Questo è il secondo pezzo che ho scritto per il diario pubblico di Pordenolegge.

Tecnicamente, è Messi il più grande calciatore di tutti i tempi. Non solo per quello che ha vinto e vincerà, ma anche perché, se lo paragono ai giganti del calcio (Pelé, Di Stefano, Puskàs, Eusébio, Cruijff e così via), Messi è l’unico le cui azioni hanno bisogno di essere riviste al ralenti affinché si capisca davvero che cosa ha fatto sul campo. È l’unico, insomma, che ha bisogno di essere capito e studiato, mentre la bellezza del gesto tecnico di un Pelé o di un Cruijff è subito del tutto evidente, manifesta. C’è una componente nascosta, in ciò che fa Messi, qualcosa di talmente veloce e perfetto che lo rende non immediato: Messi va ogni volta svelato, scoperto a poco a poco. In questo, per me, sta il fascino di vederlo giocare.
Tuttavia Messi scompare al cospetto dell’uomo a cui viene costantemente accostato: Diego Armando Maradona. Si tratta di una scomparsa che non ha strettamente a che fare con il livello tecnico e sportivo: Messi scompare davanti a Maradona perché Maradona è un uomo tutto pubblico, tutto esterno. Maradona si è dato all’Argentina e al mondo, non ha tenuto quasi niente per sé. Nella notte tra martedì e mercoledì scorso, è tornato a Buenos Aires dopo molti mesi di assenza: ci è andato per conoscere l’ultimo dei suoi figli, Diego Fernando (molti dei figli che ha sparsi per il mondo si chiamano quasi come lui). Diego Fernando ha tre mesi e non sa di essere il figlio, che verosimilmente verrà presto dimenticato, di una delle più grandi icone del Novecento. Maradona è tornato a casa e all’aeroporto Ezeiza ha preso a sassate la folla di giornalisti che lo assaliva – adesso, a quasi 20 anni dal suo rovinoso ritiro. L’aeroporto era preso in ostaggio da centinaia, forse migliaia di tifosi che erano venuti per vederlo, per pregarlo (in Argentina esiste anche una Chiesa a lui dedicata) e lui, come gli succede spesso, ha dato di matto, se l’è presa con tutti, è diventato violento.
La parabola personale di Messi – perché anche lui, come tutti i grandi, ha comunque una storia – è nota: i problemi all’ipofisi quando era ragazzino, le cure ormonali pagate dal Barcellona, l’esplosione di un talento senza precedenti. La sua storia è una storia medica: Messi è una sorta di bruco trasformatosi in farfalla. Ma si tratta di una storia tutta privata, personale, che non ha nulla di universale. Il suo senso dell’understatement, poi, la timidezza che lo accompagna, lo rendono una sorta di genio schivo, un individuo appartato che in nessun caso avrà mai la forza di accendere un popolo.Invece, dicevo, Maradona è tutto pubblico. Non ci sono aspetti della sua vita, comprese le estreme debolezze, di cui noi non siamo informati. La sua vita è tutta sulla pubblica piazza, sempre. La sua parabola personale è la parabola del suo popolo colto individuo per individuo: Maradona fin da piccolo – salvo che per il talento – coincide con la vita delle periferie di Buenos Aires e del mondo, se ne fa bandiera e simbolo. La droga, la fede, l’amicizia con Fidel Castro, le lacrime che versa ogni volta che pensa alle figlie, la consapevolezza di aver dissipato, almeno in parte, un grande talento e un grande potere, l’obesità, i guai con il fisco e con la legge, la memoria della povertà, la violenza: Maradona racchiude e lascia esplodere tutti i pregi e i difetti di un genio venuto su dal nulla, li porta alle estreme conseguenze, li mette sulla pubblica piazza e li offre al mondo come simbolo di qualcosa di enorme e dissoluto, di irraggiungibile e iconico. Egli è, prima di ogni altra cosa, un simbolo: un uomo che, curioso di vedere e allo stesso tempo mostrare agli altri il proprio sangue, si è tagliato la pelle e ne ha donato un frammento a ciascuno di noi.
È per questo che è lui il più grande di sempre: perché, in ultima analisi, Maradona è politico.