[La prima parte è qui]

Andrej Platonov e il Realismo socialista.
Poetica. Scienza, felicità e amore.

Diciamolo subito: Andrej Platonov non è stato un dissidente. Come molti intelligenty, durante gli anni Venti e una porzione degli anni Trenta ha condiviso la speranza che il socialismo fosse davvero la via verso la realizzazione di un nuovo mondo. Egli vide nel potere sovietico la possibilità di realizzare un vecchio sogno mutuato dalle proprie letture – soprattutto l’opera del filosofo Nikolaj Fëdorov, che nel 1906 aveva scritto Filosofia della causa comune (Filosofija obščego dela), libro che sarebbe rimasto un punto di riferimento costante per lo scrittore. La concezione di Fëdorov è sorprendentemente concorde con alcune delle rivendicazioni chiave della teoria sovietica, e si sviluppa lungo due vettori fondamentali: il ruolo della scienza nella società moderna e la lotta contro il «male», identificato nella morte. La scienza in Fëdorov ha il compito di trasformare il mondo: è una pratica umana volta al dominio sulla natura.[i] Gli uomini temono la natura, e questa paura genera egoismo e individualismo – che danneggiano l’idea di fratellanza. Lo scopo della lotta contro la natura attraverso la scienza è la cosiddetta «resurrezione dei padri» – la condizione necessaria per ottenere l’armonia e la felicità in un mondo in cui la natura sia definitivamente sottomessa. Grazie alla resurrezione dei padri, gli uomini potranno vincere una volta per tutte l’ostacolo ultimo: l’esistenza della natura in quanto tale, alla quale sono soggiogati. La morte è la prova dell’imperfezione dell’universo, e la paura di morire è la causa di guerre, carestie e ineguaglianze sociali. Il libro di Fëdorov è una dichiarazione di guerra alla frammentazione che colpisce l’uomo moderno e il filosofo sosteneva che solamente i tecnici potranno liberare l’umanità. Platonov mutua da questa visione il proprio pensiero e lo applica all’epoca sovietica: «Bisogna vivere non per se stessi e non per gli altri, ma con tutti e per tutti: in questo consiste l’unione dei vivi (dei figli) per la resurrezione dei morti (dei padri)».[ii]
Dopo la rivoluzione politica, Platonov ne aspetta una scientifica che porti a un futuro migliore. Ivan Verč traccia un elenco di quattro categorie che sono fondamentali per capire la relazione tra Platonov e Fëdorov e per analizzare le caratteristiche della scrittura del primo:

1)            Il pensiero astratto come strumento progettuale (il che implica il superamento dell’opposizione teoria-prassi);
2)            Il ruolo della scienza nella realizzazione concreta di un progetto per l’umanità;
3)            La sostanziale nullità del tempo nei processi evolutivi dell’uomo con conseguente rifiuto del futuro come unica categoria valida di progettualità (quindi, rifiuto del «progresso»);
4)            Recupero del passato come lotta contro il tempo, distruttore della memoria e quindi della totalità dei rapporti tra uomo e mondo (natura e cultura).[iii]

Nei suoi primi lavori, all’inizio degli anni Venti, Platonov aveva provato a descrivere le scoperte scientifiche come il motivo propulsore del progresso, e di fatto come un alleato naturale del comunismo. In queste opere, si era già posto una domanda cruciale: come può la scienza, che lavora per il futuro, arrogarsi il diritto di annullare il passato e disumanizzare il presente?
Il futuro pianificato del socialismo è da Platonov costantemente paragonato alla situazione passata e presente dell’uomo, con lo scopo di indagare il grado di felicità della gente. In uno dei suoi migliori romanzi, Čevengur (1929)[iv], Platonov avvia un’indagine sul comunismo sovietico chiedendosi se esso sia il vero raggiungimento della felicità: se lo è, dice Platonov, deve passare il “test” dell’eternità. I protagonisti, i comunisti Kopënkin e Dvanov, raggiungono il villaggio di Čevengur, l’unico posto in Unione Sovietica dove il comunismo è stato veramente realizzato: a Čevengur gli abitanti hanno eliminato tutti i borghesi e i kulaki, e vivono senza più lavorare (seguendo alla lettera i dettami di Marx, che aveva scritto che il lavoro è schiavitù); sono liberi, mangiano i frutti spontanei della terra (bacche, radici), si scaldano al fuoco e tengono riunioni quotidiane dove discutono e aspettano la venuta del «primo giorno» – ossia il momento in cui il loro modo meraviglioso di vivere sarà finalmente diffuso in tutto il mondo.
Dvanov capisce cosa significa questa attesa per gli abitanti di Čevengur:

