ferracuti

è la recensione che ho fatto per “L’indice” di questo mese sullo splendido Il costo della vita di Angelo Ferracuti.

«Morire quando si è in mezzo al mare fa parte dei rischi del nostro mestiere. Ma morire qua, su una nave in secca, è una bestemmia». Così dice, a un certo punto di Il costo della vita, un vecchio marinaio a una giornalista dell’Unità che si è fiondata al porto di Ravenna in seguito a una delle più grandi tragedie operaie del dopoguerra italiano: la morte per asfissia di 13 persone nella pancia di una delle più grandi navi gasiere della nostra storia recente, la Elisabetta Montanari. Ed è di questa bestemmia che parla Angelo Ferracuti, ricostruendo i fatti di quel 13 marzo 1987 e andando ben oltre, in un libro bellissimo che è insieme reportage, indagine sociologica, romanzo sui generis e operazione di recupero di un episodio messo da parte troppo in fretta dalla memoria collettiva. Ferracuti ricostruisce la tragedia (che qualcuno, nel libro, definisce «strage») grazie a un lungo lavoro – che in parte ci viene raccontato per così dire in diretta – di ricerca negli archivi dei quotidiani e nelle sedi sindacali e, soprattutto, attraverso alcune delicate interviste ai parenti delle vittime e a chi, per lavoro, si trovava nel porto di Ravenna quel 13 marzo. Così, accanto alle vite private degli scomparsi, troviamo il ritratto di una comunità e di una società che, nel 1987, ha scoperto sulla propria pelle l’anima nera di un sistema, quello portuale, che oggi è in decadenza ma che allora era uno dei motori di quella che viene definita «una città di mare senza mare, dove lo specchio d’acqua non si vede». Ed è questo, mi pare, il perno attorno cui ruota Il costo della vita: l’incidente del 13 marzo è figlio della mancanza di un adeguato sistema di sicurezza (nelle stive non c’erano, per esempio, gli estintori) e, soprattutto, di una modalità di reclutamento al lavoro che infilava nei budelli più profondi delle navi un personale non sempre qualificato, recuperato la sera nei bar del porto e mandato a morire la mattina senza nessuna tutela. È qui che la storia della Mecnavi svela la propria attualità: si può leggere infatti Il costo della vita come un libro che porta alla luce le origini lontane – e tragiche – del precariato, del lavoro nero o “in affitto” che oggi informa la nostra vita quotidiana. Col il sistema del caporalato, la Mecnavi e le società affini reclutavano immigrati, sbandati, disoccupati che giravano per il porto in attesa che un “caporale” li chiamasse per lavorare sulle navi. La concorrenza spietata (in un sistema che era, dal punto di vista dei guadagni, allo zenit), la scarsità dei controlli e l’assenza quasi totale dei sindacati – che venivano tenuti fuori dai cancelli dagli imprenditori e che non riuscivano a far fronte all’ondata di lavoro nero – sono le concause dell’incendio dell’Elisabetta Montanari e la prima ragione per cui non si riuscì, nonostante gli sforzi, a estrarre un corpo vivo dalle stive. Chi, come il giovane Fabrizio Freddi, denunciò questo sistema in un’intervista, fu trovato morto «per overdose» (lui che non si drogava) nel luglio del 1987.

Ferracuti, nella sua indagine, cerca e incontra il cardinale Ersilio Tonini, di cui la città ricorda ancora oggi la furibonda omelia ai funerali delle vittime; fornisce soprattutto un ritratto, spietato e lucidissimo, di Enzo Arienti, fondatore della Mecnavi: non riesce a parlare con lui – che nel frattempo è entrato e uscito di galera, ha fatto vari fallimenti e si è trasferito prima a Napoli poi in Molise – e tuttavia ne restituisce i tratti fondamentali grazie al supporto di giornalisti e lavoratori che lo incontrarono. È l’imprenditore italiano medio: nato povero, ignorante, votato solo al profitto e non interessato al rispetto delle regole, Arienti è un provinciale “che ce l’ha fatta” e una figura tragica e grottesca al tempo stesso. Per anni, dopo la tragedia, sosterrà l’ipotesi dell’errore umano e che «I sindacati non li voglio. In questa azienda non li ho voluti e spero che non ci siano nemmeno per il futuro». È insomma uno dei grandi promotori di quel «mercato nero della merce uomo» di cui si è accennato poco sopra. Anche il ritratto di Arienti, a pensarci bene, dice molto dell’Italia di oggi: «La storia italiana» scrive infatti Ferracuti «ci racconta che c’è sempre l’ossessione di un uomo dietro una vicenda collettiva».

Ma Il costo della vita è anche altro: è una riflessione, fatta in progress, sul lavoro del reportage. Ferracuti mette se stesso quasi costantemente sulla scena, raccontando i propri imbarazzi nello stare al telefono con i parenti delle vittime, svelando le tappe di avvicinamento al libro e regalandoci, per esempio, un gustoso e drammatico capitolo, l’ultimo, in cui lui e la moglie volano al Cairo per incontrare il nipote di un ragazzo egiziano rimasto ucciso sulla nave. Cita costantemente i propri autori di riferimento: Volponi, Isherwood, Orwell – di cui ricorda le quattro ragioni dello scrivere, che sono anche sue: semplice egoismo, entusiasmo estetico, impulso storico e scopo politico. Ne viene insomma un libro che parla anche della fatica, del dolore e della bellezza dello scrivere: leggiamo Il costo della vita e veniamo a sapere anche cosa ha significato per il suo autore fare le ricerche e da quale punto di vista politico e intellettuale Ferracuti sta raccontando. E diventiamo infine coscienti, insieme a Walser, che «Lo scrittore non sa tutto. Sa qualcosa di tutto, e intuisce delle cose che nemmeno l’imperatore in persona si immagina».