Con questo articolo comincia la settimana in cui tengo un diario sul sito del festival Pordenonelegge. Devo fare due pezzi legati all’attualità e uno, l’ultimo, in cui trovo una parola significativa e la commento. Il primo pezzo è una specie di ritratto immaginato di Kabobo, l’uomo che, sabato scorso, ha ucciso tre persone con un piccone a Milano.

Con ogni probabilità si chiama Kabobo Mada o Madam, o perlomeno è in questi modi che il suo nome viene trascritto più frequentemente sui giornali. Per questo diario mi è stato assegnato il periodo che va dall’11 al 20 maggio, e all’alba dell’11 maggio, sabato, Kabobo è sceso per strada a Milano tenendo in mano un piccone. Esistono delle immagini, prese con delle telecamere a circuito chiuso, che lo ritraggono mentre vaga per la città semideserta con il piccone in spalla, come se fosse un minatore qualunque in una città che miniere non ne ha mai avute. Con quel piccone, Kabobo in poco meno di un’ora ha assalito a sangue freddo sei persone, ferendone cinque e uccidendone una. Ha vagato per Milano indisturbato, quasi astratto, percorrendo vie e attraversando parchi. Ha assalito un uomo appena sceso dall’autobus – uno scende dall’autobus e si trova davanti un essere silenzioso con in mano un piccone che lo assale –, ha rincorso e colpito alla testa un ragazzo su un marciapiede, ha ucciso un tizio che, per via dell’insonnia, era sceso al bar a fare colazione ed era seduto a un tavolino all’esterno. Mentre Kabobo lo massacrava, i proprietari del bar hanno abbassato la saracinesca. Nessuno, in quell’ora in cui Kabobo ha compiuto la sua strage, ha chiamato la polizia o i carabinieri: Milano è rimasta a guardare il suo carnefice nero mentre questi compiva i suoi sacrifici, i suoi gesti folli.
C’è un famoso racconto di Sartre, Erostrato, in cui un uomo, per rimanere nella storia, uccide sei persone a caso a Parigi. Altri, in altri libri, hanno ucciso per dimostrare a se stessi e al mondo di essere dei Napoleone o che l’assassinio è un’arte. Kabobo, invece, non si sa perché abbia ucciso. Probabilmente non bisogna ricercare nessun significato nel fatto che avesse in mano un piccone: un piccone, quando sei povero, è la prima cosa che ti capita sotto mano. Ma tutti lo descrivono come calmo, quasi freddo, durante l’interrogatorio che è seguito al suo arresto: l’interprete che gli hanno assegnato fa fatica a capirlo, perché Kabobo parla una lingua sua, un inglese impastato con un po’ di italiano e qualche idioma tribale. Non cerca scuse, non piange, non si lamenta, è apparentemente disinteressato a ciò che è capitato a sei persone che giravano per Milano all’alba di sabato 11 maggio. Ripete come un mantra un’unica frase, «Ho fame», e, mentre la scandisce, non sembra un folle.
Ha ucciso ma non gli importa: nella sua testa, probabilmente, l’ucciso è lui. La letteratura ha sempre messo in scena assassini idealisti, filosofi, figure nere che hanno un rapporto diretto con il trascendente. Una delle poche eccezioni, forse, è il Chigurh di McCarthy – che uccide per uccidere e a cui lo scrittore americano ha messo un nome ferocemente caricaturale. Anche Kabobo, forse, ha ucciso per uccidere, ma tutto questo sembra non contare: nella sua testa, lui è un uomo che non dorme, che non ha un lavoro e un posto dove vivere. È uno che ha fame e che a un certo punto, in modo confuso, ha deciso che questa sua fame gli avrebbe dato il diritto di prendere in mano un piccone. C’è un che di consolante, se ci penso, in un assassino idealista: con un Raskol’nikov uno immagina di potersi trovare attorno a un tavolo, di poter parlare di letteratura, di politica, di poter persino discutere – a patto di non far caso al fatto che è un assassino – delle ragioni che l’hanno portato a casa della vecchia. È un omicida, ma un omicida colto, civile, che ha ucciso una volta per un motivo (per quanto astratto), e nessuno si sente in pericolo al suo cospetto. Egli ha ucciso, ma lo ha fatto per una ragione: se si è convinti di essere al di là di questa ragione, in sua presenza ci si sente al sicuro. Così è, in un certo senso, perfino con un Erostrato: il suo è un atto unico, micidiale ma unico. Così è per tutti coloro che hanno compiuto un gesto finale ma motivato – per quanto in modo allucinato. Kabobo, invece, è incontrollabile come la fame che prova. Come Chigurh è l’incarnazione di un male che è assoluto in quanto astratto, indifferente e privo di cause: non c’è vendetta, in lui, non c’è un’idea, non c’è nemmeno una lingua attraverso cui egli possa tentare un’elaborazione. È solo qualcosa di deliberato e violento, di imprevedibile e orrendo. Eccolo, il male definitivo: la violenza come fatto in sé, come qualcosa che viene compiuta a caso ed è completamente gratuita e diretta contro persone del tutto inconsapevoli.