevere come, che so, dal Campo de’ Fiori.

Non credo che potrei viverci mai. I suoi ritmi, la sua gente, il sistema su cui si fonda non fanno per me. Tempo fa pensavo che l’annosa opposizione Milano/Roma non fosse altro che una delle declinazioni possibili della dicotomia Privato/Pubblico. A Roma si parla di Rai, di Camera e Senato, di onorevoli. A Milano non esiste niente di tutto questo. A Bologna non ne parliamo.

Ma soprattutto c’è in Roma un eccesso di bellezza che mi stordisce. È per questo che non saprei viverci: continuamente cercherei questa sua bellezza – che è esibita, mostrata a volte in modi addirittura volgari e che tuttavia è ancora in grado di riservare sorprese a un occhio attento – e non farei altro. Forse è questo che ha tentato di dire Sorrentino nella Grande bellezza, che pure non ho visto.

Per esempio tento di prendere il minor numero di mezzi pubblici possibile: al di là del fatto che la metropolitana è orrenda e malfunzionante e che gli autobus sono sempre stipati, cerco sempre di mettere i miei appuntamenti in orari che mi lascino almeno un’ora libera per camminare. Così la attraverso, mi ci perdo un po’.

L’Isola Tiberina, la sera, è più bella dell’Île de la Cité.

Hanno di recente riaperto gli scavi di via dei Fori Imperiali e quando ci si trova nelle vicinanze del Foro di Traiano sembra di non aver bisogno di nient’altro per vivere.

Eppure credo che si possieda una città soltanto a partire dal momento in cui l’andarci non coincide con la ricerca di un luogo particolare e del ricordo o la sensazione ad esso legati. Roma non è la mia città, io non la possiedo, posso soltanto percorrerla. Sarà così sempre, credo, almeno fino a che non dovrò per forza andare a vedere la statua di Giordano Bruno o, appunto, i Fori. È quella sensazione provinciale che ti fa pensare «Finché non li ho visti non mi sembra di essere stato qui» e che a un certo punto ho smesso di provare in luoghi che ho frequentato molto e conosco bene, come Pietroburgo.

I gatti dei Fori Imperiali non si lasciano avvicinare, quelli di Largo Argentina a volte sì.

Ho conosciuto e ho trascorso del tempo con una persona di una mitezza e una serenità assolute, disarmanti: Mina Welby. Sono andato via dall’incontro con lei con una sensazione strana eppure precisa: che mi avesse fatto bene.

Un’etica immorale?

C’è un retrogusto liberale che mi disturba – anche se non saprei dire bene perché e in quale misura – mentre leggo Un’etica senza Dio di Eugenio Lecaldano. Si tratta di un pamphlet chiaro e scorrevole che cerca di contrastare la diffusa credenza che un’esistenza autenticamente morale sia possibile soltanto a patto di credere in Dio e, allo stesso tempo, prova a edificare un’etica che escluda la presenza dei precetti divini dalla condotta di ciascuno. Per fare questo, in quella che lo stesso autore definisce la pars construens del suo libello, Lecaldano chiama in causa Hume, Kant, Stuart Mill, addirittura Adam Smith, e arriva in sostanza a dire che: «Solo quando un individuo assume su di sé la responsabilità di ciò che ha fatto, avanzando le sue ragioni, testimonia il suo accesso nella sfera morale. È proprio sotto questo profilo che appare netta la divaricazione tra prospettiva morale e prospettiva religiosa: la stessa possibilità di essere un soggetto moralmente responsabile richiede dal nostro punto di vista un atto di auto-affermazione, di consapevolezza, di autonomia e libertà individuali, laddove la prospettiva religiosa è spesso incline a condannare tale condizione come un peccato di orgoglio, una sorta di peccato originale». È forse proprio questa affermazione prepotente dell’io vista di pari passo con l’assunzione di responsabilità – la responsabilità, quella sì, mi sembra un concetto etico fondamentale – che mi tiene lontano: in definitiva, da profano quale sono, leggo nelle parole di Lecaldano niente di più che un’affermazione dell’individualismo.

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