moby dickTutti parlano del finale, ma a me ciò che colpisce di un libro è l’inizio. L’inizio è quasi tutto: circa un terzo del tempo che dedico alla stesura di un libro è volto a trovare l’attacco giusto. In un’intervista che ha rilasciato dopo la pubblicazione di Libertà (Einaudi), Jonathan Franzen disse che per scrivere il libro aveva impiegato nove anni, di cui otto per la prima pagina e uno, l’ultimo, per le restanti seicento. Sembra una boutade, ma io ci credo: un attacco buono è la rampa di lancio per un libro buono. Amo gli incipit, forse, per colpa di mio padre: un giorno, quando ero bambino, papà mi disse che da giovane aveva letto un libro di Joseph Heller, Comma 22 (Bompiani), il cui attacco l’aveva lasciato senza fiato: «La prima volta che […]* vide il cappellano, si innamorò pazzamente di lui». Questa è in realtà la seconda frase del romanzo, ma non importa: io ormai avevo capito che se l’inizio è, per così dire, un pugno in faccia al lettore, il lettore è tuo.

Così ho cominciato a segnarmi gli incipit, a capire come facevano gli altri – i grandi scrittori del passato – a entrare nelle loro storie: c’è Dostoevskij, che cominciava le Memorie dal sottosuolo con una cosa tipo «Sono un uomo malato, sono astioso, credo di essere malato di fegato»; c’era l’inizio forse più celebre di tutti i tempi, quello di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»; c’era l’incipit “angelico” di Moby Dick: «Chiamatemi Ismaele». Non “Mi chiamo”, dunque, ma “Chiamatemi”. Poi c’erano l’inizio sorprendente delle Metamorfosi di Kafka, quello micidiale dello Straniero di Camus. In Italia, c’erano Paolo Volponi, che attacca Il pianeta irritabile (Einaudi) con un bellissimo «Piove a dirotto da sempre, senza interruzioni né rallentamenti», e Gli esordi di Antonio Moresco (oggi Mondadori), che cominciano così: «Io, invece, mi trovavo a mio agio in quel silenzio». Invece cosa? Invece tutto. Invece qualcosa che c’è stato prima, che non ci verrà mai detto ma che, forse, ci verrà svelato nel mondo creato da questo libro e dal suo autore. Perché, alla fine, la letteratura è questo: qualcuno che comincia a raccontare qualcosa che non è uguale a niente di ciò che c’è stato prima. Qualcosa che c’è invece.

*Mio padre non si ricordava il nome del personaggio, che è Yossarian.