(…) capì allora perché Čepurnyj e i bolscevichi di Čevengur desiderassero tanto intensamente il comunismo: è la fine della storia, il tempo procede solo nella storia mentre l’angoscia rimane ferma nell’uomo.[v]

A Čevengur il comunismo è realizzato. Nessuno può, almeno in apparenza, modificare le cose. Anche il pensiero di Lenin non è più necessario agli abitanti:

«Sono io la massa? s’impermalì Čepurnyj «Neanche Lenin deve sapere cos’è il comunismo, perché è faccenda di tutto quanto il proletariato, non di uno solo. Mica puoi essere più intelligente del proletariato!»[vi]

Per molte pagine, gli abitanti sembrano vivere in armonia perfetta, almeno finché all’improvviso muore, di fame, un bambino:

«Che comunismo è questo?» pensò Kopënkin colto da un dubbio definitivo e uscì nel cortile avvolto dall’umida notte. «Un bambino non ha potuto sospirare nemmeno una volta, in pieno comunismo una creatura è apparsa e morta. Questa è la peste, non il comunismo. È l’ora di andarsene, compagno Kopënkin, andarsene lontano da qui»[vii]

Se nella patria del comunismo esiste la possibilità che un bambino muoia di fame, nessuna felicità e nessun futuro sono realmente possibili per l’uomo: non c’è verità dove c’è la morte. Come se non bastasse, gli abitanti del villaggio cominciano ad annoiarsi. Cominciano a desiderare le donne e a voler tornare al lavoro, perché sentono che le proprie vite sono vuote e prive di significato. Un uomo si allontana dal villaggio e vi ritorna portando un gruppo di vedove di guerra da un villaggio vicino: gli abitanti se le spartiscono e le portano nelle proprie baracche. Le donne, alla fine di Čevengur, non sono compagne nella lotta per il comunismo, ma oggetti di cui gli uomini hanno bisogno per continuare a vivere. Accettano di essere spartite perché sono malate, sole e hanno orrore di morire in solitudine. I loro corpi, per come li descrive Platonov, sono magrissimi, pieni di pustole e maleodoranti. Tuttavia gli uomini le desiderano sessualmente.[viii] Alla fine del libro, il villaggio verrà distrutto dall’esercito, gli abitanti saranno uccisi e del progetto di Čevengur non rimarrà nulla.
I personaggi di Platonov sono individui: non sono marionette delle Storia come gli eroi del Realismo socialista e non sono mere funzioni della storia. Sono scettici, umani, e si pongono dubbi sulla propria condizione: all’inizio dei romanzi sono perfettamente integrati nella parabola socialista che rappresentano ma, alla fine, la loro personalità inevitabilmente emerge.

