29oraQuello che segue è un breve estratto della Ventinovesima ora, il racconto che ho pubblicato in e-book con Mondadori lo scorso luglio. Nel racconto, immagino alcuni momenti della convivenza in Vaticano tra il nuovo papa – che ho chiamato Martino VI – e il papa emerito, Joseph Ratzinger; immagino anche la sovrapposizione e, in qualche modo, lo scontro tra due diverse concezioni della Chiesa. O qualcosa del genere. Il tutto viene raccontato, sotto forma di diario, da un segretario molto vicino al nuovo papa che rimane per tutto il tempo anonimo. Qualcuno in casa editrice l’ha definito un “noir metafisico”: non so se lo sia davvero, visto che il noir è un genere che non conosco. Però non è una brutta definizione.

11 aprile, giovedì, ore 00,52
La penna mi trema tra le mani mentre racconto – e non è per via della stanchezza di questa giornata che non accenna a finire. Credo di aver appena fatto una cosa terribile: ho violato l’appartamento papale. Domani mattina, per prima cosa, racconterò tutto al Santo Padre, chiedendogli di sigillare le mie parole nello scrigno della confessione. Domanderò il suo perdono e la sua indulgenza e mi rimetterò totalmente alla sua volontà per quanto riguarda il mio futuro. Verso le ventitré, come mio solito, mi sono preparato per coricarmi: uscito dal bagno, in camicia da notte, stavo cercando la concentrazione necessaria per salutare il Signore prima di addormentarmi quando – è una cosa sciocca – ho visto abbandonato sulla poltrona il clergyman che mi ero appena levato. L’ho preso per appenderlo nell’armadio e non so, non so che cosa mi sia preso, ma come rapito da una furia non mia mi sono strappato di dosso la camicia da notte e l’ho indossato di nuovo. Ho preso dalla cassaforte le chiavi dell’appartamento papale (per il momento, oltre a colui che lo abita, siamo solo io e il suo medico personale ad averle) e, senza nemmeno allacciarmi il colletto e appuntarmi il crocifisso, sono uscito. Non riesco a ricordare che cosa pensassi, e nemmeno se pensassi a qualcosa: ringrazio il Signore per non avermi fatto incontrare nessuno nella mia folle corsa verso l’appartamento. Mi sono avvicinato alla porta con il passo di un gatto e in preda a una specie di febbre che mi ha tuttavia concesso di girare la chiave senza fare rumore. Forse è Dio che mi ha condotto lassù. No. Dio non comanda, Dio lascia liberi. È il diavolo a tentare, semmai, a indurci a violare la sfera privata degli altri. È stato davvero Satana a guidarmi? Mi rifiuto di crederlo. Io sono un uomo buono e devoto, e se diventerò arcivescovo sarà per volontà di un altro uomo buono e di Dio: il mio posto nel mondo sarà frutto delle mie preghiere e della mia dedizione.
Mi sono ritrovato nell’appartamento di Martino VI – un appartamento che, ormai, conosco perfettamente. Una bava di luce elettrica filtrava dalla porta dello studio e c’era silenzio. Mi sono accostato piano alla stanza papale e solo adesso mi rendo conto che quasi non respiravo. Io, in quei momenti, non capivo dove mi trovassi né perché. Domani parlerò al Santo Padre e gli dirò che ciò che ho fatto non è figlio della mia coscienza ed è per me cosa umiliante e inspiegabile. Lui mi ascolterà e mi capirà e mi perdonerà.
Ma dall’interno, mentre io, fuori di me, accostavo l’orecchio alla porta sacra dello studio, la voce sussurrata di Martino ha detto qualcosa che non ho colto. Per un lungo, spaventoso istante ho creduto che si rivolgesse a me. Quello è stato il momento in cui ho realizzato pienamente che cosa avevo fatto: sono stato quasi sopraffatto da una specie di disperazione e ho pensato di tornare indietro di corsa, oppure di bussare e confessare, oppure, confusamente, di fare entrambe le cose insieme. Ma Martino ha parlato di nuovo e ho capito che non si rivolgeva a me: nel tono di un uomo che sospira ha pronunciato il terribile nome.