Metto qui la recensione di La caduta di Giovanni Cocco, che è uscita sull’Indice di questo mese.

GiovanniCocco_LaCaduta_tmb-300x191Costruito come un film di Iñarritu, La caduta è il primo di quattro movimenti che nel corso dei prossimi anni andranno a comporre Genesi – un ciclo di romanzi che, sotto il magistero di Pynchon, DeLillo e Bolaño, prova, da una parte, a restituire il sapore globale e tragico di questo inizio millennio e, dall’altra, tenta di sprovincializzare la letteratura italiana proponendo un’opera coi piedi ben piantati nel postmoderno. Si è parlato molto di questo libro d’esordio di Giovanni Cocco, soffermandosi soprattutto – come fa lo stesso autore nella nota finale – sulla struttura dal sapore antico: La caduta è infatti costruito ricalcando nella forma alcuni cicli pittorici rinascimentali; ogni capitolo ne rappresenta una scena, e i quattro narratori che, negli intermezzi, prendono la voce e raccontano la propria vita al cospetto di alcune delle più grandi catastrofi della contemporaneità, corrispondono ai “tondi” che, nei cicli pittorici appunto, raffigurano di solito i santi o gli evangelisti.

Ma non è solo la pittura a fare da sfondo al libro: simbolicamente, infatti, ogni capitolo fa riferimento a un episodio del Pentateuco e dell’Apocalisse e viene aperto da una citazione biblica. Insomma, Cocco mette in scena una sorta di caduta dell’Occidente attraverso una serie di episodi tragici degli ultimi dieci anni, e lo fa trovandovi delle corrispondenze con i testi Sacri: l’uragano Katrina, la rivolta delle banlieue, il crollo economico del 2008, l’attentato di Londra, Breivik: fuorché l’11 settembre (immagino lasciato consapevolmente ai margini o forse inserito in uno degli episodi futuri della quadrilogia) tutte le più grandi catastrofi storiche e antropologiche della nostra epoca trovano spazio nel libro e concorrono al ritratto di un secolo nato tragico. Il filtro attraverso cui l’occhio narrativo di Cocco guarda questa materia incandescente è quello dell’infanzia e della giovinezza: La caduta è infatti un libro di nascite, di famiglie ora sfaldate ora ricongiunte dalle catastrofi di cui sono testimoni. Quasi ogni tipo d’amore e di filiazione vi è rappresentato: dalla giovane che, nella Parigi in fiamme, sembra voler provare ad amare il figlio di una violenza, alla storia di un ragazzo che cerca il fratello disperso nelle acque di New Orleans, dal padre che, morendo nell’attentato di Londra, non arriva a conoscere il figlio che la moglie partorirà poco dopo, al ragazzino che approfitta della catastrofe per vendicarsi del padre stupratore. Gli episodi, incorniciati da un prologo e un epilogo in cui un padre e un figlio che non si erano mai conosciuti si ritrovano a Madrid, possono essere letti come singoli racconti, che Cocco unisce tra loro, appunto come accadeva in Babel o in 21 grammi, facendo scoprire a poco a poco ai lettori dei collegamenti minimi tra i personaggi: così, per esempio, Cristobal, il figlio che a Madrid ritrova il padre, è stato amante (rimpianto) di Margaret, la londinese incinta, durante una vacanza di lei in Spagna; allo stesso modo, il padre di Cristobal ha dei figli che in America hanno perso la casa durante l’uragano Katrina e così via. In questa sorta di storiografia medievale in forma narrativa, con un linguaggio secco e preciso Cocco mette ogni personaggio davanti a qualcosa di ineluttabile e più grande di lui e lo costringe, in qualche modo, a operare delle scelte: è in questa pratica, mi pare, che La caduta ottiene la sua misura tragica.

E tuttavia l’impressione che si ha dalla lettura è quella di un libro freddo, costruito a tavolino, dove conta più il disegno globale che i movimenti e i sentimenti dei personaggi – che danno a volte la sensazione di essere concepiti come vere e proprie funzioni, meccanismi atti a far “girare” la struttura e, di conseguenza, non sono mai tridimensionali. Non si prova pietà né dolore nei confronti di nessuno degli esseri umani che l’autore mette davanti alla catastrofe, non si impara a voler bene a nessuno di questi padri e di questi figli. Il piglio sociologico, antropologico con cui Cocco conduce la sua cronaca (o le sue cronache, se si pensa agli episodi come a dei racconti) mantiene tutto a una certa distanza, si limita a mostrare la caduta dell’Occidente senza farla vivere davvero: lo si vede bene in George, l’episodio del libro dedicato alla crisi finanziaria globale, che è un vero e proprio trattato “didattico” sulle ragioni del crollo americano mascherato da confessione di un folle; o nell’ultimo capitolo, modellato sull’Apocalisse, che è una sorta di elenco ragionato di tutte quelle cadute che non hanno trovato spazio nei capitoli precedenti (dalla crisi greca all’assassinio di Bin Laden, dall’omicidio di Gheddafi alla strage durante la proiezione dell’ultimo Batman).
La caduta rimane perciò un libro su cui sospendere il giudizio: ambiziosissimo, scritto da qualcuno che è dotato di un talento enorme e che, finalmente, non ha paura di misurarsi con le grandi questioni del nostro tempo («Per produrre un grande libro, bisogna scegliere un grande argomento» diceva Melville, e Cocco l’ha sicuramente scelto), manca di un po’ di coesione e paga lo scotto di voler dire tutto. Va però detto che Genesi era ed è concepito come un unicum e che dunque soltanto al termine della lettura di tutti e quattro i volumi si potrà davvero capire e giudicare ciò che Cocco ha fatto. La caduta, insomma, non è un capolavoro, ma Genesi può ancora esserlo.