Verità e morte
Seguendo quasi alla lettera le regole del Realismo socialista, Platonov testa il grado di felicità degli uomini al cospetto della realtà sovietica: i suoi libri sono delle indagini sul potere e sulla vita umana per come il potere la plasma. In Kotlovan (1930), forse la sua opere più «realistica», la realtà viene testata empiricamente grazie al racconto della costruzione di un edificio pubblico – ovvia metafora della costruzione del socialismo sul suolo sovietico. Platonov cerca di trovare il comunismo sul terreno della pratica quotidiana, nel mondo concreto. Ingegnere di formazione – e, in linea teorica, potenziale «ingegnere di anime» – Platonov entra in un cantiere e vi cerca le tracce dell’utopia realizzata. In Kotlovan c’è una domanda che viene ripetuta ossessivamente e che aleggia quasi su ogni singola pagina: «Che cos’è la verità?». Voščev, il protagonista – tipico esempio del comunista dubbioso platonoviano – trova lavoro nel cantiere e ci va, sicuro di trovarvi tutte le risposte: il lavoro e la vita quotidiana tra il proletariato fugheranno ogni dubbio sull’effettivo raggiungimento dell’armonia nella terra dei soviet. Nel cantiere Voščev incontra Pruševskij, un ingegnere – altro prototipo di personaggio platonoviano, lo scienziato-sognatore – al quale pone continue domande sulla verità e sulla felicità a venire; Pruševskij non ha le risposte: nessuno gli ha mai parlato, dice, dell’«intero», della totalità delle cose, e lui conosce solo la parte che gli spetta nell’edificazione del comunismo. Ha spesso pensieri suicidi.
Anche in Kotlovan c’è la figura di un bambino che muore: Nastja, che verrà seppellita proprio nello sterro. Il suo personaggio, che rappresenta il futuro del socialismo, si presenta così agli operari del cantiere:

«Ma io non volevo nascere, avevo paura. Avrei avuto una madre borghese».
«E allora come ti sei organizzata?»
(…)
«Ma io so chi è il capo».
«E chi?» si fece attento Safronov
«Il capo è Lenin, il secondo è Budennyj. Quando loro non c’erano e vivevano solo i borghesi, non m’andava di nascere, perché non volevo. Ma non appena è apparso Lenin, sono apparsa anch’io!»[ix]

Nella pagina successiva, Safronov presenta la bambina ai compagni:

«Compagni! – iniziò a dar forma al sentire comune Safronov –. Di fronte a noi, senza averne coscienza, giace un abitante di fatto del socialismo; (…). Qui invece sta riposando la sostanza dell’opera del partito e il suo obiettivo, un piccolo essere umano,destinato a diventare elemento universale! Per questo lo sterro va finito il più in fretta possibile, affinché al più presto ne venga fuori la casa e il muro di pietra possa proteggere da vento e raffreddori il personale infantile».[x]

La bambina è assolutamente convinta, in quanto nata sotto il socialismo, di essere immortale. Discutendo con il reduce di guerra Žačev, vecchio e storpio, Nastja sostiene di essere inattaccabile: «E come avrebbe potuto offendermi, se io continuerò a vivere nel socialismo e lui invece morirà presto!».[xi] La sua morte sancisce la fine del sogno dell’edificazione e del romanzo. Ancora una volta, sembra dire Platonov, il comunismo come sogno e come vittoria sulla natura non c’è: il comunismo dovrebbe «avere a che fare» con i bambini, dovrebbe appartenere a loro, e invece sono proprio loro i primi a morire.
Nell’ambito di una filosofia progettuale della storia, Platonov indaga sull’effettiva possibilità di realizzazione del progetto nei suoi aspetti scientifico, sociale e umano, e ne deduce il fallimento: i proletari non conoscono e non potrebbero comprendere il significato profondo della vita socialista, la scienza non è ancora riuscita a sottomettere la natura (le persone continuano a morire), il tempo passa, la fratellanza di classe non esiste e, anzi, in Kotlovan resistono ancora le differenze di classe. Nella prosa di Platonov – come in tutti i romanzi del Realismo socialista – la morte appare: ma qui, non è mai l’indice di una rinascita. È la fine triste di un lungo processo di disillusione.

