Più che per fede – che anche quando ero molto giovane non ho mai praticato granché, oscillando a seconda delle stagioni tra forme vaghe di ateismo, di agnosticismo, di indifferenza e, infine, di fervore religioso autoimposto allo scopo di verificare il mio livello di misticismo –, più che per fede, dicevo, quando avevo otto o nove anni ho fatto per qualche mese il chierichetto per stare con gli altri. Molti miei amici lo facevano: dicevano che era facile, divertente e, soprattutto, che facendolo si poteva finalmente scoprire com’era fatta la sagrestia, quali erano le stanze recondite nascoste nella pancia della chiesa, e mentre si aspettava l’inizio della messa, infine, si poteva stare seduti nel maestoso coro di legno ricavato nell’abside. Abbiamo servito messa, insomma, perché volevamo vedere che cosa c’era dietro la messinscena dei paramenti che ogni settimana ci si ergeva davanti. Eravamo tutti bravi ragazzi: studiosi più o meno, avevamo tutti preso i nostri sacramenti, andavamo a catechismo e non avevamo ancora cominciato a saltare la messa della domenica per andare in sala giochi pagandoci la partitella coi soldi dell’offerta.
Alcuni minuti prima della messa ci trovavamo nel retro della sagrestia, dove era stato allestito un piccolo spogliatoio: lì ci cambiavamo, ci mettevamo le gonne – nere nelle domeniche normali, rosse in quelle speciali – parlavamo di videogiochi e di figurine; poi veniva il momento di fare la piccola riunione seduti nel grande coro di legno dietro l’altare. Lì, i più grandi ci contavano e distribuivano i compiti: «Tu fai la comunione e il piattello», «Tu fai la campanella» dicevano, e se ti capitava qualcosa che non avevi ancora fatto ti veniva spiegato come eseguire il compito.

Ho smesso di fare il chierichetto perché ogni cosa dopo pochi mesi mi viene a noia. Ma una domenica, poco prima della messa, eravamo in sagrestia in compagnia della perpetua – una donna piccola, curva, grigia e grinza, con dei baffi bianchi ai lati della bocca e un odore di muffa e vecchiezza che la seguiva ovunque – e lei tirò fuori da un cassetto una vaschetta di plastica trasparente, di quelle che di solito contengono i biscotti artigianali. Sulla vaschetta c’erano l’etichetta con la marca del prodotto, il codice a barre, l’elenco illeggibile degli ingredienti. Dentro, in fila indiana come tanti sottilissimi dolci – tanto che io, all’inizio, avevo creduto che la vecchia perpetua avesse voluto farci un regalo e darci un biscotto prima della riunione nel coro di legno – c’erano le ostie che un’ora più tardi la gente avrebbe mangiato credendole il corpo di Cristo.
Io ero lì, e guardavo quelle cose di cui si parla come di qualcosa di sacro, di supremo, giacere in una scatola di biscotti, essere in tutto e per tutto dei biscotti. Poco dopo entrò monsignore – un prete di cui non ricordo il nome, ma che fin da piccolo non ho mai sopportato e di cui ho sempre colto le occhiate furibonde nei confronti di qualcuno che, evidentemente, gli aveva fatto un torto –, ci salutò, scambiò due parole con la perpetua, si vestì e «Ah, sì» disse, mentre la donna strappava la plastica che avvolgeva la vaschetta e gli porgeva i biscotti da consacrare. Monsignore prese l’aspersorio, e mormorando la benedizione gettò dell’acqua sulle ostie. Poi lasciò l’aspersorio sul tavolo e uscì. Ho appena assistito a una benedizione, mi dissi: una cosa che non era sacra, adesso lo è. Io avevo otto, nove anni, e Questo è ciò che si nasconde dietro il concetto di sacralità, pensai. E pensai: una scatola di biscotti, le ostie sono dentro una scatola di biscotti, sono dei biscotti. E pensai: io non posso credere a questo, non posso vestirmi come un deficiente e venire ogni domenica a servire questo: un uomo e una vecchia che adorano una scatola di biscotti. Non posso.
Naturalmente servii messa e non dissi niente a nessuno. Quando vidi le bocche dei fedeli spalancarsi e inghiottire il biscotto pensai che credevano davvero si trattasse del corpo di Cristo e invece, da qualche parte, un’azienda con dei salariati già l’indomani avrebbe acceso le macchine per fabbricarlo. In cuor mio avevo deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei messo piede da questa parte dell’altare. In realtà, smisi quasi del tutto di andare in chiesa e smisi di ascoltare le parole dei preti: in alcuni momenti della mia vita questo atteggiamento si è trasformato in un sano, docile anticlericalismo.
Niente in origine è sacro. Sono gli uomini a decidere che cosa è sacro e cosa non lo è: la sacralità non è che una delle convenzioni umane, questo avevo capito.