Quella che segue è una recensione di Geologia di un padre, lo strano oggetto letterario che Valerio Magrelli ha da poco pubblicato per Einaudi. L’ho scritta per L’Indice.

magrelliSi vede che a un certo punto bisogna fare i conti col padre. Li aveva fatti circa un anno fa Edoardo Albinati in Vita e morte di un ingegnere, sobrio quanto potente resoconto (scritto nel 1991 ma pubblicato solo ora) di una malattia e di una dipartita redatto a ridosso della scomparsa del genitore e li fa ora, in modo diverso e difficilmente classificabile, Valerio Magrelli con questa Geologia per il padre Giacinto. Diviso in 83 capitoli (ma sarebbe meglio dire frammenti, e su questo torneremo) che corrispondono agli anni che Giacinto aveva al momento della morte, avvenuta nel 2004, il libro è figlio di una disordinata messe di appunti che Magrelli ha raccolto intorno alla figura paterna nella decina d’anni che separano il momento della morte da questa pubblicazione. Introdotta da una serie di disegni autografi di Giacinto, che hanno il vago respiro del mito, e chiusa da una breve silloge di poesie del figlio, questa Geologia prova a mettere ordine nel mucchio di fogli sparsi, di rimandi e memorie fulminanti che hanno caratterizzato l’elaborazione del lutto e la memoria di chi non c’è più. E lo fa non solo attraverso ricordi personali, considerazioni sparse, episodi dell’infanzia dell’autore e della vecchiaia del padre-personaggio, ma anche attraverso citazioni di altri, da Testori a Hugo, da Breton a Stevenson. Ne viene un ritratto dai toni ora accesi ora sommessi ed elegiaci, da cui emerge, anzitutto, la figura ingombrante di un genitore amato e insieme temuto: disordinato, talentuoso, a tratti arruffone, melomane dilettante, Giacinto è stato per Valerio – e per certi versi lo è ancora – una sorta di zenit, una figura di riferimento che Magrelli figlio è stato capace di avvicinare completamente solo a partire dal momento in cui un ictus lo ha reso docile, meno iroso e schermato: «Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. […] il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto» scrive infatti Valerio nel frammento 44. Ed è proprio questa fragilità che umanizza e avvicina una figura enigmatica, capace di estrema dolcezza e di improvvise virate in territori bruschi, inospitali, che tengono chiunque gli sia accanto alla debita distanza.

Tutto il libro è giocato, oltre che sul filo del ricordo famigliare, sul tema del confronto tra i due Magrelli: «Il suo ultimo compleanno. Piange ripetendo: “Guarda come mi sono ridotto!” – perché il linguaggio era ormai a brandelli. In compenso, tre anni prima, lo aveva festeggiato davanti a amici e parenti con un discorso che si concludeva così: “Io sono pieno d’odio per il mondo”. Ecco da cosa sto scappando. Ormai sono contagiato, lo so bene, ma non voglio ripetere il suo errore, e soprattutto non voglio trasmetterlo ai miei figli». Eppure, quello che potrebbe essere il solito libro di ricordi sul padre, con la descrizione dei conflitti e delle distanze, è ben altro: è un’archeologia, in senso, verrebbe da dire, sia foucaultiano che letterale, dei rapporti umani e famigliari, dell’origine e l’evoluzione di un affetto che si fa via via origine ed evoluzione del mondo. La morte di Giacinto è infatti, da una parte, l’occasione per il figlio (che è padre a sua volta) di aprire l’album dei ricordi e di avviare un’indagine (mi si passi il termine) sulla storia genealogica del suo ceppo famigliare, ricostruendone per quanto possibile, anche attraverso i nomi dei propri antenati e parenti, la storia e le connessioni; dall’altra, e qui in qualche modo si spiega il perché della geologia del titolo, Magrelli, attraverso la ricerca, in Ciociaria, delle proprie origini, collega l’esistenza del padre, il suo essere lontano e inarrivabile, con i resti millenari di un uomo – l’uomo di Pofi – la cui identità ci viene svelata subito, in epigrafe: «[…] potrebbe toccare proprio a Pofi di dare un contributo decisivo alla migliore conoscenza dei caratteri morfologici [corsivo nostro] dei tipi umani vissuti prima dei neandertaliani […]». Giacinto è dunque un pre-uomo, colui che c’è sempre stato: ogni padre non è che il Primo Uomo per un figlio, ed è in questo solco che l’operazione di scavo (di nuovo l’archeologia, di nuovo la geologia) operata dai frammenti del libro va alla ricerca del segreto che la morte del genitore ha portato con sé ma, allo stesso tempo, ha contribuito a far comprendere: «Eccolo, l’Uomo di Pofi: era mio padre! È lui che sto cercando, mentre mi limito a studiare da lontano la sua culla preistorica. È nella notte della mia infanzia, tra 400,000 e 300,000 anni fa, che si annida il mio diretto progenitore, con armi, vasellame, ossa, rituali. L’Uomo di Pofi, ossia il POFANTROPO!». E ancora: «Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico? […]. È proprio come se il mio amore per lui avesse a che fare con un’origine remota, con una differenza insanabile».

Questo, in termini generali, mi pare il senso di Geologia di un padre. All’archeologia, come dicevo, si accompagna anche una linea tematica più semplice e mappata: perché il pofantropo malato è un uomo che si mostra sempre più debole, che si spegne e che, per la prima volta, ha bisogno dell’aiuto del figlio. Questa debolezza – che Giacinto rifiuta e combatte finché può – offre il destro a Magrelli per ripensare i momenti della loro vita in comune in cui la cattedrale delle certezze rappresentata dal padre ha cominciato a scricchiolare: penso all’episodio, per esempio, in cui il padre si vergogna davanti a un collega perché deve fingere di conoscere l’inglese; ma penso soprattutto alla considerazione che apre il frammento 67: «Uno dei grandi dolori che dovetti affrontare, fu quando compresi di averlo superato, nei gusti, nelle competenze, nelle informazioni. È la cosa più bella che possa accadere a un genitore o a un maestro, certo, ed egli sapeva apprezzarla. Però, almeno all’inizio, […] non c’era più nessuno a ripararmi, adesso ero io a dovermi prendere cura di qualcuno». Il padre diventa figlio, in qualche modo, e Magrelli l’aveva già capito nel frammento 16, quando scriveva: «Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato».

Un’ultima considerazione sulla Nota che chiude il volume. Magrelli scrive che la Geologia costituisce l’ultimo movimento di una quadrilogia iniziata nel 2003 con Nel condominio di carne: secondo una pratica sperimentata di riscrittura (di cui ci sono esempi anche all’interno del testo), il libro riprende e recupera brani degli altri movimenti e li rimette in moto inserendoli in un nuovo contesto. È un processo che l’autore chiama di autotrasfusione: ogni romanzo di Magrelli è dunque in qualche modo figlio del precedente, e lo è fino alla trasposizione di interi passaggi. Non sono molti i libri italiani la cui forma è, in qualche modo, lo specchio del contenuto: la Geologia è la storia di una filiazione, di un rapporto profondo che, una volta spezzato, viene ricostruito fino all’origine; la forma e la struttura con cui questo tema viene sviluppato sono a loro volta figlie di tutto ciò che Magrelli ha scritto e pensato e pubblicato prima del suo ultimo libro: a livello di stile c’è dunque, in tutta l’opera di Magrelli, una continuità estrema, una sorta di paternità circolare di cui, giustamente, Geologia di un padre viene segnalato come il punto culminante.

 

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