Linguaggio
I personaggi di Platonov guardano al futuro nello stesso modo in cui lo guardano i personaggi del Realismo socialista; provano a sottomettere la natura attraverso la scienza e la tecnica; credono nella possibilità di un mondo nuovo; credono nel progresso e nei grandi successi dell’industria sovietica. Ma, a differenza dei loro omologhi, gli eroi di Platonov arrivano sempre a un punto in cui cominciano a porsi delle domande cruciali sulla propria vita e sulla Storia: è come se camminassero sul confine che separa la realtà concreta dalla sua rappresentazione ufficiale e rimanessero lucidamente in grado di operare una netta distinzione tra la teoria e la pratica.
Tutto questo, leggendo Platonov, appare evidente, soprattutto per via del fatto che il linguaggio che egli usa nelle sue opere è quello del Realismo socialista: tutti i suoi personaggi parlano come deve parlare l’autentico homo sovieticus, come si è visto nel dialogo tra Nast’ja e Safronov tratto da Kotlovan appena riportato. Questa consonanza linguistica rende  – se possibile  – ancora più evidente e sconvolgente il baratro che nelle narrazioni si apre tra il mondo com’è e il mondo come dovrebbe essere.
Per esempio, Platonov non parla mai, riferendosi alla morte dei kulaki, di «sterminio» o «deportazione», ma di «intensificazione della lotta di classe»; parlando di Stalin, lo chiama il «Capo», o «batjuška», o «l’uomo del Cremlino»; gli attivisti per lui non sono mai fanatici, ma «devoti alla Causa»; e così via. È il linguaggio del suo tempo, l’unico modo che Platonov ha per andare a fondo nella realtà che descrive. Non c’è, in questo procedimento, nessuna ironia esplicita, non c’è nessuna deviazione dalla norma, e si tratta probabilmente di un caso più unico che raro in uno scrittore «antisovietico». Platonov è uno scrittore onesto, che realmente crede nella sua ricerca e la racconta con le parole «giuste». Leggere i suoi libri è pertanto un’esperienza straniante: utilizzando il linguaggio «ufficiale» egli pone sotto la lente di ingrandimento l’ufficialità e sostanzialmente la condanna, smascherando, anche attraverso il linguaggio, il mondo sovietico e la sua rappresentazione mediata dall’alto. Faccio un esempio, preso dall’incipit di Kotlovan:

Il giorno in cui compiva trent’anni di vita personale Voščev fu licenziato dalla piccola officina meccanica dove si procurava i mezzi che gli assicuravano l’esistenza. Nella lettera di licenziamento avevano scritto: riscontrata crescita di debolezza e meditazione nel pieno dei ritmi generali di lavoro e di conseguenza tolto dalla produzione.[xii]

Dal punto di vista linguistico, si tratta di un passo perfettamente socialista: di Voščev ad esempio non ci viene detto che «guadagna» del denaro, ma se lo «procura», utilizzando il verbo dobyvat’ – un verbo che, in seguito alla carestia post-rivoluzionaria, aveva sostituito nel linguaggio comune la parola zarabatyvat’, che è appunto «guadagnare»; in quest’attacco, Kotlovan si presenta come la storia, raccontata con parole socialiste, del licenziamento di un operaio dissidente, che viene definito anche «debole» in un mondo di «forti» e di «determinati», e dedito alla meditazione in un mondo dove si tira dritto verso il comunismo. Il paragrafo, dicevo, è interamente socialista, eccetto un termine: «personale» (ličnij): negli anni in cui il romanzo viene composto, niente può essere «personale», perché ogni individuo è e deve essere parte della collettività: di «personale» ci sono solo gli ultimi retaggi borghesi. Parole come ličnij sono l’indice dell’atteggiamento laterale di Platonov nei confronti della realtà e del linguaggio. Benché il resto del paragrafo sia linguisticamente preciso, la prima riga dell’attacco sarebbe stata tecnicamente sufficiente per impedire la pubblicazione del romanzo. In ogni caso, per fare luce sulla distanza sempre maggiore tra la visione di Platonov e il potere, bisogna concentrarsi sull’aspetto ideologico delle sue opere: Ivan Verč sostiene che l’autore, nella sua scrittura, sposti l’asse del senso, liberando la parola socialista dal contesto in cui è inserita e percepita:

(…) la parola non solo non può fungere da segno referenziale della realtà, presentandosi quindi come «autosufficiente» (il concetto di slovo kak takovoe, la «parola come tale» dei futuristi), ma il mondo stesso, privato della possibilità di essere rappresentato dalla parola, perde la sua connotazione di realtà ed è quindi fittizio e privo di ogni possibile senso determinato da una parola che non ha più alcun legame con la realtà.[xiii]

