Il sogno è breve, e ci sono io che percorro a passo normale il lunghissimo corridoio di un appartamenteo settecentesco, con la sua infilata di stanze e le pareti dipinte fino a mezz’altezza di un verde che ha la tonalità dei muri delle scuole. Nell’aria c’è come un vapore, un effluvio caldo come quelli delle saune o dei bagni turchi, ma io non ho caldo, e sono vestito, e cammino tranquillo. Non so dove sono e nemmeno mi interessa. So però che mi trovo in un ambiente totalmente inventato, fittizio eppure famigliare, che nella dimensione del sogno conosco e sono consapevole di aver frequentato. Forse è casa mia. Cammino come uno che sa dove sta andando e perché, ma in realtà non lo so: nessuna voce e nessun presentimento arrivano a sciogliere l’enigma. Arrivo davanti a una porta, in fondo a sinistra, e so che è il bagno: è da lì che proviene il vapore, l’umidità e tutto il caldo che c’è ma che non sento. Apro la porta, tutto dentro è piastrellato di verde e ha un che di nobile, austero. Seduto sulla vasca, nudo in un corpo giovane che non può essere il suo, c’è un uomo. Ha i capelli bianchi e io so che è il protagonista del romanzo che sto scrivendo. Lui non mi vede: è seduto nella posizione dello Spinario e si sta togliendo una spina dalla pianta del piede. Io so chi è lui, ma il suo volto non è quello del mio protagonista, è il volto, canuto eppure giovane, del nonno.