Questo articolo è un’ideale continuazione di Sul Kindle. Prime impressioni di circa un anno fa.

Mi sono accorto l’altro ieri che da quasi un anno non accendevo il mio e-reader. Così l’ho preso, l’ho collegato alla presa e ho aspettato che si caricasse; poi, come uno che entra in una biblioteca che non visita da molto tempo, mi sono messo a esplorarlo, a vedere che cosa contiene: avevo tra l’altro il sospetto di aver da poco comprato, in edizione cartacea, un libro che mi ero dimenticato di aver scaricato, L’ombra delle colline di Arpino. Ho scaricato un paio di libri che mi servono per lavoro e, soprattutto, che non comprerei mai in una libreria. Uno l’ho letto, l’altro è lì, nel settore dedicato alla saggistica, insieme a molti titoli che nel corso dei mesi, sono sicuro, avrei letto se fossero stati in edizione cartacea ma che, invece, mi ero dimenticato di avere. Questi libri che avrei letto ma che invece ho dimenticato sono, per esempio, la Vita di Alfieri, il Racconto di due città di Dickens, The Sense of an Ending di Julian Barnes, Ogni cosa risplende di Dorrance Kelly, il Taccuino siriano di Littell. Tutta roba – forse a parte Barnes – che ho comprato con un senso di urgenza, ma che poi è rimasta lì, a rosolare come una balena morta.

Ho portato il Kindle in Cina in vacanza, lo scorso anno, per una questione di praticità: e in effetti, anche approfittando degli spostamenti piuttosto lunghi, l’ho usato parecchio. Poi, se non avessi avuto, appena fuori dal negozio, il dubbio Arpino, mi sarei del tutto dimenticato di averlo in casa. Che cos’è che ci fa decidere che un libro entrerà nelle nostre case in formato cartaceo piuttosto che digitale? L’urgenza dell’acquisto? Il denaro? Un innato senso della praticità? Oppure esiste, nel nostro universo di lettori, una corrispondenza d’amorosi sensi che ci insegna – senza che noi possiamo accorgercene – il formato più idoneo di un’opera così come avviene quando si inizia a scrivere e si sa – chissà perché – che l’idea che ci gira per la testa è il nucleo di un romanzo oppure di un racconto o di una poesia? Esistono libri, o categorie di libri, che nascono per essere letti in digitale e perdono di senso nella forma cartacea?

Negli ultimi mesi, non ho quasi mai pensato di leggere un ebook, questa è la verità. Sono da sempre partigiano della carta, ma non ho pregiudizi di sorta: eppure, semplicemente, il formato digitale è qualcosa a cui penso quando mi accorgo che un libro che voglio è fuori catalogo. Il punto però non è tanto questo, quanto il fatto che, una volta che li ho messi sul Kindle, mi dimentico dei libri che possiedo. Probabilmente il fatto di non avere un rapporto visivo diretto con la copertina, con la polvere accumulata sugli scaffali incide sul mio rapporto e la mia affezione al dato titolo. La lettura, poi, come la scrittura, è anche un atto fisico, qualcosa che piega la schiena e fa dolere gli occhi e le mani e non ha almeno nella mia testa niente a che vedere con la freddezza di uno schermo touch e con, soprattutto, il livellamento estetico imposto dal digitale – dove non esistono libri grossi, gialli, pesanti, squadernati ma soltanto file ordinati con posizioni e percentuali.

Ho usato per alcuni periodi il Kindle come canale sperimentale: ci ho messo dei libri che non conoscevo bene, che mi incuriosivano per qualche particolare ma che, forse, non avrei comprato in libreria. In questo, da una parte, l’e-reader è stato uno strumento utile, perché mi ha permesso di entrare in possesso – a cifre ragionevoli – di una piccola biblioteca a cui probabilmente avrei rinunciato se avessi dovuto pagare il prezzo pieno; allo stesso tempo – e per la stessa ragione – il mio Kindle è oggi pieno di libri che non mi interessano fino in fondo, ma che sono stati presi per soddisfare una curiosità del momento. Dunque, quando lo accendo, mi accorgo che la mia biblioteca digitale è di gran lunga meno interessante, meno bella di quella fisica e in definitiva dice di me molte meno cose degli scaffali di casa mia. Il problema della corrispondenza, del rispecchiamento biblioteca/possessore della biblioteca è una delle questioni identitarie cruciali: io ho una zona della mia biblioteca dove metto i libri che non mi interessano, i regali falliti, le cianfrusaglie spedite degli uffici stampa. È una zona che non frequento quasi mai, perché quando la guardo provo la sensazione sgradevole di essere entrato nella biblioteca di un altro. Non è davvero casa mia quella che contiene dei libri che non mi rispecchiano. Allo stesso modo, ho degli scaffali che, invece, dicono di me moltissimo: lì, sul quel ripiano pieno di polvere, ci sono io, o quella parte di me che davvero mi interessa. Se compro un libro bellissimo, sono disposto a riorganizzare interi settori della mia biblioteca per fargli posto in quanto libro identitario, rivelatore della personalità del suo possessore. Io cammino per la mia casa, guardo i miei libri e «leggo» me stesso. Con il Kindle, tutto questo è impossibile: l’identità non può esistere in virtù della dimensione sperimentale dell’acquisto online («Lo prendo in digitale per vedere com’è») e, soprattutto, in virtù del livellamento cromatico, di peso e di presenza fisica del fu oggetto-libro. Perciò, a lungo mi sono dimenticato di possedere un e-reader e, soprattutto, ho avuto bisogno di accenderlo e di studiarlo per riportare alla memoria il suo contenuto. Adesso è qui accanto a me, acceso, pronto a lasciarmi leggere uno dei testi che ho scaricato per lavoro. Lo leggerò – trovandomi bene!, sul Kindle si legge bene –, sottolineerò i passi da ricordare e poi lui, malinconicamente, se ne tornerà nel cassetto in attesa che un altro lavoro o un altro Arpino mi facciano tornare in mente la sua esistenza.