La società sovietica è, per dirla con Foucault, una «società di discorso», ossia una società che ha la funzione di conservare e proteggere un certo tipo di discorso che viene fatto circolare in uno spazio chiuso e impenetrabile, e viene distribuito secondo delle regole strette detenute da pochi e da essi rigidamente controllate.[xiv] Il nuovo linguaggio sovietico vorrebbe rispecchiare e restituire l’essenza concreta del mondo e del progresso, eliminando la distanza tra letteratura e vita, tra finzione e fatto. Il metodo di Platonov dimostra come questa sia un’illusione: la vita e i sentimenti umani non possono essere restituiti attraverso un linguaggio strutturato, rigido e pre-organizzato, e non esiste un’identità tra linguaggio e cose, tra parole e cose. Rinominare in modo socialista il mondo non è sufficiente per sottometterlo e portarlo al socialismo. Il linguaggio sovietico sembra voler dire che il mondo al di fuori della rappresentazione linguistica social-realista non esiste; è invece vero il contrario, e alla fine di ogni sua opera Platonov lo dimostra, parlando di «espropriazione» anziché di «collettivizzazione» e togliendo l’oro al nome del cotone. La retorica viene sconfitta semplicemente applicandola a una realtà che fa i conti con la vera condizione degli uomini.

Mito e favole
Anche la narrativa di Platonov fa spesso riferimento al folklore russo. Come succede nei romanzi del Realismo socialista con i bogatiry, le opere dello scrittore utilizzano figure del mito per collegare la vita quotidiana alla dimensione ultraterrena, il singolare al generale. La differenza, nel nostro caso, è però per così dire qualitativa: la biografia della maggior parte degli eroi platonoviani può essere infatti accostata a quella di Ivan lo Scemo (Ivan-durak), anch’egli una figura fondamentale del folklore ma qualitativamente opposta a quella degli eroi. Ivan lo Scemo è il viandante che percorre lo spazio russo alla ricerca di una terra felice – un posto da qualche parte nella steppa dove la gente vive in armonia; Ivan è allo stesso tempo in contatto con il magico e il sovrannaturale: egli insegue il sogno di un luogo fuori dal tempo, ma radicato nel suolo russo, dove sono state eliminate definitivamente la morte e la malattia. Nel folklore russo, lo Scemo cerca la strada per una terra promessa le cui caratteristiche sono, in ultima analisi, quelle reclamate per lo Stato comunista dai capi del Cremlino. L’Ivan lo Scemo platonoviamo trova veramente questa terra promessa: a Čevengur. Abbiamo già visto qual è il risultato di questa ricerca.

Corpi e mutilazioni
Il corpo socialista è forte, giovane e atletico; gli sguardi sono volitivi, i muscoli guizzanti, e appartengono a uomini e donne dalla tempra forte. Il futuro del socialismo deve essere costruito da generazioni di lavoratori e lavoratrici che non conoscono né la pigrizia né il dubbio, e la letteratura deve raccontare le loro gesta. I corpi di Platonov, al contrario, sono quasi sempre corpi di poveri  e dunque  malati, magri e sofferenti. C’è un racconto, in particolare, su cui mi piace soffermare l’attenzione per mettere in evidenza la visione del corpo come ce la restituisce Platonov: si tratta dello scioccante Musornij veter (Vento delle immondizie, 1933-1934), una storia allucinata e terribile il cui protagonista è un fisico tedesco, Albert Lichtenberg, condannato dal regime nazista a causa della sua opposizione alle leggi razziali. In una Germania frastornata da un «vento delle immondizie», gli uomini sono stati trasformati in un gregge di pecore e hanno perso le loro individualità. A causa delle proprie idee politiche, Lichtenberg è stato mutilato e ridotto a una specie di tronco umano. Vaga per una città, dove incontra uomini-spazzatura che assistono all’erezione di un monumento dedicato a Hitler e realizza che la polizia gli sta dando la caccia. Per sopravvivere, si trasforma a poco a poco in un bizzarro animale, peloso e vestito con abiti umani. Nella scena finale, Lichtenberg si taglia un arto per sfamare dei poveri, ma il pezzo del suo corpo verrà mangiato da uno dei poliziotti che lo insegue. Si tratta di un racconto ferocemente anti-nazista che, tuttavia, la censura sovietica non fece passare. Il motivo, naturalmente, non va ricercato nell’ambito politico, ma nella particolare rappresentazione della realtà: una prosa dall’atmosfera tanto visionaria e allucinata è impubblicabile nell’Unione Sovietica degli anni Trenta. Soprattutto, non si può mettere in scena una mutilazione che non rispecchia il canone simbolico vigente.
Ecco cosa scrisse a Platonov Maksim Gor’kij in persona, dopo aver letto Vento delle immondizie, che l’autore gli aveva mandato nella speranza di by-passare le maglie della censura:

«Ho letto il suo racconto: mi ha impressionato. Lei scrive con forza ed espressività, ma proprio per questo – in questo caso – ancora di più si sottolinea e si rivela l’irreale contenuto del racconto, al limite di una terribile fantasticheria febbrile».[xv]

Le parole di Gor’kij suonano come una sentenza: come «autore di fantasticherie» Platonov non avrebbe trovato spazio nelle lettere sovietiche.

Struttura
Tuttavia, se guardiamo da vicino la struttura dei lavori di Platonov, scopriamo che dal punto di vista della fedeltà alla linea generale i suoi testi non si discostano di molto dai dettami del Realismo socialista: la sua narrativa è una continua variazione sul tema dell’«uomo che cerca qualcosa», e le linee guida dei suoi romanzi sono assolutamente affini a quelle del romanzo sovietico. Tutti i suoi protagonisti, all’inizio delle storie, hanno un compito preciso: andare da qualche parte nella Russia sovietica e verificare la presenza del comunismo. Lontani da casa, gli eroi di Platonov devono affrontare alcune prove: la costruzione di un edificio, la vita in un villaggio dove il comunismo è già stato raggiunto, le difficoltà di una vita condotta senza sapere che, a Mosca, è iniziato il viaggio verso il futuro. Alla fine, come nei romanzi sovietici, i protagonisti acquistano piena coscienza della realtà. È qui che prende corpo l’autentica differenza tra Platonov e gli scrittori del Realismo socialista: la coscienza acquisita, infatti, non è sovietica. In Platonov la logica è totalmente ribaltata rispetto ai dettami di Gor’kij e Ždanov: i protagonisti dei suoi romanzi, infatti, partono già «consci», e credono davvero all’avvento del nuovo mondo (come, del resto, fece lo stesso Platonov); il loro percorso iniziatico, il loro romanzo di formazione, ha inizio nel momento in cui essi cominciano a dubitare della possibilità di una condizione umana superiore sotto il sovietismo. In sostanza, i personaggi di Platonov si muovono nel senso contrario rispetto ai personaggi del Realismo socialista: partono «consci» e diventano a poco a poco pericolosamente «spontanei», quando invece i dettami di Mosca, come abbiamo visto, impongono il percorso inverso. La dicotomia «spontaneità/consapevolezza» continua a reggere e a dettare i ritmi della narrazione, così come permane lo schema narrativo dell’allontanamento e delle prove da superare: tuttavia gli eroi platonoviani viaggiano nella direzione opposta. La struttura del romanzo degli anni Trenta è una, ma c’è un canale doppio per interpretarla.
Nel romanzo sovietico, la trama è centrale e i personaggi vi si adattano, diventando sostanzialmente degli strumenti pedagogici privi di un vero spessore individuale; nel romanzo di Platonov, invece, i personaggi non si adattano al plot e alla sua vocazione didattica, ma li interrogano di continuo, spalancando una voragine.
Negli anni Trenta, Platonov sembrò non aver compreso appieno il potere dirompente della propria scrittura. In alcune lettere che scrisse ai membri del Partito o dell’Unione degli scrittori, egli ripeté fino allo sfinimento di considerarsi a tutti gli effetti uno scrittore sovietico. Riporto qui dei brevi estratti da tre lettere (senza risposta) inviate tra il 1933 e il 1934 a Gork’ij:

Adesso non mi crede nessuno. Vorrei che lei mi credesse. Vivere con il marchio del nemico di classe è non solo moralmente impossibile, ma anche praticamente vietato.

Posso essere uno scrittore sovietico, o questo è oggettivamente impossibile?

Chiedo a lei, come presidente del Comitato organizzativo degli Scrittori dell’Unione Sovietica, di aiutarmi perché io possa dedicarmi alla letteratura. Le mie opere non vengono più pubblicate da due anni e mezzo… Le chiedo, se non considera anche lei necessario tirare su di me una croce, di prestarmi la sua assistenza. Essa mi è necessaria per poter sopravvivere fisicamente e continuare a lavorare.[xvi]

Nel file personale dedicato a Platonov e custodito alla Lubjanka c’è un report informativo datato 1933 in cui qualcuno scrisse: «(…) tendenze antisovietiche. [Le sue opere] sono tutte caratterizzate da un approccio satirico e in sostanza controrivoluzionario ai problemi fondamentali dell’edificazione socialista».[xvii] Non fu mai arrestato. Nel 1938, gli deportarono il figlio quindicenne, colpevole di avere lo scrittore come padre: tornò dal GULag alcuni anni più tardi malato di tubercolosi, e ne morì nei primi anni Quaranta. Platonov riuscì a pubblicare alcuni articoli e reportage di guerra, ma nel 1946 fu zittito completamente, fino alla morte, avvenuta – sempre per tubercolosi – nel 1951. Dopo la morte di Stalin,  nel 1956, non ci fu nessun grande scrittore che non lo definisse un maestro.

[La terza parte è qui].

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[i] Il dominio sulla natura è uno dei capisaldi del discorso di Gor’kij riportato poco sopra.

[ii] Cit. in G. Spendel, Introduzione a Platonov, A., All’alba di una nebulosa giovinezza, Milano, Mondadori 1996, p. 17.

[iii] Verč, I., Il riscatto della memoria, in Platonov, A., Lo sterro/Kotlovan, Venezia, Marsilio 1993, pp. 18-19

[iv] Tradotto in italiano con il titolo Da un villaggio in memoria del futuro, Roma-Napoli, Theoria 1997

[v] ivi, p. 341

[vi] ivi, p. 281

[vii] ivi, p. 312

[viii] C’è un altro libro di Platonov in cui le donne sono vista da un punto di vista antisovietico: Sčastlivaja Moskva (1933; in italiano: Mosca felice, Milano, Adelphi 1996). Moskva, la protagonista, è una donna che si chiama come la capitale, ed è nata alcuni anni prima della rivoluzione: per questo, non ha ricordi dell’Ottobre. È vitale, spontanea e sostanzialmente anarchica: si accoppia con gli uomini che incontra, è incostante, instabile ed elusiva (tutte caratteristiche antisovietiche). Moskva è probabilmente il referente letterario di un altro famoso personaggio femminile della letteratura sovietica: la Bella di Mosca (Russkaja krasavica, 1990) di Viktor Erofeev.

[ix] A. Platonov, Lo sterro, cit., p. 181. Si noti il linguaggio «ufficiale» con il quale viene condotta la conversazione.

[x] Ivi, pp. 183-185

[xi] ivi, p. 269

[xii] Op. cit., p. 53

[xiii] ivi, p. 27

[xiv] Cfr. M. Foucault, L’ordine del discorso, Torino, Einaudi 1972 e 2004, pp. 20 e sgg.

[xv] cit. in G. Spendel, op. cit., p. 26. Questa lettera è l’unica che Gor’kij inviò a Platonov in risposta ai numerosi invii di opere e appelli dello scrittore.

[xvi] In Šentalinskij, V., I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB, Milano, Garzanti 1994, p. 345.

[xvii] Ivi, pp. 342-343